21 aprile 2020

Potere e cultura

 

L’analisi compiuta dei rapporti, delle interazioni e – in non pochi casi – delle sovrapposizioni che legano il potere e la cultura è indagine complessa, che travalica di gran lunga gli ambiti e le finalità di questa voce. Proviamo a concentrare l’attenzione, allora, su un aspetto più circoscritto, ma al contempo particolarmente emblematico: il ruolo della cultura nei processi di legittimazione del potere, cioè i meccanismi attraverso cui esso riesce a imporsi e ottenere obbedienza non in virtù del timore della sanzione coercitiva, ma del consenso e della percezione di validità che, in ragione del titolo o delle modalità d’esercizio, trova presso i destinatari del comando.

 

Nell’introdurre il discorso è opportuno partire da alcune brevi premesse definitorie. Pochi concetti registrano una diffusione altrettanto estesa e trasversale nelle scienze sociali e, per certi versi, nelle scienze naturali, come quello di “potere”. Diffusione cui inevitabilmente corrisponde, giustificandolo, l’insorgere di una pluralità di declinazioni diverse della nozione, a seconda dello specifico ambito disciplinare considerato.

Restringendo il campo alle scienze sociali, il potere è definito come relazione tra unità sociali (individui o gruppi), tale che il comportamento di una dipende in una qualche circostanza dal comportamento dell’altra. Il condizionamento sul soggetto verso il quale il potere è esercitato può manifestarsi in forme differenti, che spaziano fra i due estremi dell’uso della forza e dell’accettazione del comando per libera determinazione (H. Popitz, Fenomenologia del potere, Il Mulino, Bologna, 2001, 35 ss.). In quest’ultimo scenario, il potere trasfigura in “autorità”, da intendersi come quella particolare forma di potere fondata sulla consapevolezza e il riconoscimento, nel destinatario, di una legittimazione e di una superiorità di valore in chi emette il comando, alla luce di un elemento tradizionale, carismatico, legale-razionale, tecnocratico (M. Weber, Economia e società, Comunità, Milano, 1974, p. 29).

Il potere, ancora, può risolversi in una relazione di condizionamento estemporaneo, oppure istituzionalizzarsi, quando diviene un processo (vale a dire una vasta successione nel tempo d’interazioni) e un sistema (ossia un complesso d’interazione fra strutture e funzioni). Le istituzioni politiche – per chiudere il cerchio – sono le strutture organizzate del potere preposte a operare la sintesi fra le diverse componenti della comunità e a selezionarne imperativamente i valori (D. Fisichella, Lineamenti di scienza politica, Carocci, Roma, 2010, p. 76).

Non meno ardua è la definizione di “cultura”. Nel mondo antico, la cultura si lega a un’idea di formazione individuale, sviluppo interiore ed elevazione morale. In epoca moderna, invece, le scienze sociali, a partire dall’antropologia culturale, hanno spostato il baricentro del concetto nella dimensione collettiva, ricomprendendovi l’insieme delle abitudini, dei costumi, delle esperienze, dei modelli e dei simboli che caratterizzano ciascun gruppo umano [F. Remotti, Cultura, in Enciclopedia delle Scienze Sociali, II, Treccani, Roma, 1992, pp. 641 ss.). È in quest’ultimo significato – al prezzo di alcune inevitabili approssimazioni – che assumeremo il termine.  

 

Esaurite le premesse, veniamo all’argomento che ci occupa del rapporto fra potere e cultura, prendendo in considerazione due profili. Da un primo punto di vista – che potremmo definire “genetico” – il potere, specie nella sua forma istituzionalizzata di autorità politica, è un fenomeno “sovrastrutturale”, che tende, cioè, a rispecchiare le “strutture” economiche, sociali e culturali della comunità di riferimento. La cultura, quale costituente essenziale del terreno entro cui il potere alligna, concorre a determinarne forme organizzative, finalità sostanziali e dinamiche evolutive; dunque, al di fuori di poteri basati sulla nuda forza, di regola le istituzioni esprimono, in quanto tali, la cultura in atto dominante, pur con sfumature più o meno intense. 

