30 aprile 2018

Musica per i lavoratori

Il connubio tra musica e politica, l’entrata ‘epica’ della musica nel discorso pubblico, risale a fine Settecento, nella sua forma più esplicita all’inno rivoluzionario della Marsigliese (1792), la cui virulenza ci lascia oggi forse un po’ spiazzati. Tale legame si è andato saldando nel corso del Risorgimento, con gli inni patriottici, e nel Novecento – in modo preponderante negli anni Sessanta e Settanta – si è espresso in forme talmente varie, raffinate e incisive che si può dire che non ci sia stato movimento politico-culturale che non abbia avuto la sua precipua colonna sonora.

In questa – nelle epoche passate – inattesa storia d’amore, i lavoratori e il sindacato hanno avuto certamente un ruolo preminente. In Italia a scrivere il loro Inno fu il leader socialista Filippo Turati nel 1886, a significare quanta capacità motivante si attribuisse alla musica, che ebbe subito molto successo, ma tutta la fatica, lo sfruttamento, le privazioni del lavoro salariato furono raccontate da numerosissime espressioni di cultura popolare rimaste anonime, il cui esempio più celebre è forse costituito, anche per la leggiadra ironia che lo caratterizza, da Sciur padrun da li beli braghi bianchi.

Nel corso del Novecento la musica sociale e politica divenne anche, e sempre più, autoriale – nonché commerciale –, poetica, raffinata, meno pensata per essere cantata in coro o per incitare direttamente le folle. Nella prima parte del secolo il più importante cantore delle lotte sindacali del lavoro salariato deve senz’altro identificarsi in Woody Guthrie, benché negli Stati Uniti la funzione storica del sindacato sia poi stata assai differente da quella da lui immaginata, essendosi estraniato il movimento sindacale da qualsiasi vocazione internazionalista, al punto che il 1° maggio neppure viene considerato festivo: ricordiamo dunque la sua You gotta go down and join the union.

Venne invece scritta dal sindacalista e compositore Joe Hill nel 1913 There is power in a union, riproposta nel corso del tempo da numerosissimi interpreti e conosciuta soprattutto nella versione di ‘Utah’ Phillips, anch’egli sindacalista: ha lo stesso titolo, ma musica e testi diversi, la ben più recente e forse oggi ancora più nota canzone di Billy Bragg, che pure richiamiamo.

Sempre in inglese, ma diffusa soprattutto nell’invece sindacalizzatissimo Regno Unito della seconda metà del secolo, menzioniamo poi la canzone più eseguita durante la lunga stagione di lotte che contrappose i minatori (appoggiati anche dalle altre categorie) al governo conservatore di Margaret Thatcher: Which side are you on (scritta anch’essa da un’americana, Florence Green, nel 1931, e resa poi famosa nella versione di Pete Segger, che richiamiamo anche nella esecuzione del britannico Billy Bragg).

Tornando in Italia, merita attenzione, anche per la raffinatezza della composizione, il racconto dell’impatto della mobilitazione collettiva dei lavoratori sulla caduta della dittatura fascista dei milanesi Stormy Six: Stalingrado - La fabbrica.

Concludiamo con un esempio che manifesta la propensione internazionalista del movimento sindacale nella gran parte del pianeta, anche nella scelta delle tecniche espressive oltre che dei temi: il ricordo del martire del movimento sindacale nell’America latina Chico Mendes del gruppo dei marchigiani The Gang.

 

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