18 gennaio 2021

ACT. Opera (al tempo di Covid-19)

Mostre annullate o rinviate. Fiere in difficoltà. Mercato in crisi. Collezionisti prudenti. Sono tempi opachi e incerti, per gli artisti. Che, in questa stagione di paure e di angosce, continuano a lavorare, nascosti dentro quelle parentesi protettive che sono i loro studi. Alcuni (come, tra gli altri, Ai Weiwei, Damien Hirst, Shirin Neshat, Jenny Holzer, Takashi Murakami e Banksy) si pongono in dialogo con i paesaggi drammatici del presente, dominati da un evento assoluto come la pandemia che ha definitivamente cambiato il nostro modo di pensare il XXI secolo, arrivando a sospendere finanche “l’inevitabile del sempreuguale”, come ha osservato Donatella Di Cesare in Virus sovrano?. Dinanzi al nemico invisibile che, come un veleno letale, si è insinuato in esistenze governate dal bisogno di programmare, altri artisti, invece, preferiscono rifugiarsi nei territori inospitali dell’io.

Per cogliere queste oscillazioni, andate a fare una passeggiata in quello straordinario museo immaginario che è Instagram. Una sorta di pinacoteca dilatata, infinita, senza pareti, frequentata da un pubblico vastissimo e liquido di follower. Una Kunsthalle immateriale, che continuamente viene arricchita di nuove visioni. Ne sono autori alcune tra le maggiori personalità dell’arte contemporanea. Che quasi quotidianamente postano fotografie e video. Certo, per autopromuoversi. Ma soprattutto per svelarsi. Per raccontarsi nel proprio privato. Per comporre diari in progress. Per dar voce a urgenze testimoniali. Per riportare frammenti di vita. E ancora: per condurre dietro il backstage dei loro progetti espositivi. Per anticipare installazioni cui si stanno dedicando. Talvolta, per consegnare provocazioni. E anche per sottrarsi, pur se provvisoriamente, alle imposizioni del cosiddetto artworld.

Forse è proprio qui il senso del crescente interesse nei confronti dei social da parte di Ai Weiwei, Vhils, Hirst, Holzer, Kapoor, Banksy, Sherman, Atkins, Koons, JR, Zehra Doğan, Neshat, Rirkrit Tiravanija, Abramović, Goldin, Fairey, Eliasson e Murakami, i quali, anche se esprimono istanze non contigue, sono animati dalla consapevolezza che, nell’art system, sia in atto una svolta decisiva.

Per secoli – dal Rinascimento in poi – gli artisti hanno avuto come principali committenti una ristretta élite ecclesiastica e laica, culturalmente preparata, che non avvertiva il bisogno di farsi consigliare da eruditi. Nel Novecento il linguaggio artistico è diventato sempre meno chiaro e leggibile. Facoltosa, ma incerta sul proprio gusto, la borghesia ha sentito la necessità di affidarsi ai critici per decifrare sintassi misteriose. Così, intorno all’opera d’arte, è cresciuta una rete composta, oltre che da interpreti, da direttori di musei, da galleristi, da mercanti.

Questa galassia sembra, ora, stia per dissolversi. Si appresta a diventare come un “luogo” inattuale, non troppo diverso dalle agenzie di viaggio, oggi condannate a una funzione residuale. Ogni selezione ragionata viene messa in crisi: non si considerano più necessarie e indispensabili le mediazioni del critico, del gallerista o del collezionista. Nel web ci si illude di conoscere tutto, di avere tutto a portata di mano, di poter fare a meno di qualsiasi filtro, di qualsiasi “esperienza”.

Dinanzi a questi scenari il sistema tradizionale dell’arte appare indifferente. Continua a operare come se fossimo ancora nell’epoca di Duchamp o di Warhol. Si pensi a istituzioni prestigiose come la Biennale di Venezia e la Documenta di Kassel, che si proclamano d’avanguardia, mentre appaiono convenzionali, ancorate a una logica tipicamente novecentesca. 

