22 marzo 2016

Pedalando con Bulgakov e Margherita

Si ha sempre paura a riprendere in mano un libro che si è amato. Un po' come incontrare una vecchia fiamma che non vedi da tempo, e comunque sono troppi i libri che non hai ancora letto per iniziare a rileggere. Eppure l'uscita del Maestro e Margherita di Michail Bulgakov in audiolibro è una tentazione impossibile da resistere. L'ha realizzato Il narratore  che sta facendo un ottimo lavoro sull'ascolto dei classici, produce audiolibri in proprio e distribuisce quelli altrui. La traduzione è di Claudia Zonghetti (pubblicata nel '95 da Guaraldi), slavista che tra l'altro si è dedicata per Adelphi all'opera di Vasilij Grossman ed è dotata di sensibilità linguistica non solo filologica, ma anche di notevole orecchio per il testo. Sa scrivere per farla breve. Lettura di Moro Silo.

L'audiolibro non è un'alternativa multimediale al libro, uno dei tanti modi in cui la carta stampata sparisce, o si assottiglia. È qualcosa di antico e di nuovo, il recupero dell'oralità nella narrativa e anche la possibilità di leggere, o meglio ascoltare durante momenti in cui non potresti leggere, grazie alla tecnologia. Arricchimento non sottrazione. Per esempio quando cammini di notte per la città rientrando a casa, o fai sport. Lunghe ore abbandonato a te stesso che puoi usare in modo proficuo: basta avere un telefonino e delle cuffie o auricolari. In questo inizio d'inverno, Il Maestro e Margherita mi ha tenuto compagnia durante frequenti corse in bicicletta sui navigli intorno a Milano.

È stato un piacere molto intenso e particolare rivivere certi momenti di assoluto godimento letterario, certe parti del libro. Mentre attraversavo un sentiero sterrato, tra le acque e un campo dalle parti di Binasco - deserto per l'ora e il giorno in cui lo attraversavo -, ho ascoltato la scena in cui Margherita approfitta dell'assenza del marito per farsi una passeggiata, e pensare all'amante. Si siede su una panchina vicino alle mura del Cremlino. Da molto non vede più il Maestro, con il quale ha condiviso un periodo di creatività letteraria – la scrittura del romanzo su Ponzio Pilato – nell'appartamento seminterrato, e di amore clandestino. Poi il libro è stato rifiutato dalla burocrazia letteraria staliniana, attaccato dai critici di regime. Il Maestro ha bruciato l'opera alla quale si era dedicato in una parentesi felice, in un momento di tregua di quella guerra che è la vita, ed è finito in manicomio. Un delatore in cerca di migliore collocazione abitativa – categoria frequentissima nella Mosca postrivoluzionaria –, lo ha denunciato per “possesso di letteratura illegale” (il suo stesso manoscritto!). Tutto il magico mondo dei due amanti si è dissolto come per un incantesimo malvagio. Lei non sa neanche se lui sia ancora vivo.

E per un incantesimo buono – seppure operato da Satana (Woland) in persona e dai suoi tre aiutanti, Behemoth, Azazello e Korov'ev – le cose iniziano a rimettersi a posto. Margherita se ne sta sola soletta sulla panchina a rimuginare sull'assenza del Maestro e sugli sbagli commessi, quando uno sconosciuto (Azazello) le si siede accanto per invitarla a una festa. Lei è scostante, come si conviene a una signora – e all'atmosfera di sospetto paranoico dell'epoca –, il tentativo di conversazione degenera e Azazello esasperato se ne va maledicendo l'ingrata missione e dandole della “scema”. Ma andandosene, recita a memoria il romanzo del Maestro che Margherita non era riuscita a salvare dalle fiamme. Le ultime righe prima del nulla annerito di fumo: “Le tenebre giunte dal Mediterraneo coprirono la città che il Procuratore odiava. Scomparvero i ponti sospesi...”.

Un brano tragico che racconta Gerusalemme dopo la crocifissione. E così un potere stregonesco e faustiano irrompe nella Mosca materialista e marxista degli anni '30, a due passi dal Cremlino, dove il soprannaturale è stato espulso per decreto. Siamo nell'epoca in cui centinaia di antiche chiese vengono distrutte nella sola capitale sovietica. Margherita richiama indietro lo sconosciuto e accetta l'invito alla festa, il patto col Diavolo. (Ho goduto invece meno di quanto mi aspettassi a rileggere, o meglio ascoltare, le pagine dedicate alla festa, il ballo di Satana. Sarà che allora ero più giovane e avido di feste.)

