18 aprile 2021

Poesia, parola magica. Intervista a Mariangela Gualtieri

 

Intervista a Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri è una delle più note e apprezzate poetesse italiane. È da poco ritornata in libreria con una nuova edizione di Antenata (Crocetti Editore), la raccolta dei suoi versi d’esordio. Ne prendiamo spunto per parlare dei temi che fin dall’inizio hanno segnato la sua opera.

 

Sono passati quasi trent’anni dalla pubblicazione di Antenata (1992). La mia prima domanda è sul suo rapporto con le sue prime poesie: le capita di rileggerle spesso o se ne distanzia molto? Che effetto le fa pensare che tornino all’attenzione dei suoi tanti lettori questi testi con cui ha iniziato?

Questo mio libro d’esordio è per me il più misterioso. Ho cominciato a scrivere a quarant’anni per una urgenza insopprimibile, ma con poca coscienza poetica. Questi versi avevano tutta l’aria di venire da fuori di me, come un dettato che dovevo solo trascrivere. Non avevo mai provato niente del genere: una concentrazione esatta, lucida, fredda, un ascolto di parole che quasi non mi sembravano mie. Obbedienza a quel dettato e allo stesso tempo una libertà immensa. Resta il mio libro più criptico, io stessa avverto l’intensità di alcuni passaggi senza comprenderne appieno il contenuto razionale. Penso che i miei lettori restino sbalorditi, come capita a me ogni volta che vado a rileggere. Poi negli anni i miei versi si sono fatti più chiari. Borges dice che invecchiando, nella scrittura, si va verso una apparente semplicità, che tuttavia non è semplicità, è piuttosto una modesta e segreta complessità.

 

Testi che oltre ad avere un’aspirazione alla voce, avevano anche un’aspirazione all’azione, sulla scena di un teatro. Quanto, questi due universi, la poesia e il teatro, si incontrano nella sua attuale idea di composizione?

A me sembra che poesia e teatro siano fatti l’una per l’altro. Il teatro chiede una lingua festiva, verticale, almeno il teatro così come lo intendo insieme a Cesare Ronconi regista dei nostri spettacoli, luogo di stupore e meraviglia, di rivelazione e catarsi. La poesia chiede di vivere oralmente, di uscire dalla pagina scritta e farsi canto, e che ciò avvenga davanti ad una comunità provvisoria in ascolto. Eccoli dunque affratellati questi due imperi, per giunta entrambi derelitti ma carichi di potenze. In me, tuttavia, i due ambiti restano ben distinti: la scrittura per il teatro è sfinente ed esaltante, mentre i versi che scrivo lontano dalla scena mi tengono sospesa in una larga e spesso serena consonanza con tutto il resto.

 

Antenata si apre con PARLAMI CHE, in cui si rivolge direttamente alle madri, invocate come divinità domestiche («MADRI, MANI») nella sacralità della nostra quotidianità. Vorrei chiederle diverse cose a proposito. Intanto, una domanda di natura formale: perché ha voluto mantenere un continuo maiuscolo?

«Parlami che io ascolto, parlami che mi metto seduta e ascolto», sì, sono stati i primi versi che ho scritto e dunque ho cominciato inconsapevolmente come gli antichi maestri, con una invocazione alle madri, o forse alle Muse, allora non sapevo davvero a chi, se non che si trattava di un’energia al femminile. Mi imbarazzava l’eccentricità di quel maiuscolo e ne avrei volentieri fatto a meno, ma era uno di quegli imperativi interiori che non si discutono: potevo vedere quelle parole solo scritte così. L’editore, Nicola Crocetti – sono davvero fiera di avere cominciato con lui – ha rispettato questo mio dettame, lo ha subito compreso.

 

Al di là della forma, mi interessa domandarle quando è sorta in lei l’idea di questa primigenia sacralità? Le madri di cui parla esistono ancora? Quanto il loro culto oggi è praticato e quanto è disatteso? 

Direi che è più o forse meno di un’idea. È un sentire, intravedere, una fiumana di voci che mi popola, che non smette di farsi sentire, anche quando tace, e che fin dalla primissima infanzia ha fatto parte del panorama invisibile che mi circonda. La bambina semplice e non troppo sveglia che ero non ha mai creduto alla supremazia del visibile. Ho sempre avuto una strana certezza di un mondo oltre il mondo, e già da allora me lo configuravo come moltitudine della quale avevo rispetto, attrazione e terrore. Credo sia proprio questo che il sacro attiva in noi. Non ho una risposta a questa sua domanda, ma posso dire che senza questa dimensione di trascendenza mi pare venga a cadere l’aspetto avventuroso della mia vita. Tutto si appiattisce, si impoverisce, perde splendore.

C’è stata una grande rimozione dell’energia femminile nella nostra specie. Ancora la generazione di mio padre aveva vergogna di molti attributi bellissimi che però pareva indebolissero la virilità, come la dolcezza, la cura tenera della prole, la gentilezza, l’elasticità, la pazienza, l’ascolto dell’altro ecc. È vero, ci sono femminicidi terribili, ma va detto che c’è anche l’emergere di un maschile più evoluto e pacifico che non ha paura della propria parte femminile, del resto così necessaria ed equilibrante. In Sardegna ho avuto a volte l’impressione di un residuo del culto delle madri, anche se le madri così come la mia poesia le percepisce hanno anche una forza vegetale, strettamente legata alla terra e alla sua fecondità, e mi pare comprendano anche l’animale, anche le grandi montagne, i vulcani… una forza ad un tempo concreta e soprasensibile.

