6 aprile 2021

ACT. Per una nuova cibernetica post-Covid

Se c’è una cosa che l’emergenza Covid ha messo in evidenza è la ineluttabilità del digitale.

Il digitale non è una cassetta degli attrezzi. Un box di strumenti tecnologici.

Il digitale non si identifica con le tecnologie digitali.

Il digitale è una dimensione dell’essere.

Non è opzionabile.

Il digitale è (parafrasando Lyotard) la “condizione” presente. La “logica culturale” (rimandando a Jameson) del nostro tempo.

Il digitale, quindi, non è un luogo esterno, non lavora con noi secondo dualità. Noi “siamo” digitali come già Negroponte ci esortava a riconoscere nel lontano 1995. Il saggio avanza due riflessioni fondamentali: da una parte il fatto che la dimensione più vera del digitale sia l’ontologia. Noi “siamo” digitali, non usiamo il digitale, e tantomeno ne siamo asserviti. Il digitale va studiato in una dimensione umana, biologica, cognitiva, persino spirituale.

Il secondo elemento risiede nella dimensione “viva” del digitale: quel “essere” a cui si affiancano i diversi “vuole”, “vede”, “pensa”, “sente” che non è solo trasposizione di qualità umane alla macchina… una questione già affrontata in piena era macchinica, grosso modo dal Manifesto futurista fino alle diverse tesi di Jünger e Spengler in cui la macchina sembra poter “volere” e aspirare a “essere”, in piena simbiosi con l’uomo (pensiamo anche ai testi di Vasari e Čapek). Nell’era del macchinico la macchina resta strumento. Sempre parte integrante dell’uomo, non separabile, ma in una dimensione di aumentazione individuata anche da McLuhan in riferimento ai media. Nel digitale la simbiosi uomo/macchina è totale, la tecnologia digitale sfugge da ogni ridimensionamento puramente strumentale. Aspira (“vuole”) ben altro. Vuole pensare, connettersi, dialogare, co-vivere, co-evolversi. Non sto parlando di derive più o meno futuribili trans- o post-umaniste. Parlo di una dimensione quotidiana della macchina fatta di dialoghi, scambi di data, interferenze.

 

In questo senso si può sposare appieno il pensiero di Stiegler che pone sullo stesso piano antropogenesi e tecnogenesi. Insomma, uomo e tecnica sono indissolubilmente legati, non possono scomporsi se non in via meramente descrittiva. Ma non le loro funzioni; e l’ambiente che creano o accrescono. E questa situazione è tanto più profonda con le tecnologie digitali perché per “loro stessa natura” tendono a compiersi al di là dell’essere mero strumento. La tecnica per Stiegler è l’esteriorizzazione dell’uomo. Si tratta di processi di archiviazione mnemonica che usiamo per scoprire e abitare il mondo. Strumenti per essere, non per fare. E – ripeto – tanto più con le tecnologie digitali che fin da subito evidenziano una componente biologica particolarmente esasperata. Addirittura per Wolfram – così come per molti “filosofi digitali” – la vera disciplina in grado di scoprire il digitale è la biologia.

Dobbiamo quindi affrontare il digitale in quanto “sensibilità”.

 

La sensibilità supera il digitale tecnologico per raggiungere la “digitalità”. Una dimensione di sensibilità ambientale in cui viviamo con le macchine, gli animali, le piante.

“Il sistema sono io” afferma Iaconesi. Dove la parola “sistema” funziona proprio per la sua ampiezza etimologica che va dalla biologia all’informatica fino alla cultura digitale e avoca a sé diversi “fantasmi” di senso. Per Iaconesi la tecnologia, prima ancora di essere una cosa dell’“usare”, è una cosa del “sentire”, perché ci cambia, ci dà un diverso sentire.

Mentre gran parte del discorso tecnologico è fondato sull’“usare”. Questo è lo scollamento tra un’era di sistema tecnologico digitale e le sue funzioni e un discorso sulla società, sulla scienza e sulla tecnologia che insiste nell’adoperare strumenti di critica e di analisi riferiti al macchinico.

 

Rushkoff riconosceva nel sistema dei cosiddetti nuovi media un carattere virale, una strana analogia (ancora una volta biologica!) con il virus. Il sistema di propagazione e di fruizione di contenuti assume un carattere virale nel momento in cui non si definisce all’interno dell’uso di un dispositivo e si indirizza verso un determinato pubblico, ma cerca di sopravvivere e mettersi in evidenza nei diversi passaggi. L’autore decreta il definitivo stare all’interno di un turn che assume agli occhi di molti attenti osservatori i caratteri di una vera e propria “rivoluzione”, quella digitale.