Un altro momento di piacere assoluto del libro è quando la diabolica banda giunta in aiuto di Margherita e del Maestro mette in scena uno spettacolo di magia nera a teatro. Niente può essere più lontano di uno spettacolo di magia nera dall'utopia del progresso tecnico e sociale. Nondimeno riescono a metterlo in scena anche se con l'escamotage di annunciare nel manifesto il disvelamento dei trucchi, il pedagogico intento di eliminare ogni residuo di credulità nelle masse. Tutto si può spiegare razionalmente. La magia non esiste, è solo un trucco. Qui la satira insita nel libro di Bulgakov si ritrova nella forma più forte a più livelli di lettura. L'incantesimo che più colpisce la folla accorsa a teatro è la comparsa di quantità infinite di denaro che piovono dal cielo e spuntano nelle tasche, e innumerevoli capi di vestiario firmati. La gente perde la testa. I russi vivevano un periodo di penuria e coabitazione, di poveri vestiti di regime e tutti uguali, anche se erano stati pesantemente vaccinati contro il consumismo capitalista. Mi viene in mente che lo scrittore Malaparte, durante il suo viaggio in Russia – di vent'anni successivo all'epoca in cui è ambientato il romanzo di Bulgakov – scrive: “Ma io mi rifiuto di giudicare un popolo dal taglio dei suoi pantaloni”. Il popolo avrebbe voluto comunque vestirsi meglio.

Il pubblico del teatro è un pubblico ingozzato di ideologia. Poco propenso a credere agli incantesimi ma avidissimo di ogni merce – per un effetto-paradosso dell'indottrinamento e della povertà. E dunque perde la testa di fronte alla moltiplicazione delle banconote e dei vestiti. Morale: fate apparire qualche bigliettone e qualche boccetta di profumo francese e vedrete che cosa resta ai moscoviti di tutta l'ideologia.

Questo passaggio del libro sullo spettacolo di magia nera l'ho ascoltato mentre ormai lungo il naviglio, per l'accorciarsi delle giornate, si stava facendo buio e la ciclabile da Pavia a Milano era una specie di tunnel tenebroso, separato dalla strada delle macchine e delle luci. Non c'era nessun altro in giro in bici, data l'ora e il freddo, a parte qualche animale selvatico, che sbucava dal nulla e nel nulla ritornava fuggendo. Il paesaggio era torvo e spoglio come solo la campagna padana d'inverno sa esserlo. Dunque inquietante e intimo al punto giusto.

Pubblicato postumo, dopo la morte di Bulgakov e di Stalin, Il Maestro e Margherita è diventato un libro di culto - talvolta di culto esoterico e satanico -, perché unisce la forza di una storia d'amore infelice al meraviglioso delirio immaginativo che trasforma la capitale dell'avanguardia operaia e degli esperimenti comunisti in un teatro del soprannaturale. Dall'incredibile e geniale – e comicissimo – contrasto di due elementi lontani e incompatibili scaturisce l'alchimia del testo, la reazione che rende esplosivo il romanzo. Bisognava essere dei geni per scrivere un libro del genere in pieno stalinismo e anche fuori di testa. Niente di quanto Bulgakov scrive nell'ultimo decennio prima della scomparsa, avvenuta nel '40, ha la minima speranza di vedere la luce se non in un futuro indefinito e remoto. Passeranno circa trent'anni.

Bulgakov ha rischiato la vita scrivendo negli anni '30 questa favola faustiana in versione stalinista, dove il Bene e il Male si invertono, la metafisica e il materialismo marxista si scontrano. Il padre era professore di storia delle religioni a Kiev, nel periodo zarista, e lui stesso, dopo avere intrapreso la carriera di medico, aveva militato con i bianchi. Solo il favore di cui godeva presso Stalin gli ha permesso di non fare la fine di altri scrittori, eliminati da una pallottola (Babel'), dal gelo siberiano (Mandel'štam) o “suicidati” dal regime (Esenin, Majakovskij). Da tempo chiedeva di espatriare a Parigi o Berlino ma senza esito. Rischiava la fame, oltre alla fucilazione, almeno fino alla telefonata di Stalin che – il giorno dopo il funerale di Majakovksij –, gli suggerisce di cercare lavoro a teatro.

“I manoscritti non bruciano”, la frase con cui Satana, nei panni dello straniero di nome Woland, fa ricomparire il romanzo del Maestro dato alle fiamme, è diventata la formula di speranza che ha accompagnato ogni percorso di salvezza letteraria in quegli anni cupi e orribili. Non sempre verso un finale positivo, come per questo libro.

Stavo dimenticando un altro momento bellissimo della mia rilettura: quando la scalcinata banda diabolica – Behemoth e Korov'ev – cerca di entrare nel ristorante dell'associazione scrittori, luogo di privilegio di un'élite culturale che non ha più niente da spartire con la grande tradizione letteraria russa ma è solo una casta che fa da gran cassa al regime. All'ingresso viene chiesto il tesserino e Korov'ev risponde: “Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore ha forse bisogno di chiedergli il tesserino?” Qui risuona la satira contro ogni corporazione e burocrazia culturale. Non solo staliniana, non solo degli anni '30. Meglio un patto con il Diavolo che con questa roba qui. E dimenticavo pure di dire che l'assistente personale di Woland, la rossa che gira nuda indossando solo una cicatrice violacea al collo, è il mio ideale erotico da sempre.


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