28 maggio 2021

Perché i romanzi stanno diventando sempre più lunghi?

 

Quanto dovrebbe essere lungo un romanzo? È il dilemma di ogni aspirante autore, il cruccio dei reparti marketing delle case editrici, il tarlo dello studente, che avrebbe gradito che il dono della sintesi di Camus fosse nelle corde anche di Proust.

Proprio questi due colossi della letteratura francese offrono una lampante dimostrazione di quanto sia vano tentare di rispondere a questa domanda. Nella lista dei 100 libri del XX secolo, stilata da Le Monde insieme alle librerie FNAC, al secondo posto si trovano le oltre 4.000 pagine dei 7 volumi della Recherche, ma a Camus bastano soltanto 160 pagine per svettare in cima alla classifica con Lo straniero.

Se, dunque, non esiste una lunghezza “giusta” per un romanzo, altresì non si può negare che il numero di battute scelto porti con sé significati e valori propri e che variano in base al luogo e alle epoche. E in questo caso, quali sono i significati e i valori degli anni che stiamo vivendo, che sono caratterizzati da una foliazione dei romanzi letterari mai così voluminosa?

Partiamo proprio dai dati a supporto dell’assunto che i romanzi letterari italiani stiano diventando sempre più lunghi, esemplificati dalla lunghezza media dei romanzi vincitori al Premio Strega, che segue una traiettoria ascendente costante da almeno cinquant’anni. Nel decennio dal 1970 al 1979 la media era di 220 pagine, che diventano 292 negli anni Ottanta. I vincitori del decennio successivo si spingono oltre la soglia delle 300 pagine, con una media di 317, mentre dal 2000 al 2009 si sale a 337 pagine. Infine negli anni Dieci del nuovo millennio avviene un balzo, con una media che raggiunge addirittura le 471 pagine, anche per la presenza dei due romanzi più lunghi nella storia dei vincitori del concorso letterario: M. Il figlio del secolo (848 pagine) e La scuola cattolica (1.294 pagine).

Significativamente, questi dati sono del tutto in linea con analoghi casi esteri, come quello della lunghezza dei finalisti al Booker Prize, analizzato dalla critica britannica Leaf Arbuthnot, che ha contribuito ad aprire una discussione in seno al premio stesso: 248 pagine nel 1970, 294 ne 1980, 372 nel 2000, 530 nel 2019.

Nel caso degli autori statunitensi, poi, non servono nemmeno dati per osservare come dall’inseguimento del “Grande Romanzo Americano”, tra i quali potevano figurare le poche pagine de Il grande Gatsby, nel tempo l’obiettivo sembra essere stato frainteso sempre più spesso con quello di scrivere il “Grosso Romanzo Americano”.

Come mai accade ciò? E come mai tale fenomeno si manifesta proprio in un’era caratterizzata dalla distrazione continua e di massa dei dispositivi digitali, che scandiscono la nostra vita quotidiana con rapide scariche di endorfine ogni volta che li apriamo per un tweet o un breve video su TikTok?

 

Possibili cause e conseguenze

Gli addetti ai lavori non concordano su un’unica spiegazione. Ma è comunque possibile ipotizzare alcune cause, che coinvolgono i tre principali soggetti in campo: scrittori, editori e lettori.

Gli scrittori sarebbero influenzati da un lato da fattori tecnologici, dall’altro dall’influenza di altri media. Delle mutazioni del processo di scrittura causate dal computer parlavano già molti anni fa, tra i tanti, Salman Rushdie e Umberto Eco: soffermandosi in particolare sull’effetto del copia-incolla sulla sintassi e sulla fine delle limitazioni, dei costi e della fatica fisica di riscrittura delle bozze, che in passato concorrevano a calmierare naturalmente la foliazione.

Sul fronte dell’influenza degli altri media, invece, da decenni si dice che la maggior parte degli scrittori veda più film di quanto non legga libri. Ma se dall’economicità narrativa tipica del Cinema potevano giungere piuttosto insegnamenti di essenzialità, completamente opposte sono le conseguenze del ruolo che la serialità televisiva si è conquistata, in particolare negli ultimi venti anni, anche nella cultura alta: portando in dote e abituando anche gli scrittori a possibilità di approfondimento dei personaggi e delle storie prima impensabili.

