23 agosto 2020

Mezzogiorno in treno. Il Sud nei versi dei suoi poeti tra il XIX e il XX secolo

 

Le regioni del Mezzogiorno d’Italia hanno dato i natali ad alcuni degli scrittori più noti e apprezzati della letteratura italiana. Nel corso dei secoli, mentre l’Italia era ancora divisa politicamente, i poeti, soprattutto, contribuirono ad unificare culturalmente il Paese attraverso le proprie opere in lingua italiana o in dialetto, esaltandone il patrimonio culturale e le bellezze naturali. In Italia, come spiega anche Giovanni Ruffino nel suo Sicilia (Laterza, Roma-Bari, 2017) i dialetti non sono le varietà regionali della lingua nazionale, ma sono lingue romanze a sé stanti, poiché derivano dal latino, alla pari della lingua italiana. Dunque i tanti scrittori meridionali, in particolare, che si cimentarono nella stesura di poesie in italiano e in dialetto, approfittarono, di fatto, del proprio bilinguismo. I risultati del loro lavoro costituiscono una testimonianza estremamente preziosa per chiunque voglia comprendere la storia della poesia italiana e l’evoluzione della lingua italiana e dei dialetti tuttora parlati nelle regioni meridionali, ma si rivelano anche vere e proprie, accurate “fotografie” dell’Italia del tempo. Alcuni di questi autori, infatti, immortalarono nelle loro poesie i luoghi della propria terra, descrivendola con l’accortezza e la grazia confacente ad un pittore.

Immaginiamo adesso di intraprendere un viaggio in treno, come avveniva spesso soprattutto nel secolo scorso, attraverso le regioni del Mezzogiorno, leggendo i versi, in italiano e in dialetto, di alcuni scrittori meridionali che vollero omaggiare la propria terra con le loro poesie, nel corso del XIX e del XX secolo.

Partendo dalla stazione Termini di Roma arriviamo in breve in Abruzzo. A questa regione il poeta Gabriele D’Annunzio, nato a Pescara, dedicò un’accorata poesia d’amore, Al fiero Abruzzo, colma di dettagliate e nostalgiche descrizioni dei luoghi in cui trascorse la propria infanzia: “Mentre a ’l bel sole de ’l novello aprile / ridono e terra e mare, / e fra’ capelli un zefiro gentile / mi sento folleggiare, / da questa balza che s’eleva ardita / ti guardo, o Sannio mio, / e in cor mi sento rifiorir la vita / con ardente disìo. […] Ah sì, le calme de ’l tuo ciel divine / mi fecero poeta, / i sorrisi d’un mar senza confine / là tra la mia pineta: / tra la pineta mia dov’ho passati / i momenti più belli, / dove ho goduti i miei sogni dorati / e i canti de gli uccelli; / dov’io disteso su l’erbetta molle / mille volte piangendo / ho rimirato il sol che dietro a ’l colle / si nascondea fulgendo […]” (Poesie, BUR, Milano, 2011).

Continuando il viaggio, dal treno ammiriamo il parco nazionale della Maiella. Sul fronte dialettale, il poeta Cesare De Titta (1862-1933), contemporaneo di D’Annunzio, cantò le bellezze naturali abruzzesi nelle sue canzoni. Tra queste spicca la celebre S'è cupertë de neve la Majelle: “S'è cupertë de neve la Majelle, / s'è cupertë de neve Mondecorne, / o Terra d'Ore, E tu come nu giorne / de primavere all'uócchie mié ši' belle. […]” (Terra d’Oro, Carabba, Lanciano, 1925).

Lasciamo l’Abruzzo e giungiamo rapidamente in Molise. Qui nacque il poeta Giuseppe Jovine (1922-1998), che ha descritto con nostalgia la costa adriatica nella poesia Lungo il litorale adriatico: “A le stagioni d’oro / si correva lungo il litorale / a piedi nudi sulla sabbia calda / In altra guisa la mia corsa dura / e il mare mi sta accanto come allora. / Resistono ancora / i canneti e i trabucchi sbilenchi, / i cànapi invischiati d’alghe e i rovi. […]” (Tra il Biferno e la Moscova, Cartia Editore, Roma, 1973).

Ritroviamo la stessa nostalgia, poco dopo, in Puglia, in una poesia di Giacinto Spagnoletti (1920-2003): “Sempre di sera / i meloni spaccati / sulle carrette della mia antica / strada, fuoco sereno / di primavera sognare. / Il riso strepitoso dei marinai, / le fanciulle lente alle finestre / ricamate di sguardi. / Accanto a me mia madre / non trovava più l’ago. / Il sole si spegne lungo le brenne / assopite; penetra l’ombra fresca / del mare fino alla frontiera / gentile degli oleandri. Al tardi / verrà un soffio di banda militare. […]”.

È il racconto dell’estate: la fotografia di un momento quotidiano dell’infanzia del poeta che si rifugia malinconicamente nei ricordi del passato, attraverso la descrizioni dei luoghi in cui trascorse gli anni spensierati della giovinezza.

