28 marzo 2021

Perdere i sensi, perdere noi stessi, intervista a Evelina Santangelo

 

Intervista a Evelina Santangelo

Ogni ferita su di noi è una traccia. Una traccia di attrito con la realtà, con il presente che si rivolta contro di noi. In questo senso, il semplice graffio di un gatto o la lacerazione dell’anima causata dalla perdita di un nostro caro sono entrambe, allo stesso modo, una irrefutabile testimonianza di contatto con il mondo, l’estrema prova dei nostri sensi.

Sbagliando, forse, abbiamo pensato che i vari lockdown ci allontanassero dalle ferite, dalla possibilità di causarle o subirle. Il distanziamento sociale credevamo limitasse, attutisse la nostra esperienza sensoriale, e quindi la nostra esperienza del mondo. E invece, paradossalmente, l’ha acuita, rendendola ipersensibile al più piccolo sfioramento.

Sono tutte riflessioni, queste, che ricaviamo dalla lettura dell’importante antologia Le ferite da poco pubblicata da Einaudi per festeggiare i cinquant’anni di Medici Senza Frontiere (MSF): sette scrittrici e sette scrittori hanno offerto i loro racconti per sostenere il quotidiano intervento di MSF nel risanamento di quelle ferite così grandi che pensiamo sia impossibile rimarginare.

Oggi conversiamo con una delle autrici della raccolta, Evelina Santangelo, che firma il racconto Che sia mare o terra.

 

La prima domanda che vorrei farti è sul nostro senso della catastrofe. È un tempo, il nostro, che ci obbliga a confrontarci con la complessità delle catastrofi, con tante apocalissi che sembrano inverarsi nello stesso momento: la catastrofe delle migrazioni, della pandemia, del climate change. Eppure, sembra che riusciamo ad accoglierle solo una alla volta; l’una annulla le altre. Vorrei chiederti, allora, della nostra percezione delle catastrofi: perché fisiologicamente limitiamo il nostro sguardo?

Mah… mi verrebbe da rispondere che lo facciamo prima di tutto perché non siamo in grado di contenere qualcosa di così smisurato come l’insieme di queste catastrofi. Fatichiamo già a concepire esattamente la portata di una sola di esse. Una catastrofe, nel significato etimologico del termine, è un capovolgimento, qualcosa che mette in discussione tutto radicalmente, scompagina l’esistenza, il modo di stare al mondo, la natura stessa del mondo in cui accade.

È un paradosso. Ormai è chiaro a tutti, tranne ai vari negazionisti, che isolare una questione dall’altra (migrazione, cambiamento climatico, pandemia) è un modo del tutto insensato di affrontare La Catastrofe (che è proprio l’intreccio inscindibile di tutti questi disastri: ambientali, sanitari, sociali, umanitari…), eppure ci comportiamo come degli accecati che alimentano la cecità per salvarsi, o meglio per salvare il mondo così com’è, come lo abbiamo fatto: a immagine e somiglianza di appetiti di vario genere interiorizzati come bisogni. Per questo penso che soltanto le nuove generazioni, nuove classi dirigenti sensibili ai grandi temi di questo tempo, potranno non arroccarsi nell’idea di salvare il passato, le cose così come stanno, ma avere il coraggio di capovolgere tutto, abitando la catastrofe per inaugurare un modo del tutto nuovo e sostenibile di stare al mondo.

 

A proposito delle diverse catastrofi che stiamo contemporaneamente affrontando, mi piacerebbe soffermarmi sulla struttura narrativa del tuo racconto, che legge insieme la catastrofe delle morti in mare e quelle della pandemia. Epidermicamente, non potrebbero apparire più dissimili, più diverse. Eppure, a legarle c’è questa dialettica che tu proponi del vicino / lontano, del dentro / fuori. Potresti spiegarcela?

Nel racconto che ho scritto per l’antologia Le ferite pubblicata da Einaudi per i cinquant’anni di Medici Senza Frontiere cerco di intessere un discorso narrativo che includa le tre grandi questioni del nostro tempo: migrazione, pandemia, cambiamento climatico, proprio perché le immagino come un’unica creatura spaventosa a tre teste. Il modo in cui intreccio pandemia e migrazione, in particolare, è incentrato sull’idea che il Covid-19 ci ha costretto a murare noi stessi.

Le migrazioni evocano un pericolo che sembra arrivare da fuori (quando in realtà viene dal mondo stesso di diseguaglianze globali e sfruttamento che abbiamo edificato). Così, il muro anche psicologico che alziamo, il rifiuto, riguarda paure che coincidono più o meno con il timore di una «invasione» da parte di «creature aliene» che mettono a repentaglio il nostro benessere e stile di vita. La pandemia – percepita come un male che riguarda le singole nazioni, non come un male globale, vista la maniera in cui ognuno si concentra sulla salute nel proprio Paese a prescindere dal resto del mondo –, la pandemia di Covid-19, dicevo, ha di fatto esasperato quel terrore dell’altro da sé, rendendolo parossistico: noi abbiamo paura di noi. Noi siamo gli alieni che possono mettere a rischio noi stessi. Così i muri fisici e psicologici si sono moltiplicati: mascherine, guanti, distanziamento, autoreclusione. Sembra un contrappasso: abbiamo cominciato con gli esseri umani che arrivavano da ogni angolo del mondo in cerca di aiuto e adesso siamo finiti per scappare da noi stessi, per automurarci. E sempre per quel gigantesco disequilibrio globale, riguardante la natura e i popoli, che finora ci ha garantito il tenore di vita cui non intendiamo rinunciare.

