24 giugno 2020

Michele Sovente: Tène na voce ca sape ‘i terra e ‘i mare

 

I Campi Flegrei a partire dal Settecento sono raffigurati generalmente come tappe fondamentali dei grandi pittori e dei celebri poeti durante il Grand Tour. Il giro permetteva loro di ammirare i superbi templi pagani, l’Anfiteatro Flavio, il resto degli edifici termali, le terrazze in declivio verso il Mar Tirreno, e tutta quella varietà ipnotica e sinuosa di promontori, baie, strette e isole che tuttora disorienta i cuori dei viaggiatori. Invece, se voltiamo la medaglia per vedere il lato più scoraggiante, il territorio campano ospita uno dei siti storici più deturpati del Paese, a causa dell’indifferenza politica e della vergognosa espansione edilizia. Tuttavia l’area flegrea non merita alcun manicheismo, alcuna fama riduttiva. Essa conserva una bellezza così invadente da risultare pericolosa. Una terra che cova fuoco da millenni e muove il suolo come una divinità epilettica.

Alle spalle del porto di Miseno, costellato di crateri, si trova il lago. Si crede che lungo quello spazio d’acqua poco profondo Caronte avesse condotto le anime dei morti verso gli Inferi. Poco distante, un bacino più interno collegato alla spiaggia di Miliscola, in passato sede di cantieri navali. Lì veniva armata la più grande flotta dell’Impero romano che controllava tutto il Mediterraneo occidentale. La stessa si riforniva di acqua dolce grazie ad un’immensa cisterna a pianta rettangolare, la Piscina Mirabilis. Le navate ricoperte di vegetazione e sbrecciate dalla luce chiedono ancora oggi al visitatore un raccoglimento indecifrabile, mistica che fora i pori. Cappella, frazione di Bacoli e Monte di Procida, abbonda di reperti, odora di salsedine: sono i sepolcri e gli ipogei dei marinai e degli ufficiali della flotta romana che affollano la necropoli del centro abitato. Sotto la piazza principale, il complesso funerario si estende per chilometri lungo la strada antica che collegava Miseno con Cuma. Questo tratto, coperto dal cemento delle case, ribolle di spiriti.

Il poeta Michele Sovente (Cappella, 1948 - Cappella, 2011) aveva un canale privilegiato con l’aldilà, un rapporto particolare con le presenze intangibili. No, egli non era la parodia di un medium, bensì amava affidarsi al remoto come un uomo conquistato dall’immaginazione. Entrava nel santuario oracolare e si confidava con la Sibilla Cumana, scriveva i suoi versi e disfaceva la parete del linguaggio, così come dichiarava W.B. Yeats:

 

«Eppure non sfuggiamo mai a lungo alla fantasmagoria né possiamo dimenticare a lungo che ci troviamo in mezzo ai mutaforma. A volte anche la nostra mente forma quella sostanza misteriosa, che potrebbe essere la vita stessa, assecondando il desiderio o costretta dal ricordo, e i morti, non ricordando più il loro nome, diventano i protagonisti del dramma da noi inventato».

 

Prima di tutto bisogna dire che la poesia di Sovente si identifica con la colpa, attraverso condutture innervate di storicismo gramsciano. Egli esamina la propria lotta, attraverso una crisi di coscienza in cui il dissenso verso la società vischiosa, più che liquida, interagisce con la volontà di restituire all’arte la sua umana integrità. Il suo discorso sembrerebbe psicanalitico, in realtà si sottopone ad una radiografia collettiva. L’Io in questione non è autoreferenziale, di riflesso, piuttosto tende ad affermare l’aspirazione dell’uomo di stare al mondo, così in Mio sogno:

 

«[…] mio sogno / di avere tutto per me un palcoscenico / dove allevare infiniti personaggi / come polli ruspanti: mio sogno / di tacere / parlando con sommessa rabbia, di / fare storia / criticando la mia cronaca: mio / sogno di curvare l’io / in callo, in segno mobile, in parola / multicolore: mio sogno / di erodere ogni sogno: / concretizzarmi».

 

Il poeta flegreo, vincitore del premio Viareggio nel 1998 con la raccolta Cumae (Marsilio) ‒ ora riproposta da Quodlibet a cura di Giuseppe Andrea Liberti ‒, è un acuto modellatore della parola. La sua ricerca poetica vive di varianti, indossa espressioni iridate, abbraccia tre versanti linguistici: l’italiano, il dialetto cappellese e il latino. Per comprendere a fondo l’artificio, occorre superare la patina classica dei versi: la pagina, con un’atmosfera nebulosamente lucreziana, è proiettata in una modernità sperimentale, anamnesi e agnizioni intelaiano la figura del poeta, rivestita di echi dannunziani («Io, il vate Sovente») e di accenni clowneschi («Io: l’istrione / soave»). Michele Sovente scende nel suo scantinato come Virgilio nell’Inferno, ma non è la guida di nessuno se non della sua stessa ombra peccaminosa e grottesca:

 

«[…] Ego in Suburra tibi scelera fingo / perennia. In subsole facunda mihi solum tu / pingis mendacia solemnia. Ephebus ego qui Venerem / ambit. Canens famulus ego facunde in subregno»[1].

 

Sovente si solleva e si abbassa senza preavviso come in un avido amplesso con la sua terra. La sua lingua nasce orfana, in cerca di una madre erosa dal mare come il tufo, sepolta dalla cenere di un vulcano irrequieto:

 

«Me mòvo? Stóngo fermo? / È cchiù buòno si sto fermo / o si me mòvo? ‘I ccase / sóngo fatte ‘I ccase / sóngo fatte ‘i prète, pe’ chésto / nisciuno ‘i mmòve. Io tèngo / ‘ncuórpo sanghe acqua ruvine / e mó me stóngo fermo / e mó me mòvo»[2].

 

 

[1]«[..] Nella Suburra murato, a te fingo / il mio ghetto efferato. Dal tuo sottosole spargi / uno smalto loquace sulle mie ingenue vergogne, / sulle mie brutali menzogne. L’efebo io / a Venere corteggiare. Io: lo straccione geniale / che va cantando nel / il suo sottoregno». Michele Sovente, Per specula aenigmatis, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. 14-15.

[2]«Mi muovo? Resto fermo? / È meglio se sto fermo / o se mi muovo? Le case / sono fatte di pietre, perciò / nessuno le muove. Dentro ho / sangue acqua rovine / e ora sto fermo / e ora mi muovo». Michele Sovente, Carbones, Garzanti Editore, Milano, 2002, pag. 77.

 

Crediti immagine: Foto di MICHELE DOCIMO da Pixabay

 


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