Sotto un secondo punto di vista – per così dire “funzionale” – il potere rinviene nella cultura un formidabile strumento di legittimazione e autoconservazione. La capacità di fare richiamo a significati, identità e valori condivisi, esprimendosi attraverso quelli già consolidati o promuovendone di nuovi, coinvolge e attiva i meccanismi del consenso. La consonanza fra governanti e governati che così si determina alimenta il processo di interiorizzazione e accettazione circa la validità del comando, facilita il controllo sociale e riduce i costi di gestione del potere, rispetto all’utilizzo della coercizione. Beninteso: specie nelle società pluraliste, il multiculturalismo oppone più solidi anticorpi all’instaurazione di canali di direzione intellettuale e morale, ai tentativi delle istituzioni di appropriarsi delle immagini culturali o di diventare esse stesse produttrici monopoliste di cultura. In questa prospettiva, la cultura, o meglio “le culture”, vengono a giocare un ruolo antagonistico e di contrappeso di fronte al potere, contribuendo a fluidificare le dinamiche e i modelli presenti nella comunità.

Riassumendo: i) il potere che giunga a detenere un elevato coefficiente di effettività, stabilità e istituzionalizzazione, in tanto riesce, di regola, in quanto è espressione dei modelli culturali prevalenti nella comunità in cui si afferma; in altri termini, il potere ha inscritti nel proprio patrimonio genetico quei modelli culturali, e nasce così legittimato ab origine; ii) il potere, sia se gode del consenso che, a maggior ragione, se poggia sul solo dato della forza, tende a utilizzare la cultura, recependola o guidandola, per radicarsi su più solide basi.    

 

Ora, se proviamo a riscontrare in concreto queste considerazioni a livello dei regimi e dei paradigmi istituzionali del nostro tempo, emerge come la democrazia, l’autoritarismo e il totalitarismo – in accordo a una tripartizione ampiamente condivisa – trovino proprio nell’atteggiarsi dei rapporti fra potere e cultura, e nel diverso peso attribuito agli aspetti che abbiamo definito “genetico” e “funzionale”, uno dei principali caratteri distintivi.

La democrazia – pur senza rinunciare a incanalare la vita della comunità entro delle coordinate assiologiche – ha fra i suoi requisiti costitutivi una certa dose di relativismo culturale e l’astensione dalla pretesa d’imporre verità o modelli assoluti. Tornano alla mente le pagine di Kelsen, che nell’individuare i pilastri dell’ἦθος democratico, pone al centro la condivisione del postulato che «alla conoscenza umana siano accessibili soltanto verità relative, valori relativi, e che, per conseguenza, ogni verità e ogni valore – così come l’individuo che li trova – debbano essere pronti, ad ogni istante, a ritirarsi per fare posto ad altri valori e ad altre verità» (H. Kelsen, Essenza e valore della democrazia (1920), in H. Kelsen, Dottrina dello Stato, ESI, Napoli, 1994, p. 147).  

Il valore fondante del pluralismo, il temperamento del principio di maggioranza mediante congegni volti a garantire le minoranze e la logica inclusiva elevano il confronto e il compromesso fra le identità diverse a modalità di risoluzione dei conflitti e individuazione dell’interesse generale. Fra gli innumerevoli rinvii bibliografici possibili, non sembra fuori luogo richiamare alcuni passaggi della nostra Corte costituzionale: dopo aver qualificato la libertà di manifestazione del pensiero, anche nella sua accezione culturale, come «ordine dell’ordinamento democratico» (sentenza n. 98 del 1968), il giudice delle leggi ha chiarito che il sistema d’informazione, in forza dell’art. 21 Cost., debba essere strutturato «in modo tale che il cittadino possa essere messo in condizione di compiere le sue valutazioni avendo presenti punti di vista differenti e orientamenti culturali contrastanti» (sentenza n. 112 del 1993).