 

Nel racconto più volte fai cenno alla privazione della sensorialità. Dapprima parli della vista che si svuota della vita, lo sguardo che durante la pandemia considera il deserto delle strade: il vuoto al posto del pieno. Poi parli del tatto, del gesto elementare del contatto. Cosa abbiamo perso, cosa perdiamo, privandoci di questa quotidiana ed elementare sensorialità?

Abbiamo perso noi stessi. Perché sui sensi fondiamo il nostro rapporto con il mondo e con gli altri, con tutto ciò che ci riguarda. Anche il rapporto con noi stessi. Stiamo continuando a vivere in una sorta di prigionia, costretti dentro una bolla che ha più o meno i confini di noi stessi. Tutti i gesti che compiamo sono innaturali, mediati da una qualche misura di salvaguardia imposta per motivi di salute pubblica. Credo che questa reclusione dei sensi sia una delle ragioni che più toccano l’equilibrio psicologico di ognuno di noi. Se ci pensi è pazzesco che un’espressione del tutto ordinaria come: «baciami la nonna» sia un attentato alla vita, che le città – i luoghi per eccellenza dell’esistenza contemporanea fatta di movimento continuo – ogni sera si trasformino in spelonche buie, mute.

Certe sere mi ritrovo alla finestra e mi sembra di guardare un mondo pietrificato. Ecco, si è persa anche l’anima dei luoghi. Io ho memoria del mio quartiere vivace di locali notturni come fosse un’altra era irrimediabilmente perduta. Non so cosa accadrà dopo questo tempo. So però che dovremo rialfabetizzarci a percepire noi stessi e gli altri.

 

Una domanda è più privata. A un anno dall’inizio della pandemia, tu, Evelina Santangelo, come sei sopravvissuta?

…non opponendo resistenza, credo. Accettando di abitare questo tempo con tutte le limitazioni che mi impone, i disagi, persino le difficoltà di concentrazione. Durante il primo lockdown mi risultava impossibile leggere e scrivere. E non l’ho fatto. Non mi sono disperata. Ho pensato: beh, questo è il momento di comprendere cosa sta accadendo, di mettersi in ascolto, osservare... Parlare poco. D’altro canto, non avevo molte parole. O comunque le parole che avevo a disposizione non riuscivano a dire molto. Erano inerti, inadeguate, andate a male da un giorno all’altro. Non ho scritto diari. Né ne scriverò. Perché avevo e ho la nettissima percezione che questa pandemia, come tutti i capovolgimenti, sta riscrivendo noi, le nostre esistenze, la visione stessa del mondo. Io sono ancora alla ricerca. Scrivo, ma poco, e solo quando ne sento la necessità. Penso tantissimo prima di mettere giù qualcosa. So che, ogni volta, devo capire come e che non posso farlo più allo stesso modo di prima. Perché, per me, la sensazione di un «prima» e di un «dopo» è nettissima.

 

Alla fine del racconto scrivi che il nostro è «il tempo di Bruce Lee». Perché?

Quando ho accettato di partecipare a questa antologia per la mia devozione, direi, nei confronti di Medici Senza Frontiere, avevo solo un’immagine chiara da cui sarei partita.

Avevo visto un murale: una figurina bidimensionale di Bruce Lee in keikogi giallo rappresentata in un calcio marziale contro una ringhiera nera. Una ringhiera smisurata a confronto di quella figurina. Osservando bene il murale, mi sono accorta che la punta del piede di quel Bruce Lee realizzato come un fumetto arrivava esattamente all’altezza in cui il ferro della ringhiera era realmente deformato. Non era dunque il calcio a piegare la ringhiera. Il calcio indicava con esattezza marziale il punto di rottura: la ferita nel ferro. Ecco, a quel punto ho iniziato a capire come si poteva provare ad abitare un mondo fatto di ferite smisurate, irreparabili, che chiedono attenzione, ascolto, esigono che i tuoi gesti si conformino a loro, senza l’arroganza di volerle sanare come fossero ferite qualsiasi, e senza la presunzione di sapere come fare a prescindere dalla ferita stessa. No, ho pensato, quel Bruce Lee non è lì per sanare, il suo gesto, che si conforma perfettamente alla piegatura, è lì per rendere quella ferita meno sola, meno nuda, è lì per darle evidenza, anzi no, per prendersene carico.

Quel che alla fine ci si ferma a contemplare, infatti, guardando un murale così finto e reale allo stesso tempo, è l’equilibrio miracoloso tra quel calcio marziale esatto rappresentato in modo magistrale e la ferita reale smisurata anonima. Una ferita che, grazie a quel gesto tirato fuori dalla pellicola di uno dei famosissimi film di Bruce Lee (e dunque fuori dai canoni, dai luoghi deputati) diventa proprio quella piegatura lì, gigantesca, ineludibile.

 

Le ferite, a cura di Caterina Bonvicini, Einaudi, Torino 2021, pp. 152

 

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