Forse anche in implicita polemica con queste chiusure, molti artisti di oggi scelgono di abitare i social, ponendosi in sintonia con quella che Maurizio Ferraris ha definito la “civiltà documediale”, i cui tratti principali sono: mobilitazione totale; frenetica attività di registrazione; sviluppo di un lavoro implicito, continuo e gratuito (tutti democraticamente fabbricano testi); proliferazione di dati (ogni nostra azione produce documenti pronti a essere archiviati e, insieme, ciascuno di noi è ricettore e produttore di messaggi).  

Nell’era della “documedialità”, le immagini riprodotte sui siti e sui social non sono semplici fotografie mute ma “data-design”: rappresentazioni di eventi artistici, che chiedono di essere usati e performati da noi. Del resto, ha ricordato Boris Groys in In the Flow, «la visualizzazione del dato digitale si configura sempre come un atto interpretativo da parte dell’utente». Mentre nell’off-line l’atto di contemplazione non lascia nessuna traccia, sul web ogni nostro spostamento da un link a un altro viene registrato e conservato, trasformandoci da spettatori in attori concreti.

Di fronte ai radicali cambi di paradigmi imposti dai new media, molti artisti scelgono di aderire alla mediasfera, invadendola con iconografie destinate ad arricchire quello sterminato archivio che è il web: quasi una concretizzazione dell’Aleph di Borges. Opere che vengono sovente mostrate nella loro fase processuale, non nella loro compiutezza. Nella maggior parte dei casi, immagini povere, a bassa intensità, instabili, imperfette, accessibili, sottratte a ogni logica di vendita, indifferenti nei confronti dell’economia della rarità. Immagini che, grazie alla compressione e alla leggerezza dei formati in cui sono codificate, possono migrare, circolare con velocità, essere condivise. Infine, “oggetti sociali”, che richiedono atti di comunicazione e di partecipazione. «L’artista di Balzac, che non era mai in grado di presentare il suo lavoro, non avrebbe avuto nessun problema all’interno di queste nuove condizioni; la documentazione degli sforzi per fare un capolavoro sarebbe diventata il suo capolavoro», ha scritto Groys.  

Si tratta di scatti che fanno sempre riferimento al mondo off-line. Non sculture, fotografie, installazioni o quadri dati nella loro concretezza, ma repliche di oggetti dei quali viene preservata l’aura. Metadati che, in filigrana, lasciano affiorare una convinzione precisa: «internet è un mezzo d’informazione, ma l’informazione è sempre informazione di qualcosa e questo qualcosa si trova […] al di fuori di internet, ovvero offline» (come ha osservato ancora Groys). 

Da una medesima convinzione muove Maurizio Cattelan, il quale, nell’aprile del 2019, ha deciso di abbandonare Instagram con un post sberleffo. Fino ad allora, per anni, ogni giorno, Cattelan, sul suo profilo, ha pubblicato una fotografia destinata a sopravvivere solo per 24 ore. Un modo per alludere alla dimensione effimera della comunicazione sui social. Ma forse anche un modo per evocare un’idea “classica” di arte. Al di là dell’epoca in cui è stata prodotta, ogni opera – sembra dire Cattelan – si dà sempre come ostinato tentativo per vincere il tempo.

 

Riferimenti bibliografici

M. Ferraris, Documentalità, Roma-Bari, Laterza, 2009

Z. Bauman Noi, travolti dall’ossessione di restare connessi, in la Repubblica, 6 luglio 2015

A. Baricco, The Game, Torino, Einaudi, 2018

M. Ferraris - G. Paini, Scienza nuova, Torino, Rosenberg & Sellier, 2018

B. Groys, In the Flow (2016), Milano, Postmedia Books, 2018

 

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Immagine: Graffiti che raffigurano due mani con il pollice in alto disegnate su un muro bianco, Riga, Lettonia (8 dicembre 2014). Crediti: DrimaFilm / Shutterstock.com

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