 

La parola chiave allora è sistema, o anche ambiente ed ecologia, nel momento in cui AI, nanotecnologie, machine e deep learning, XR, robotica, spatial computing vanno a connotare, non un uso e non una strumentazione, ma un sistema, per l’appunto di co-presenza e co-evoluzione tra esseri umani, piante, animali, macchine. Opere, azioni, corpi e organi che ridefiniscono in una parola spesso abusata, “complessità”, il nostro essere e il nostro stare.

Allora davvero il virus siamo noi, siamo in piena consonanza con le motivazioni e le cause del virus, agiamo con le sue strategie, dipingiamo scenari predittivi di base algoritmica che ne sfidano i sinuosi movimenti. Decliniamo il capitalismo, non tanto in una dimensione algoritmica che vede i data e i sistemi di programmazione come centrali nell’economia (andando così ancora una volta a ridefinire il già definito, da capitalismo a capitalismo digitale o algoritmico), bensì come nuovo “sistema” sensoriale (i data estratti ed elaborati sono come neuroni di una capacità mnemonica e cognitiva allargata, oppure sono escrescenze quasi-biotiche di un organismo).

 

Quali potrebbero essere allora le prassi e le metodologie?

Stiegler avanza l’ipotesi di pensare (prima) e poi servirci delle (sarebbe meglio dire: vivere con le) tecnologie secondo nuove prassi.

Pensare postdigitale, allora. Cioè riferirsi più agli impatti e alle evidenze fisiche e biologiche della digitalità. Cambiare prospettiva: non analisi della macchina ma delle funzioni della macchina. Non più la tecnofilia fine a se stessa, bensì un pensiero filosofico in grado di abbracciare la complessità e farlo in un’ottica dialettica, attestando il proprio sguardo sui processi. Interrogare sì la macchina ma in un’ottica concettuale che focalizza l’attenzione sul piano fisico e materiale da considerare integrato con quello virtuale, informativo, comunicazionale e virtuale. In fin dei conti in linea con quanto già evidenziato da Wiener all’interno della sua descrizione della cibernetica. Ma anche da certo pensiero “progressista” successivo, come nel caso di Apostel che propone di assumere la prospettiva di Engels a proposito del materialismo dialettico come analitica e pratica di un atteggiamento sull’ambiente inteso come spazio in cui convivono uomini, macchine e processi economici e di potere. La cibernetica è un modello di materialismo dialettico nel momento in cui individua spazi in cui dispostivi automatici cercano in maniera progressiva nuovi equilibri (sociali, economici, ecologici…) attraverso “contraddizioni”, ciò che già Lenin definisce la tendenza di ogni fenomeno letto in chiave processuale. La cibernetica indica, quindi, un sistema (ancora una volta) che, collegando continuamente ambiti, ambienti e attori diversi, cerca un equilibrio. Il sistema sociale dell’emergenza e dell’accelerazione che emerge con forza dalla rivoluzione digitale, messo sotto stress di volta in volta da crisi emergenti continue e sempre più complessamente correlate (basti pensare al Covid come metta in relazione sfruttamento animale, cambiamento climatico, biodiversità con le economie del capitalismo avanzato) deve, per prima cosa, interrogarsi sui principi e le logiche che la determinano e che si ingenerano al proprio interno rifiutando metodi di analisi ancorati al passato.

In seconda istanza deve programmaticamente intervenire invocando e negoziando in ambiti sociali, culturali, economici, in generale di potere, nuovi interventi per l’accesso alla digitalità (infrastrutture, formazione, educazione, competenze, strumenti, modelli di pensiero). Il rimando è ancora una volta a Stiegler che propone la sua “farmacologia” (il riferimento è a Derrida che legge la “farmacia” di Platone) in cui, alla fase sintomatologica, segue una terapia in grado di intervenire nell’assetto tecnologico lavorando sulla struttura, gli usi e le indicazioni evolutive. Parliamo di un disporsi “attivo” nei confronti delle tecnologie che può essere messo in campo solo con uno sforzo concettuale che deriva da un pensiero profondamente digitale (che Stiegler chiama digital culture) e dall’osservazione delle pratiche artistiche. In particolare all’arte che si lega a certo attivismo tecnologico. Da lì siamo in grado di estrarre pratiche in grado di “attivarci” politicamente.

 

Bibliografia essenziale

D. Rushkoff, Media Virus!, Ballantine Books, New York 1996 

S. Wolfram, A New Kind of Science, Wolfram Media Inc., Champaign (IL) 2002

N. Negroponte, Essere digitali, Sperling & Kupfer, Milano 2004

B. Stiegler, Platone digitale. Per una filosofia della rete, Mimesis, Milano-Udine 2015

 

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