16 luglio 2019

Nelle mie vene, di Flavio Soriga

Nelle mie vene, di Flavio Soriga, è il romanzo di Aurelio: uno sradicato («Se non sarò tornato, se non avrò cessato di essere uno sradicato», p. 19), di un ragazzo che ha lasciato la sua isola che è la sua terra (più che essere il mare che ha intorno, che richiama invece tutti quelli che se innamorano per un’estate o poco più) e ha cercato di vincere quell’ansia di povertà che da sempre si porta addosso, spostandosi verso Roma e iniziando a vivere e lavorare tra Roma e Milano, tra la capitale d’Italia e la (non) «capitale benvestita» (p. 29), quella città in cui proprio non riesce a sentirsi a suo agio («È ora di andare a Roma, una città in qualche modo mia, infinitamente più mia di Milano», p. 90). Ha conosciuto gli alti e bassi dei mestieri creativi, di chi vive di parole, di chi raccontando finisce a lavorare nel mondo della televisione («Ci sono gelosie, alleanze solide, amicizie precarie, odi sempiterni, c’è bisogno di primeggiare, c’è tradimento, scoramento, ambizione, perseveranza», p. 172).

È anche una storia di un uomo (ma potrebbe essere di tanti) che convive con una malattia cronica («Mi chiamo Aurelio Cossu, Ho quarantaquattro anni e sarei dovuto morire quando ne avevo una decina. Ogni tanto me ne dimentico, anzi me ne dimentico quasi sempre, forse è per questo che sono vissuto tanto a lungo», p. 107), la talassemia, che lo accomuna a suo cugino Alessandro («Accomunati dalla sorte che aveva fornito a ognuno di noi un midollo non funzionante», p. 43): stesso destino, ma una persona così diversa ...

Aurelio è tanti pensieri, è ombroso, molto meno attraente del cugino, rispettoso delle regole dei genitori. Aurelio è uno che sa che, come cantava De Gregori in quella canzone ascoltata a scuola anni fa, la storia è questo piatto di grano, il piatto di grano di molti («La storia siamo noi, Cossu e Marras e Meloni, è questo piatto di grano che sappiamo coltivare da sempre, nessuno si senta escluso, i miei zii che sanno tutto della campagna e le mie zie che cucinano piatti meravigliosi, quella volta sì che mi era sembrato che la scuola mi stesse dicendo qualcosa, un giorno su mille», p. 40).

Aurelio è un uomo saggio, umano, maturo che sa che la vita è complicata, come gli ha detto un uomo, anni fa («Aurelio, u mondu è complicato», p. 251), ma che è complicata per tutti e, a volte, è bene tacere e aspettare la calma prima di condividere i nostri pensieri con gli altri, che sicuramente avranno i loro («Perché quarant’anni di vita ti hanno insegnato che non è sempre giusto né utile cercare di condividere il peso di certi momenti. Perché non è giusto scaricare il peso dell’angoscia su chi si è già fatto carico così spesso della tua pesantezza, perché la vita talvolta fa delle curve che ti solleva in aria e ti sbatte contro un muro e dopo devi camminare piano, zoppicando, e certe volte capisci che è importante tenere questo dolore per te, o questa confusione o indecisione sulla quantità di pensieri e preoccupazioni che è giusto condividere o no, e allora magari alla fine pensi Meglio se non la chiamo, ora, meglio domani», p. 31).

Nelle mie vene è anche una storia di buoni amici, di gente vera, inventata e domata da una voce, quella di Flavio Soriga, che è la voce di chi i libri non li scrive, ma li canta e racconta, anche; una voce di chi sa come, nonostante tutto, sia possibile, eccome, ancora emozionarsi («Siamo vivi perché ci emozioniamo ancora a scoprire un autore di poesie che scrive quello che avevamo sempre pensato e mai trovato il modo di dire», p. 160); la voce di chi cerca una risposta nei sogni dell’amico Peresson («Che non abbiamo il diritto di arrabbiarci, mi ha detto nel sogno Gianfranco Zola, olienese del Mondo. Peresson, mi ha detto Zola, Non sprecare il tuo tempo con la rabbia futile», p. 158).

Forse abbiamo tutti qualcosa da imparare da Aurelio, da Peresson, da chi passa all’Hemingway cafè e sogna di aprirne uno, magari più vicino a casa, perché ci sono posti e persone che ci salvano e tutti noi dovremmo averne («Perché questo caffè libreria, non c’è dubbio, è anche, tra le tante cose, un rifugio di perdenti e di sbandati, di gente che cerca di rimettersi in sesto, in qualche modo, dopo vite tribolate e amori finiti male», p. 178).

 

Flavio Soriga, Nelle mie vene, Bompiani, 2019, pp. 280

 

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