Il viaggio continua e il treno raggiunge la costa della Campania. Eduardo De Filippo descrisse nella poesia ‘O cunto (1970) l’emozione che provava vedendo il cielo sul mare, illuminato dai fuochi d’artificio: “[…] Cumme se specchia a mmare / dint' 'o scuro / 'o ffuoco d' 'e granate! / Se spara p' 'a custiera, / tuorno tuorno… / Pè San Giuvanne, / Puortece, / Resina, / Torre 'o Grieco, / Pumpei, / Castellammare… / 'A rimpetto / risponne / Vico Equense, / Sant’Agnello, / Surriento… / Aret' a na muntagna / nu bagliore: / spara Massa Lubrense. / Marciano pure spara… / e appriesso appriesso / sant’Agata / crapolla / Pusitano… / Spara Furore / Vietri / e sparano a Praiano. / Cielo, / sò 'e stelle noste, / sò 'e pparole mbrugliate / 'e nu discorso / ca sultanto sparanno / trova 'o filo, / pè te dà na risposta / pè te dà segno 'e vita / pure nuie… […]” (Le poesie, Einaudi, Torino, 2016).

Vorremmo indugiare ancora, ma dobbiamo ripartire. Il treno si dirige verso la Basilicata. Il poeta Leonardo Sinisgalli (1908-1981), nato a Montemurro, dedicò la poesia Lucania alla sua terra, rivolgendosi a un pellegrino: “Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi, / a chi scende per la stretta degli Alburni / o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra, / al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte / con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato, / a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme / negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante / la Lucania apre le sue lande, / le sue valli dove i fiumi scorrono lenti / come fiumi di polvere. […]” (Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2020).

Lasciamo la Basilicata e raggiungiamo le montagne dell’Aspromonte in Calabria. Domenico Caruso ci regala una descrizione di questi luoghi nella poesia All’Aspromonte: "O bianco monte della cara Terra, / in te trova la pace questo cuore; / nello splendore che il tuo loco serra / tu custodisci il mio grande amore. / Zòmaro, Santo Stefano, Gambarie, / Polsi con la gran Vergine Maria, / località meravigliose e varie / nutrite sempre la mia fantasia. / E tu Gerace, dal Castello avito / dòmini quel superbo panorama / che nel sereno giorno m’ha rapito / facendo onore alla tua chiara fama. […]”.

Adesso il treno si imbarca sul traghetto. Attraversiamo lo stretto di Messina e sbarchiamo in Sicilia.

Il poeta Salvatore Quasimodo, vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1959, descrive l’antica bellezza dell’isola nella poesia Che lunga notte: “Che lunga notte e luna rosa e verde / al tuo grido tra zagare, se batti / ad una porta come un re di Dio / pungente di rugiade: «Apri, amore, apri!» / Il vento, a corde, dagli Iblei dai coni / delle Madonie strappa inni e lamenti / su timpani di grotte antiche come / l'agave e l'occhio del brigante. […]” (Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1974).

Sul versante occidentale, incontriamo la poesia dialettale di Nino De Vita, che nella poesia L’aranciaru racconta, come scrive Valentina Di Cesare, l’incontro tra un pescatore di granchi e «lo sguardo quasi scorato di un osservatore, irrigidito e impressionato da questo nzirrichiu (nient’altro che il rumore prodotto dalle chele sfreganti dei crostacei catturati in un sacco)». Ecco l’incipit: “Era pi dunn’egghè / ddu ciàvuru ri mustu. / Vinia ru malasenu, ri nne stipa / càrrichi, nfilignera, / e gghjia pi nna cucina, / p’i càmmari, niscia, / si nnacchiava all’àstracu. / E ’u ciàvuru ri rrosi / pi ddintra ’a casa, ’u ciàvuru / ru ggelsuminu, ri / carrubbi. / ’Unn’agghicava ’u ciàvuru ru mari. / Ma eu ci jia, ddà, / pi sèntilu. / ’U silenziu chi cc’era / nna sta ncufata ru / Stagnuni. […]”.

Lasciamo il treno e ci imbarchiamo al porto di Palermo verso l’ultima tappa del nostro viaggio: la Sardegna. Il poeta Peppino Mereu (1872-1896), nato a Tonara, dedicò alla sua città natale l’omonima poesia: “O gentile Tonara, / terra de musas, santa e beneitta, / Patria mia cara, / cand’est chi b’happ’a benner in bisitta? / E m’has a dare sa jara / abba de Croccoledda tantu fritta? / A cando ’ider sas nies, / sas c’happo appettigadu ateras dies?… […]” (Poesias, Ilisso, Nuoro, 2005).

Sulla coste della Sardegna si interrompe il nostro viaggio attraverso le regioni del Mezzogiorno, ma teniamoci pronti a salpare nuovamente.

 

 

Testi citati e letture consigliate

 

Gabriele D’Annunzio, Poesie, BUR, Milano, 2011.

Eduardo De Filippo, Le poesie, Einaudi, Torino, 2016.

Cesare De Titta, Terra d’Oro, Carabba, Lanciano, 1925.

Nino De Vita, Antologia, Mesogea, Messina, 2015.

Giuseppe Jovine, Tra il Biferno e la Moscova, Cartia Editore, Roma, 1973.

Peppino Mereu, Poesias, Ilisso, Nuoro, 2005.

Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1974.

Giovanni Ruffino, Sicilia, Laterza, Roma-Bari, 2017.

Leonardo Sinisgalli, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2020.

Giacinto Spagnoletti, Versi d’occasione, Edizioni dei Dioscuri, Padova, 1984.

 

Immagine: Vista dal finestrino di un treno su un calmo mare blu. Crediti: Anastasiia Tiunni / Shutterstock.com

 

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0