Tornando all’esempio iniziale de Lo straniero: siamo certi che se Camus avesse seguito per sessantadue ore sullo schermo la discesa verso il lato oscuro di Walter White in Breaking Bad o per ottantasei ore quella di Tony Soprano, si sarebbe accontentato di scrivere quella del proprio Meursault in un testo che si può leggere in meno di due ore?

Anche per i lettori valgono aspetti tecnologici e culturali, ma anche sociali ed economici. Il primo può essere esemplificato dal fatto che chi legga su supporti digitali non abbia più nemmeno il limite fisico del peso del libro e della scomodità di sfogliare tomi troppo voluminosi. Ma questo certamente non basta, anche considerando la percentuale sempre limitata di lettori di e-book. Più rilevante appare la possibilità che i pochi lettori forti rimasti possano essere attratti proprio dalla possibilità di distaccarsi e distinguersi dal consumo culturale usa e getta tipico della contemporaneità, come gesto sia personale, che di status. Ma forse ancora di più il fatto che, nell’era dell’accesso immediato a infiniti contenuti gratuiti o molto economici sul web, per decidere di comprare un libro debba valerne la pena, quasi valutandolo al chilo. E questi aspetti ci portano all’altro soggetto cruciale in questa vicenda: gli editori.

Per chi i libri li produce, giocano senz’altro un ruolo le esigenze di marketing citate prima, che potrebbero portare a privilegiare la scelta di nuove opere che abbiano una presenza fisica che ne giustifichi il prezzo richiesto agli acquirenti. Così come, per romanzi dei decenni passati, avviene spesso che a ogni successiva riedizione se ne aumentino le pagine. E non sempre in modo proporzionale all’eventuale incremento delle dimensioni dei caratteri tipografici, per venire incontro alle esigenze degli ipovedenti. Restando tra gli autori citati e prendendo come esempio un romanzo con una presenza sugli scaffali ininterrotta come Il nome della rosa, appare evidente come la sua foliazione sia costantemente aumentata dal momento della prima pubblicazione nel 1980, quando era di 442 pagine, fino alle oltre 600 delle ristampe più recenti.

Ma tornando alla lunghezza delle opere contemporanee, c’è chi punta il dito contro le difficoltà economiche del settore, che avrebbe portato anche a un calo delle professionalità interne e della loro indipendenza. Senza giudicare indiscriminatamente il lavoro di un’intera categoria, che vanta ancora grandi professioniste e professionisti, non è scandaloso ipotizzare che oggi molti editor spesso non abbiano la forza, la capacità o l’autonomia per tagliare quanto sarebbe necessario. In particolare quando si tratta delle ponderose opere di quei pochi grandi autori, che da soli controllano gran parte del mercato. E che per questo sono liberi di influenzarlo, anche da questo punto di vista, proponendo in libreria opere inalterate e assai meno ristrette rispetto a quanto si sarebbe fatto un tempo. Anche quando, al di là della libertà autoriale, da sapienti interventi avrebbero forse beneficiato.

Quest’ultimo aspetto editoriale finisce per agire in modo circolare: i tomi degli autori affermati stabiliscono lo standard a cui aspirano i giovani scrittori, che producono così opere sempre più lunghe, reiterando il ciclo.

Tale fenomeno rafforza l’identità del romanzo tra le forme narrative contemporanee, gratificando e consolidando i lettori forti? O rischia piuttosto di spaventare e allontanarne molti altri, rinchiudendo la letteratura in una nicchia sempre più marginale? E soprattutto c’è un limite a questa espansione? Autrici e autori continueranno a dilatare i propri scritti o dobbiamo aspettarci, all’opposto, che nuove generazioni rivendichino il diritto alla sintesi?

Su tali domande è ancora più difficile trovare un consenso. E inoltre, per completare questa disamina, alla ricerca di risposte, occorrerebbe forse allargare il punto di vista, in considerazione del fatto che non siano soltanto i romanzi ad essersi allungati. Lo hanno fatto anche i film, ancora di più ora che vengono consumati via streaming. Ma anche molte altre forme narrative. Fino a giungere a questo stesso testo, ovvero al crescente successo del cosiddetto long-form: articoli e saggi on-line che, contro ogni regola un tempo insegnata nei corsi di scrittura per il web, si dilungano in approfondimenti e parentesi narrative, pretendendo tempo e concentrazione dai propri lettori. Dunque, per dare il buon esempio, mi fermo invece qui.

 

Crediti immagine: ibnu alias / Shutterstock.com

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