27 maggio 2022

Paese che vai, di Emilio Mazza e Michela Nacci

I francesi sarebbero, secondo alcuni, socievoli e frivoli, secondo altri soprattutto inclini all’astrazione; gli inglesi freddi ed empirici, oppure calcolatori; gli italiani geniali e/o scaltri, a seconda; gli spagnoli passionali e orgogliosi; i tedeschi seri e organizzati… chi di noi non ha mai fatto ricorso a qualcuno di questi stereotipi? Si tratta, appunto, di stereotipi, ovvero di generalizzazioni semplicistiche che tutti sappiamo essere inadeguate, ingannevoli e, soprattutto, non sprovviste di una certa pericolosità, nella misura in cui hanno a che vedere con la scottante materia delle identità e rappresentazioni nazionali. Parlare di caratteri nazionali secondo Max Weber è una manifestazione d’ignoranza; secondo Ludwig von Mises, che se ne occupa ne Lo Stato onnipotente, significa al meglio macchiarsi di fallacia argomentativa; secondo l’antropologo francese Louis Dumont, è indice di un inaccettabile approccio olistico.

            Eppure, si tratta di stereotipi che meritano tutta la nostra attenzione, storica e teorica. Anzitutto, perché ciascuna di queste rappresentazioni, lungi dall’incarnare un giudizio impressionistico ed estemporaneo, ha alle spalle una storia plurisecolare. La tentazione di attribuire caratteri nazionali risale almeno al V secolo a.C., quando Ippocrate presenta gli abitanti dell’Asia Minore come meno coraggiosi e resistenti dei Greci per via del clima più temperato in cui vivono; e gode tra Settecento e Ottocento di uno straordinario favore pratico e teorico: per Montesquieu, Hume, Rousseau, ma anche Kant e Hegel, è pacifico che i caratteri nazionali esistano, e la discussione verte se mai su quali essi siano, e da cosa dipendano. In effetti, i caratteri nazionali – ecco la seconda ragione per studiarli – sono a lungo stati strumento essenziale della riflessione sulle convergenze e differenze tra sé e l’altro; una riflessione non necessariamente volta a sancire confini netti o esclusioni, e non di rado anche funzionale a sollecitare autocritiche o contaminazioni – Montaigne e Montesquieu ricorrono rispettivamente ai “selvaggi” e all’osservatore persiano per esercitare il loro sguardo critico sulla società europea.

            Il volume di Emilio Mazza e Michela Nacci, Paese che vai, propone un lungo viaggio attraverso le teorie dei caratteri nazionali, dall’antichità classica ad oggi, ovvero da Ippocrate, Aristotele e Cicerone, fino ad antropologi come Gregory Bateson o Julio Caro Baroja. Molti studiosi si sono ovviamente confrontati con la questione, soprattutto storici interessati alla formazione delle identità nazionali (per l’Italia si possono citare il volume di Giulio Bollati, L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, 2011, e quello di Silvana Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Laterza, 2010; per la Francia il recente The Shaping of French National Identity di Matthew D’Auria, Cambridge University Press, 2020), così come filosofi, in particolare specialisti di autori come Montesquieu o Hume, che abbondantemente riflettono sui caratteri nazionali; e un precedente importante è quello del filosofo francese Marc Crépon, che ha tentato di distinguere varie tipologie possibili di rappresentazione della diversità umana (ne Les Géographies de l’esprit, Payot, 1996). Ma una sintesi come quella oggi pubblicata mancava; è ora possibile ripercorrere origini, storia, incarnazioni successive e multiformi di una teoria che interseca problemi cruciali per la storia delle idee, la filosofia, la politica.

            Una interminabile diatriba percorre intimamente, sotto forme diverse, la storia dell’idea di carattere nazionale. I caratteri nazionali sono fissi e determinati (dal clima, o dalle istituzioni) oppure sono mutevoli e duttili? Presuppongono ed esigono omogeneità, o sono aperti alla diversità e alla varietà? Tra gli autori che propendono per la prima ipotesi, figurano ad esempio Fichte, in una certa misura Herder, Burke, Maistre; si oppongono invece a naturalismo e determinismo in particolare Hume, Humboldt, Tocqueville, J.S. Mill, oltre a numerosi autori novecenteschi. Siamo di fronte ad un discrimine importantissimo, capace di gettare luce sulla storia di altre idee cruciali, come quella di nazione e di razza. Se inteso secondo la prima accezione, il carattere nazionale diventa un ingrediente fondamentale del nocivo nazionalismo fonte di divisione e guerra; ma la nazione, come avvertiva Renan, è cosa distinta dall’ideale uniforme e chiuso a cui i nazionalisti pensano. Studiare come i caratteri nazionali sono di volta in volta intesi, consente dunque di sorprendere al varco la sottile ma decisiva transizione tra discorso sulla nazione e discorso nazionalista. Così alcuni autori possono concordare nell’attribuire determinati caratteri nazionali ad un popolo, ma divergere per lo spirito e le intenzioni con cui lo fanno. Analogamente, il razzialismo di Gobineau o di Lombroso si è trovato la strada spianata dalla teoria dei caratteri nazionali, della quale si è abbondantemente servito, ma ha impresso alle caratterizzazioni nazionali ereditate dalla tradizione letteraria e filosofica un’avversione per il diverso e una immutabilità nuove nella loro intransigenza, atte a proscrivere incroci, ibridazioni, cambiamenti.

            I pensatori liberali hanno compiuto grandi sforzi per confutare il determinismo spesso associato ai caratteri nazionali, e se oggi il potenziale pericoloso di questi ultimi è tenuto a bada almeno sul piano teorico, lo dobbiamo essenzialmente a loro. In questo senso uno dei meriti del volume di Mazza e Nacci è ricordarci che La democrazia in America di Tocqueville è anzitutto una lunga trattazione fermamente antideterminista sul “carattere” degli Stati Uniti. Al tempo stesso però, i caratteri nazionali non hanno mai smesso di porre ai liberali il problema del rapporto tra carattere (nazionale, ma anche individuale) e libertà. In che misura i soggetti, collettivi o no, sono veramente liberi di autodeterminarsi, e in che misura la Storia e con essa le istituzioni e l’educazione, di fatto e/o volontariamente possono orientarne personalità e sviluppo? Resta in altri termini vivo il dibattito sulla formazione di identità intese come costruzioni sempre provvisorie.

 

Emilio Mazza, Michela Nacci, Paese che vai. I caratteri nazionali fra teoria e senso comune, Venezia, Marsilio, 2022, pp. 360

 

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