25 settembre 2014

Mosca-Petuškì: torna il capolavoro

Personalmente, se mi trovassi nelle condizioni di bere del profumo, sceglierei qualcosa di secco. Per esempio Zino Davidoff. Ma perché uno dovrebbe bere del profumo? Ai tempi dell'Unione Sovietica era più difficile procurarsi da bere e lo scrittore Venedikt Erofeev, come altri alkogolik, era un ospite temuto: se lo invitavano dovevano far sparire i profumi. Altrimenti se li scolava. Spesso profumi femminili – quelli più facili da trovare – e quindi dolciastri. Per i cocktail si potevano mischiare al deodorante per i piedi e altre soluzioni. Questa cosa tremenda di bere i profumi c'è anche nei libri di Sergej Dovlatov, scrittore vicino a Erofeev nel raccontare i deliri alcolici e il sarcasmo disperato contro il sistema. Chissà qual è il profumo più buono da bere secondo i due intenditori. O il meno peggio. Se fossero vivi ne nascerebbe una bella tavola rotonda – con degustazione finale di profumi sovietici? -, ma c'è poco da scherzare e se ne sono andati tutti nel '90, appena prima di poter vedere il crollo dell'Urss, in tempo per quello del muro. Dovlatov viveva negli Stati Uniti, ci dava sempre dentro con la bottiglia ma forse era conciato un po' meglio di Erofeev. Erofeev è rimasto in Russia dove nell'89 finalmente hanno pubblicato Mosca-Petuškì, il suo poema ferroviario in prosa, che circolava in samizdat dagli anni '70 ed era uscito per la prima volta in Israele. Prima che l'operassero per un cancro alla gola, ha fatto in tempo a registrare la lettura, oggi disponibile su Youtube. Dal famoso incipit (“Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto”.) alla mattanza delle ultime righe: “E mi avevano infilato il punteruolo dritto in gola… Dopo avere perso la voce per l'operazione, lo hanno intervistato in un docu-film dedicato al poema ferroviario, girato da Pavel Pavlickij, regista polacco che vive in Gran Bretagna, anche questo disponibile su Youtube. Con Erofeev, che parlava grazie a un laringofono ed era straziante, ci sono alcuni amici, compagni di vita ai margini del sistema sovietico. Un vecchio compagno di sbronze ricorda il cocktail “Lacrime della giovane comunista”: acqua di Colonia e lozione antiforfora. Ma secondo quanto scritto in Mosca-Petuškì quello sarebbe invece il cocktail “Trippa di cagna”...Un altro amico, il “Baffonero” del libro, ricorda le gare che facevano alla mattina per sorteggiare a chi toccava uscire per procurarsi da bere: leggevano poesie e il primo che sbagliava doveva andare. Erofeev è nato nel '38 in un insediamento sulla ferrovia, nell'oblast di Murmansk, circolo polare artico. Il padre finisce nel Gulag sotto Stalin, alla madre tolgono la tessera alimentare e abbandona i figli. Venedikt (Benedetto, in russo) e cinque fratellini finiscono all'orfanotrofio. Studente di belle speranze, con un ciuffo incredibile che conserverà fino alla fine, arriva a Mosca come migliore studente, viene ammesso all'ambitissima università Mgu (Filologia). Lo buttano fuori perché rifiuta l'addestramento militare. A un maggiore che gli dice “l'equipaggiamento è tutto” risponde: “Lo diceva anche Goering. Tra l'altro l'hanno impiccato”. Per campare si arruola in una kabelnaja brigada, una squadra di operai che mette i cavi sotto-terra. Come racconta l'amico e compagno di brigada Vadim Tichonov, cui è dedicato il libro, lavoravano, si bevevao subito la paga, dormivano dove capitava, spesso in treno, sulla linea Mosca-Petuški. Se mischiamo i beat con Delitto e castigo abbiamo idea del tipo di vita che facevano. Ma non siamo in America e non c'erano speranze di diventare di moda... Si poteva vivere ai margini del sistema ma non salirci in cima. Difficile, per Erofeev come per Dovlatov, parlare di dissidenza. Nessuno di loro avrebbe voluto essere classificato come dissidente. Dovlatov per pubblicare è dovuto emigrare a New York, dove è morto a 48 anni. Erofeev si è accontentato del successo in forma di samizdat, e poi è morto a 51 anni quando iniziava a godersi la fama. Il suo percorso letterario e umano è all'insegna dello spreco magnifico, dell'autodissipazione. I tempi non permettevano di meglio. Chi voleva essere libero scriveva per quattro amici. Erofeev diceva di avere scritto un romanzo intitolato Šostakovič e incentrato sulla figura del compositore. Ma è andato perduto. Glielo avrebbero fregato, in treno naturalmente. Nel documentario se la prende con i “bastardi” che vedono solo l'aspetto comico di Mosca-Petuškì, che invece è profondamente tragico. L'amico Tichonov spiega che non c'era nient'altro da fare che bere, per