04 novembre 2013

Nell'arena della musica online

E così ci proverà anche YouTube (ovvero Google, che ne è proprietaria) a vendere musica online con la modalità dello streaming, già usata con successo (da quale punto di vista, lo vedremo) da Spotify. Prima della fine dell'anno, come anticipato nei giorni scorsi dalla rivista Billboard, Youtube dovrebbe rivelare i dettagli di un servizio che permetterà di guardare video musicali (o solo di ascoltare il relativo audio) dietro pagamento di un abbonamento, probabilmente nell'ordine dei 10 dollari al mese. YouTube resterà gratuito come è oggi, ma una sua parte darà accesso a un repertorio più ampio di contenuti musicali, accessibili senza doversi sorbire pubblicità come avviene oggi su Vevo (la sezione sponsorizzata del portale che ospita i video ufficiali di molti artisti pop). Non si hanno ancora dettagli, ma è facile pensare che il servizio permetterà di ricercare i brani per artista, album o genere come già permettono di fare iTunes o Spotify, e permetterà di ascoltare album completi senza andare alla ricerca delle singole canzoni come per lo più richiede l'attuale ascolto di musica su YouTube.

A YouTube tengono le bocche cucite e insistono di non avere nulla da dichiarare al momento, ma secondo il New York Times YouTube ha già concluso accordi commerciali con le maggiori etichette musicali (Sony, Universal e Warner) più alcune indipendenti per pubblicare parte del loro catalogo. Il portale di video otterrebbe così due risultati: risolverebbe le controversie legali che spesso lo contrappongono agli editori musicali, che un giorno sì e un giorno no richiedono di eliminare dal sito video musicali caricati dagli utenti. E metterebbe un piede in uno dei pochi modelli di business online che finora abbiano dimostrato qualche sostenibilità: lo streaming a pagamento di musica, ascoltata da computer ma più ancora da dispositivi mobili (smartphone e tablet).

A mostrare la strada, naturalmente, è stato Spotify. La società svedese, nata nel 2006, offre musica on demand gratis (inframmezzata da pubblicità) oppure abbonamenti mensili per ascoltare (e scaricare) musica senza interruzioni da un vastissimo catalogo. Può vantare un fatturato nel 2012 di 435 milioni di Euro, doppio rispetto all'anno precedente. Non sufficiente ad andare “in nero” col bilancio: le perdite si aggirano sui 58 milioni di dollari, anche queste in aumento rispetto al 2011. Ma i portavoce della società insistono che Spotify è ancora nella fase di costruzione e che, a forza di aumentare gli utenti (sono 20 milioni al momento, di cui 5 milioni paganti) e il catalogo, il break even e poi i profitti arriveranno.

Tra i musicisti, però, non c'è troppo entusiasmo per la crescita di Spotify. Grandi nomi come Thom Yorke dei Radiohead e David Byrne hanno criticato il suo modello di business, ritirando la propria musica dal suo catalogo e accusandolo di soffocare economicamente i giovani artisti. Il 70 per cento dei suoi incassi ai detentori dei diritti musicali, ma per lo più questo vuol dire pagare le case discografiche e gli editori musicali. Solo una percentuale trascurabile va ai musicisti. E se per il back catalog, i vecchi dischi, questo può funzionare, il modello non permette ad artisti emergenti di vivere della propria musica. E rischia, neanche tanto a lungo andare, di uccidere la creatività musicale tagliando fuori i musicisti dai guadagni (già molto più magri che in passato) generati dall'industria.

Spotify assicura di essere pronta a lavorare con i musicisti per trovare soluzioni che rendano tutti contenti. Va da sé che passare per nemico di alcuni degli artisti più seguiti e apprezzati dai propri clienti non è una grande pubblicità, e la società svedese dovrà metterci una pezza. Potrebbe approfittarne proprio YouTube, magari negoziando condizioni migliori per gli artisti e strappando al rivale alcuni di quei grandi nomi che in modo tanto eclatante hanno sbattuto la porta in faccia a Spotify. Per ora sono solo illazioni, ma per la fine dell'anno se ne dovrebbe sapere di più. 


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