4 luglio 2022

«Per vostra indulgenza, sono infine libero». L’eredità di Peter Brook

Sabato 2 luglio è morto a Parigi, all’età di 97 anni, il regista britannico Peter Brook, una delle voci più autorevoli del teatro del Novecento. Il suo viaggio all’interno del teatro è stato ricco di ricerca, di occasioni e di rivelazioni; un’esperienza unica e mai ripetitiva, a partire dal precoce esordio alla regia e fino agli ultimi anni, ancora densi di attività e di proposta. Pur avendo avuto importanti ruoli ai vertici delle istituzioni teatrali, è ricordato soprattutto per le sue sperimentazioni, per i suoi spazi disadorni, per la ricerca dell’essenziale, dell’emozione e della sorpresa, dello ‘spirito’, invisibile e ingiustificabile eppure considerato da Brook paradossalmente «l’unica giustificazione dell’evento teatrale».  

Nato a Londra il 21 marzo 1925, da genitori di origine russa, Peter Brook esordì nel cinema a 18 anni, mentre era ancora studente a Oxford, con Sentimental journey (1943), un film interpretato da attori non professionisti e privo di dialoghi. Precoci anche le sue prime regie teatrali che misero in mostra un eccezionale talento (DrFaust, 1943; The infernal machine, 1945; King John, 1945). Nel 1946, propose a Stratford Love’s labour lost, il primo di una serie di spettacoli che lo imposero come un acuto interprete contemporaneo del teatro di Shakespeare. Un percorso che lo avrebbe portato negli anni Sessanta alla direzione della Royal Shakespeare Company, assunta insieme a Peter Hall. Ma Brook affiancò alla rivisitazione del teatro shakespeariano la messa in scena di opere contemporanee e innovative, confrontandosi con l’esperienza di Antonin Artaud e il teatro delle crudeltà, con la ricerca di Grotowski, con le tradizioni espressive africane, con l’antropologia. È un periodo di ricerca in cui nascono capolavori come, Marat/Sade di Peter Weiss nel 1964 e Les Paravents di Genet nel 1966.

Nel 1974 viene chiamato a dirigere Les Bouffes du Nord a Parigi, dove continuerà la sua sperimentazione. Nel 1985 l’imponente Mahabharata, che debutta, allestito in una cava, al Festival di Avignone dopo un anno di prove; nove ore di spettacolo ispirate all’epica indiana, all’epopea della guerra che dilania la grande famiglia Bharata, rappresentata con una ricerca assoluta dell’essenziale. L’opera verrà ripresa da Brook e proposta al Teatro Bellini di Napoli nel 2018, in una versione molto più breve e soprattutto aggiornata e riadattata. Il regista aveva 92 anni e una forte volontà di riattraversare il suo stesso percorso. Del resto nel 2021 era ritornato a Shakespeare, a quella Tempesta, con cui si era confrontato più volte e che era una delle sue fonti inesauribili di ispirazione.

Brook ci lascia un immenso patrimonio di spettacoli e di suggestioni non riconducibili a una scuola o a un metodo specifici, fatto dalle domande suscitate da quel miracolo sempre diverso che unisce l’attore e lo spettatore, piuttosto che di risposte, come ci ha ricordato in un’intervista del 2018: «ogni spettatore ha uno sguardo diverso sullo spettacolo, se ne nutre in modo diverso. Quello che conta sono le domande che si pone una volta uscito dalla sala». 

 

Immagine: Peter Brook. Crediti: © P. VICTOR/MAXPPP