 

C’è una sezione di Antenata che si intitola «AL TREMORE DEI CORPI. scritto da M.G. quando era un’idiota in terra d’Otranto». In questa sezione ci sono dei versi bellissimi, tra questi: «È UNA DONNA ADESSO CHE/ INTERROGA LE ZOLLE/ PRENDE I FILI AGGIUSTA/ UNA RETE. ‘NON ABBIAMO CAPITO NIENTE’ DICE». So che a una poeta non si dovrebbe mai chiedere di commentare i propri versi, ma terrei davvero molto a chiederle di parlarci di questa immagine di donna.

All’inizio degli anni ’90 andavo spesso in Salento da sola, e riuscivo a restarci qualche mese. Affittavo qualche casetta modestissima per due soldi, ma l’intorno era sontuoso, per bellezze del paesaggio, e lì, proprio come un’idiota, scrivevo. Stavo giorni interi senza parlare e in quel silenzio tutto arrivava con un nitore straordinario, tutto assumeva connotati simbolici molto forti. Nel piccolo porto di Castro c’erano i pescatori che aggiustavano le reti, seduti a terra, forse aiutati da qualche vecchia. C’erano donne nella campagna che raccoglievano erbe e forse pronunciavano qualche formula contro le bisce, o qualche preghiera. Nessun verso di quel testo è inventato. Scrivevo ciò che spiccava dall’ordinario e mi veniva incontro con forza, fondendo a volte immagini diverse.

 

Arnaldo Colasanti, nella sua recente antologia Braci, riflettendo sulla natura del silenzio all’interno della sua poesia, ha scritto che «la poesia di Gualtieri, se è, è perché non è altro che la visione cieca, ma reale e molteplice del sacro». Mariangela, lei crede che la poesia ‒ la commistione tra parola e silenzio ‒ possa veicolare il sacro? Che la poesia possa essere manifestazione di un miracolo, di una grazia, capace di influire sul lettore, di renderlo diverso?

Mi colpisce la definizione di Colasanti, quasi un ossimoro quella visione cieca ma reale e molteplice del sacro. Mi sorprende e mi convince. Da più parti sento dire che la poesia non serve, che è inutile, che non salva il mondo, da Montale fino a molti poeti del nostro tempo. Partendo dalla mia esperienza mi sento di dissentire. Come sarebbe stata povera la mia vita senza poeti. Come sarei stata derelitta e mancante di una musica verbale che mi ha senza dubbio fatta più bella, più folle e più savia. Quanto bene mi è venuto dai poeti, dalle poete e quanto ancora me ne viene, anche da voci del mio tempo. A me la poesia sembra quasi parola magica: qualcosa che in me se ne sta aggrovigliato, presagito ma inafferrabile, viene precisato in modo fulmineo da un verso, secondo una comprensione che non è solo razionale ma quasi di un organo misterioso che si illumina e ci illumina solo a tratti e per il resto se ne sta assopito.

 

L’anno scorso, con la sua poesia Nove marzo duemilaventi, ha provato a sintetizzare molti sentimenti di comune sconforto e a ribaltarli, restituendo speranza attraverso la parola. A un anno dall’inizio della pandemia, in una situazione ancora molto critica, come si pone di fronte a questo difficile presente?

Forse adesso è necessario che muoia l’illusoria speranza di poter tornare ad una normalità che non esiste, e che uno scoramento generale ci induca ad un cambiamento vero, radicale, cioè alla rivoluzione che servirebbe nei nostri usi e costumi per permettere alla nostra specie di perdurare su questo pianeta. È talmente grave ciò che è stato fatto negli ultimi diecimila anni dagli umani, talmente rovinoso e squilibrante per tutti gli altri viventi e per noi stessi. L’immensità di ciò che dovremmo cambiare ci fa sentire impotenti, ma io credo che abbiamo la forza per fare questo grande passo, questo riavvicinamento al cuore del mondo, al grande universale concerto che non tollera più le nostre stonature. Dovrà essere in parte un passo indietro, ma corrisponderà ad un meraviglioso salto nel futuro. Un futuro che ancora non abbiamo immaginato, e dunque inatteso. Occorre un generale cambio di mentalità e noi siamo i primi ad essercene resi conto. Questo ci fa sentire colpevoli, ma il problema è l’umano così come è fatto: ora occorre un cambiamento pari a quello che ci ha fatto perdere pelo, coda e muso, e dovrà essere un cambiamento del nostro modo di pensare noi stessi e tutti gli altri viventi. Questo richiederà molto tempo, ma tocca a noi cominciare. Questo anno e più di pandemia ci sta facendo riflettere su tutto ciò. Forse stiamo raccogliendo le forze.

 

La mia ultima domanda. Se c’è un verso (suo o di altri poeti) che in questo periodo la accompagna. E perché proprio quel verso

C’è un famosissimo endecasillabo di Dante che mi accompagna da sempre e che in questo tempo risuona ancora di più: «Amor che move il sole e l’altre stelle». Dunque questa forza muove anche me. Mi chiedo sempre come lasciarle spazio, come permettere a questa forza – di certo rispettosa del mio libero arbitrio – di guidare il mio essere e il mio agire. Un modo geniale e larghissimo di pensare la Divinità. Un modo molto festoso.

 

Mariangela Gualtieri, Antenata, Crocetti Editore, Milano 2020, pp. 112

 

Immagine: Paesaggio pugliese. Crediti: serena spedicato / Shutterstock.com

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