22 dicembre 2016

Perché ci piace ancora la fiaba dell’avaro pentito a Natale?

Era il 19 dicembre 1843 quando A Christmas Carol di Charles Dickens apparve per la prima volta nelle librerie londinesi, riscuotendo un immediato successo, tanto che Robert Louis Stevenson scrisse che la lettura lo aveva invogliato a «uscire a fare del bene a qualcuno». Se sono ben noti gli intenti di critica sociale di Dickens, soprattutto contro lo sfruttamento minorile e la Poor Law del 1834 (il libro scatenò tra l’altro una vera ondata filantropica tra le classi alte londinesi, cinicamente descritta ne Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde), questo breve racconto fantastico si insinuò  rapidamente nell’immaginario collettivo inglese soprattutto per la sua capacità di incarnare lo “spirito del Natale” nella società vittoriana, fermamente calvinista e incentrata sull’etica del lavoro e del successo.

Il romanzo, con le sue atmosfere gotiche e misteriose, era un soggetto perfetto da trasporre nel linguaggio cinematografico, tanto che il primo film ne fu tratto già nel 1910: dopo questo cortometraggio muto, della durata di 13 minuti, girato negli USA da James Searle Dawley, sono stati numerosissimi gli adattamenti e le rielaborazioni della favola dickensiana, soprattutto per il pubblico infantile (tra cui Mickey Mouse's Christmas Carol , 1983; The Muppet Christmas Carol, 1992; A Christmas Carol, 2009, per la regia di Robert Zemeckis, il primo in CGI), ma anche per un target adulto (come la commedia italiana del 1953 Non è mai troppo tardi con Marcello Mastroianni), senza contare le trasposizioni in chiave western, superhero o scifi (tra le più note, quella del 2010 all’interno del serial fantascientifico britannico Doctor Who).

Dunque, il successo de Un canto di Natale sembra più che mai vitale: segno che forse il nostro tempo ha ancora bisogno di sperare nel ravvedimento del ricco avaro come metafora di una società meno ingiusta e più solidale? Oppure, perduta ogni funzione di critica sociale, esso ci piace ormai soprattutto per l’atmosfera e  il festoso lieto fine? Anche negli USA si sono posti la stessa domanda. Un giornalista di Seattle, assistendo alla tradizionale rappresentazione della storia nel teatro cittadino, ha scritto che, mentre la crudeltà di Scrooge era tangibile e consistente, quella dell’assetto economico rappresentato dal neoeletto Trump è sottile e seducente e, in quanto tale, impossibile da convertirsi. E forse è proprio per questo che abbiamo ancora bisogno di Un canto di Natale.

 


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