anestetizzarsi, soprattutto quando eri in un posto come Petuškì. L'ebbrezza, l'oblio, il risveglio, la realtà e la nausea, sono una condizione esistenziale che riguarda tutti, non solo chi si prende una ciucca nera. Terminato nel '70, Mosca-Petuški è un libro difficilmente classificabile ed etichettabile – come il suo autore e a differenza delle bottiglie - perché non è solo un resoconto di un viaggio sotto influsso dell'alcol ma qualcosa di più complesso e potente. Un monologo denso, con temi diversi e diversi livelli di lettura, persino una dichiarazione di guerra alla Norvegia. In Francia è stato tradotto come Moscou-sur-vodka, Mosca sulla vodka, facendo eco a certi nomi di città fluviali russe come Rostov-sul-Don. Ci sono fiumi di alcol qui ma non solo: siamo tutti ubriachi. Anche se lo scrive “senza pretese”, per rallegrare e per intristire gli amici, ci sono elementi religiosi, un tono profetico, un finale da crocifissione, dopo una trentina di tappe. Erofeev si farà battezzare nell'87 a Mosca, abbraccia la fede cattolica “poco prima di morire, come l'imperatore Costantino”, regala il Vangelo secondo Giovanni ai compagni di sbronze. Questa l'avvertenza dell'autore, con cui inizia il viaggio: “La prima edizione di Mosca-Petuškì, dato che era in un esemplare solo, si è esaurita rapidamente. Da allora mi sono arrivate molte lamentele per il capitolo 'Serp i molot-Karačarovo', del tutto a sproposito, devo dire. Nell’introduzione alla prima edizione avevo avvisato tutte le fanciulle che il capitolo 'Serp i molot-Karačarovo' dovevano saltarlo senza leggerlo perché dopo la frase 'E giù a bere' seguiva una pagina e mezza di turpiloquio schietto” e così via. Al netto dell'ironia, il turpiloquio ai tempi sovietici era vietato mandarlo in stampa. Non è solo questione di forma. Non mancavano altri elementi per dispiacere al potere. Quale messaggio reca la bottiglia nella sua deriva ferroviaria? Cose di questo tipo: “Oh, se tutto il mondo, se tutti, al mondo, fossero come sono io adesso, mite e pavido, e se non fossero sicuri di niente, né di sé stessi, né della serietà del proprio posto al sole, come sarebbe bello! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessuna mania, una generale vigliaccheria”. Non meno rassegnate le considerazioni sull'anima russa, che si riflette negli occhi che lo guardano: “Qualsiasi cosa succeda al mio paese, nei giorni dei dubbi, nei giorni delle gravose riflessioni, nell’ora delle prove di ogni tipo e delle sciagure, questi occhi non batteranno ciglio. Per loro è tutta manna dal cielo… Mi piace il mio popolo. Sono contento di essere nato e di essere diventato grande sotto gli sguardi di quegli occhi”. L'alcol è il tormento, anzi il tormentone ma Erofeev si considera in buona compagnia. Prendiamo il poema di Blok Il giardino degli usignoli: “se si mettono da parte, naturalmente, tutte quelle spalle profumate e quelle nebbie poco illuminate e queste torri rosa in cornici fumanti, lì nel poema c’è un personaggio lirico che perde il lavoro per via dell’ubriachezza, delle troie e dell’assenteismo”. L'amico Aleksander Bondarev ha detto che se fosse vivo Erofeev non noterebbe troppe differenze rispetto al passato. Bondarev gli ha commissionato, negli anni '80, un'opera. Non la consegnava mai e così l'amico un giorno gli ha chiesto se aveva pronto qualcosa. Erofeev gli fa vedere un quaderno di appunti. Erano frasi sgradevoli di Lenin e così è nata l'idea di farci un libro. È nato così Moja malen'kaja leniniana, La mia piccola leniniade. Queste alcune delle perle: “Dite all'istituto scientifico-alimentare che nel giro di tre mesi devono fornire informazioni precise e dettagliate sulle possibilità di ricavare lo zucchero dalla segatura”, “Consiglio di seppellire tutti i teatri”. La mia piccola leniniade non è stata ancora tradotta in italiano. Al contrario il libro di culto, il poema ferroviario, ha avuto alcune traduzioni ma qui era ormai praticamente scomparso dalle librerie. Lo ha riproposto Quodlibet, con la traduzione e la cura dello scrittore Paolo Nori, che si era appena cimentato col più ponderoso e classico Oblomov. Nel documentario di Pavlickij, Erofeev vive al tredicesimo piano di un palazzo a Mosca con la seconda moglie, Galja Nosova. Non fa più vita randagia da un pezzo, può assistere alla prima teatrale di una pièce tratta da Mosca-Petuškì, si indispettisce per gli applausi, ormai “è fottuto”, ha il tempo contato. Galja, che compare spesso nel video, si butterà dal balcone di quella casa tre anni dopo la sua morte. 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0