12 marzo 2018

Milano nascosta: Casa degli Atellani e Vigna di Leonardo

Milano, si sa, è una città che propone scoperte di prima grandezza e beni culturali di eccezionale valore. Chiese, musei, monumenti e palazzi raccontano una storia insigne e sempre appassionante, a cui tuttavia si accompagnano, silenziosi, anche percorsi meno noti, con autentiche perle per gli intenditori del viaggio, dell’arte e della cultura.

In corso Magenta, a due passi dal celeberrimo Cenacolo e dalla basilica di S. Maria delle Grazie, se ne nasconde una: quella della Casa degli Atellani e della Vigna di Leonardo. Si tratta di una dimora storica rinascimentale, perfettamente inserita nel peculiare contesto milanese delle case-museo, e del vigneto del maestro vinciano, recentemente riportato in vita. La visita qui proposta prende le distanze dal turismo feticistico tanto di moda di questi tempi, delineando un percorso di scoperte minuziose e colti dettagli, innestati in un ambiente signorile, capace di accogliere memorie secolari e moderne interpretazioni.

La Casa degli Atellani, costituita da due abitazioni e riformata da Pietro Portaluppi nella prima metà del Novecento, risale infatti al XV secolo, quando gli edifici che la compongono furono donati da Ludovico il Moro a Giacometto di Lucia dell’Atella, cavaliere e scudiero di corte. Negli stessi anni, lo stesso Sforza donò a Leonardo – chiamato a Milano per la realizzazione del Cenacolo – un vigneto impiantato a poca distanza. Vigna ed edifici si trovavano nel cosiddetto Barcho Ducale, il quartiere destinato alla residenza dei cortigiani dello stesso Sforza, successivamente trasformato dagli interventi ottocenteschi dell’architetto Domenico Aspari. Con gli Atellani (o della Tela) la dimora costituì un vivace punto di riferimento della vita mondana di corte e passò di mano solo nel XVII secolo, alternando alla proprietà i conti Taverna, i Pianca e quindi i Martini di Cigala. Nel XX secolo l’intero complesso con annesso giardino fu acquistato dal senatore Ettore Conti, che ne affidò al genero Portaluppi la ristrutturazione e la trasformazione, avvenute prima e dopo i terribili bombardamenti del 1943.

Gli interventi portaluppiani, che demolirono le mura delimitanti le corti originarie creando un unico accesso, conferirono alla casa la configurazione che possiamo ammirare oggi. L’impronta inconfondibile dell’architetto milanese, il suo ingegno e il gusto della mescolanza di elementi apparentemente inconciliabili tra loro si ritrova a ogni sguardo: parti di guglie del duomo si accompagnano in cortile a statue, capitelli, colonne antiche, scranni ecclesiastici. Nel porticato si notano affreschi del 1533, realizzati per le nozze tra Francesco II Sforza e Cristina di Danimarca; sul cancello compare il motivo dell’orifiamma; le finestre a triangolo polilobato aprono un dialogo tra l’abitazione e corso Magenta. All’interno stupiscono la Sala dello Zodiaco, menzionata già nel 1544, in cui affreschi rinascimentali autentici (di autore ignoto) si alternano a lunette e astrolabi portaluppiani; la Sala di Bernardino Luini, con gli affreschi del soffitto e delle volte e i ritratti degli Sforza (copia novecentesca degli originali, proprietà del Comune di Milano e custoditi al Castello Sforzesco); la Sala dello Scalone, elemento di forte impronta portaluppiana, con gli stemmi nobiliari dei Taverna, dei Pianca e dei Martini incastonati nella balaustra; il monumentale studio di Ettore Conti, con lo stemmone sforzesco e la biblioteca rivestita di una straordinaria boiserie con cariatidi, di scuola valtellinese. Al piano superiore, ambienti di rappresentanza si accompagnano a una sala da pranzo sovrastata da una travatura a soffitto con capitelli di varie fogge e materiali, di tipica matrice portaluppiana come gli arredi e le decorazioni.

Il consiglio, in questa casa, è comunque quello di indugiare sui particolari, perché è nei dettagli che l’arte mimetica di Portaluppi dà il meglio di sé: mosaici pavimentali geometrici o simbolici, intarsi in marmo, librerie a forma di contrabbasso, meridiane affrescate, crocifissioni quattrocentesche e motti latini disegnano un percorso inedito e molto generoso con chi sa vedere, oltre che guardare.

All’esterno si apre il Giardino delle Delizie, di ispirazione decadente, concluso dall’ultima scoperta. è la vigna leonardesca: un gioiellino storico ed enologico, ripristinato in occasione di Expo 2015 grazie al ritrovamento di materiale organico in loco, che ha consentito di risalire al DNA del vitigno originario, la Malvasia di Candia Aromatica. I nuovi filari sono stati disposti secondo i camminamenti del tempo e dà una suggestione particolare immaginare Leonardo al lavoro qui, tra le viti, proprio dove oggi – secoli dopo – stiamo passeggiando noi.

 

Informazioni su visite, orari e biglietti sono disponibili qui: vignadileonardo.com


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