All’estremo opposto della democrazia si collocano i totalitarismi. Tali regimi si contraddistinguono, fra l’altro, per l’intento di forgiare un nuovo individuo e una nuova comunità a immagine e somiglianza di un’ideologia che non ammette alternative. Questo disegno palingenetico passa necessariamente per la distruzione delle strutture preesistenti e per una spiccata vocazione antipluralistica: il potere irrompe in ogni sfera (familiare, sociale, economica, religiosa), perseguendone il livellamento e la reductio ad unum, in nome della pretesa di assorbire ed esaurire – totalizzare, appunto – l’intero spettro della realtà. Stessa sorte tocca alla sfera culturale: il totalitarismo non solo esclude ogni modello culturale diverso dal proprio, ma cerca di manipolare il “foro interno” delle coscienze, stimolando attivamente processi di adesione, mobilitazione o, addirittura, affidamento fideistico verso i modelli proposti dall’ideologia di regime. L’egemonizzazione e la strumentalizzazione della cultura risaltano in maniera plastica dal Mein Kampf: «il complessivo lavoro d’istruzione e d’educazione dello Stato nazionale deve trovare il suo coronamento nell’infondere, nel cuore e nel cervello della gioventù a esso affidata, il senso e il sentimento di razza, conforme all’istinto e alla ragione. Nessun ragazzo, nessuna ragazza deve lasciare la scuola senza essere giunta a conoscere alla perfezione l’essenza e la necessità della purezza del sangue. Con ciò restano create le premesse di una base razzista della nostra nazione e, a sua volta, è fornita la certezza dei presupposti d’un ulteriore sviluppo scientifico e culturale» (A. Hitler, La mia battaglia (1924), Bompiani, Roma, 1934, p. 31). Di tenore non dissimile, d’altro canto, le considerazioni di Mao Tse-tung: «nel mondo contemporaneo ogni cultura, ogni letteratura e ogni arte appartiene a una classe determinata e si rifà ad una ben definita linea politica. L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte che si sviluppa fuori della politica e indipendentemente da essa, nella realtà non esiste. La letteratura e l’arte proletarie sono parte di tutta l’azione rivoluzionaria del proletariato, o, come ha detto Lenin, sono “una rotella e una vitina” del meccanismo generale della rivoluzione» [Mao Tse-tung, Interventi alle conversazioni sulle questioni della letteratura e dell’arte a Yenan (maggio 1942), raccolte in Mao Tse-tung, Opere scelte, III, Casa Editrice in Lingue Estere, Pechino, 1973).

Infine, in un’area intermedia e più eterogenea, si collocano i sistemi autoritari. In linea generale, essi, pur riducendo o annullando il pluralismo politico, comprimono in varia misura, ma non eliminano il pluralismo presente nelle altre sfere, compresa quella della cultura. Secondo un’efficace definizione, l’autoritarismo si ancora ai valori prevalenti nella società, laddove il totalitarismo mira a sradicarli, imponendone forzosamente di nuovi; mentre il primo, in negativo, limita l’espressione di pensieri, simboli e modelli contrastanti, il secondo la esclude in radice, esigendo, in positivo, la conformazione alla sua ideologia (O. Stammer, Dictatorship, in International Encyclopedia of the Social Sciences, IV, McMillan & Free Press, New York, 1968). Esemplificativo da questo angolo visuale – a voler trascurare il tema dei rapporti con la Chiesa cattolica e con l’arte – il celebre Manifesto degli intellettuali fascisti, promosso da Giovanni Gentile nel 1925, da cui traspare l’intento di ricondurre la dottrina del fascismo in un rapporto di continuità e sintesi, piuttosto che di eversione, con le diverse componenti e tradizioni della cultura italiana: «il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana», da cui l’auspicio che le opposizioni finiscano «per riconoscere che il residuo di vita e di verità dei loro programmi è compreso nel programma fascista, ma in una forma balda, più complessa, più rispondente alla realtà storica e ai bisogni dello spirito umano».

 

* Docente di Diritto pubblico all’Università San Raffaele, Roma

 

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