3 settembre 2020

Philippe Daverio, cultore della bellezza

Si è spento nelle prime ore di mercoledì 2 settembre all’Istituto dei tumori di Milano lo storico dell’arte Philippe Daverio, che aveva acquisito una vasta notorietà anche per la sua opera di divulgazione, condotta con successo per anni attraverso libri e trasmissioni televisive. Avrebbe compiuto in ottobre 71 anni ed era da tempo malato.

Personaggio eclettico, capace di spiegare in modo accattivante ma al tempo stesso profondo i complessi itinerari dell’arte contemporanea e di creare interesse e addirittura mobilitazione per la difesa del grande patrimonio italiano, era stimato nel mondo della cultura ma molto apprezzato anche dal grande pubblico, che grazie a lui si avvicinava al culto della bellezza.

Nato nel 1949 a Mulhouse in Alsazia, aveva in seguito acquisito la cittadinanza italiana; in Italia aveva compiuto i suoi studi, prima alla Scuola europea di Varese, e poi all’Università Bocconi di Milano, dove si iscrisse a Economia e commercio, rinunciando però alla fine a discutere la tesi e a laurearsi pur avendo sostenuto tutti gli esami. La sua vita stava infatti prendendo un’altra strada, lontana da quell’indirizzo di studi e alimentata dalla sua passione per l’arte. Giovanissimo, nel 1975 inaugurò la Galleria Philippe Daverio in via Monte Napoleone 6 a Milano, in cui espose principalmente opere delle avanguardie artistiche del Novecento. La sua attività di gallerista lo portò nel 1986 a New York e poi di nuovo a Milano, nel 1989, dove aprì un nuovo spazio espositivo in Corso Italia. Ma questa stagione è stata soltanto un tassello iniziale di una vita dedicata alla conoscenza del patrimonio artistico e alla sua tutela, attraverso l’impegno diretto all’interno delle istituzioni, la pubblicazione di numerosi libri e la partecipazione a programmi televisivi dedicati all’arte.

Dal 1993 al 1996 è stato assessore alla Cultura del Comune di Milano nella giunta del sindaco Marco Formentini, esperienza, caratterizzata da un consenso trasversale verso il suo operato, e che rimane la più importante nel suo rapporto con le istituzioni. Dagli anni Novanta in poi, Philippe Daverio è diventato anche un popolare volto televisivo, conducendo trasmissioni come Art’è, Art.tù, Passepartout ed Emporio Daverio. I suoi modi appassionati e al tempo stesso venati da una forte carica ironica hanno contribuito a trasmettere i contenuti della sua straordinaria erudizione a platee molto vaste. Intensa la sua attività di saggistica, con titoli come Arte stupefacente. Da Dada alla Cracking art (2004), Il design nato a Milano (2005), L’arte di guardare l’arte (2012), Il secolo spezzato delle avanguardie. Il Museo immaginato (2014), A pranzo con l’arte (2017), scritto in collaborazione con la moglie Elena Maria Gregori, La mia Europa a piccoli passi (2019), Racconto dell’arte occidentale dai greci alla pop art (2020).

Daverio lascia dunque un’eredità vasta e difficilmente sintetizzabile, fortemente legata alla sua personalità anticonformista, che spesso lo trascinava in polemiche aspre. Molti ne ricordano i modi un po’ ottocenteschi e l’eleganza molto caratterizzata; è però ben più profonda la traccia che lascia la sua lunga ricerca intorno ai processi creativi, costantemente alimentata dall’erudizione ma anche da un genuino stupore e da una passione inesauribile.

 

Immagine: Philippe Daverio (18 settembre 2008). Lelli e Masotti / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0), attraverso Wikimedia Commons

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