09 luglio 2012

Premio Strega a Piperno: un segnale positivo

Quest’anno il premio Strega è stato vinto da Alessandro Piperno con il suo terzo romanzo, Inseparabili. Senza entrare nel merito del confronto con gli altri finalisti, non si può fare a meno di apprezzare la scelta dei giurati di premiare uno scrittore che ha saputo, come pochi altri in anni recenti, coniugare la capacità di riscuotere un grande successo commerciale (soprattutto con l’opera d’esordio) e la ricerca di una scrittura caratterizzata da un alto livello di elaborazione letteraria: spesso, certo, studiatamente accattivante, non esente da espedienti tesi a catturare con qualche scorciatoia l’interesse del lettore, talora anche un po’ di maniera, eppure mai neutra, sempre riflessa, spesso sorprendente per l’inventiva e l’originalità delle soluzioni espressive. Tenuto conto che negli scorsi anni (non esclusa peraltro quest’ultima edizione) il più importante premio letterario italiano è stato vinto o sfiorato da opere prive di qualsiasi spessore letterario, caratterizzate da una sorta di grado zero della scrittura – ridotta al livello puramente denotativo di soggetto-verbo-complemento –, partorite da scrittori pop-star venuti dal nulla, privi cioè di un reale background letterario, o ancora da scrittori dilettanti, autori per hobby di romanzi di genere che proprio a questo – alla facilità di una scrittura non elaborata, non riflessa, senza storia – devono l’enorme successo commerciale, l’affermazione di uno scrittore autentico, sia pure ben lanciato mediaticamente e ancor meglio appoggiato dalla ‘macchina’ editoriale, non può non fare piacere. E poco male se il romanzo in questione non è, di per sé, un capolavoro né, forse, il suo migliore. Alessandro Piperno, prima che scrittore, è uno studioso di letteratura francese, autore in particolare di saggi proustiani: e proprio in Proust è da vedere il principale modello – ancor più, forse, che in Philip Roth e Saul Bellow – del Piperno romanziere, la cui espressione più limpida resta l’opera con cui esordiva nel 2005, intitolata (ma per scelta editoriale) Con le peggiori intenzioni. L’esordio di Piperno era una recherche post-moderna, studiatamente declinata in chiave pop, trasfigurazione deformante ed espressionistica di esperienze lato sensu autobiografiche, e insieme precipitato della ricerca letteraria di una vita: con tutti i limiti, gli squilibri e – sì – gli eccessi che sono stati rilevati dalla critica, un romanzo originale, di forte impatto, forse tra i migliori esordi degli anni Duemila. Dopo il successo del debutto – così felice, in qualche misura, proprio in quanto tale, nel senso che poteva facilmente confluirvi il meglio di quanto l’autore aveva raccolto e assimilato in anni di preparazione –, era difficile trovare la strada giusta per il secondo romanzo: proprio per evitare tale scoglio Piperno decideva di scriverne insieme non uno, bensì due. Nasceva così il dittico intitolato Il fuoco amico dei ricordi, inaugurato da Persecuzione (2010) e completato ora da Inseparabili (2012), la cui pubblicazione, prevista inizialmente pochi mesi dopo quella della prima parte, veniva rinviata dall’editore a seguito di un successo di vendite inferiore alle aspettative, con lo scopo di preparare meglio il lancio e la partecipazione ai premi letterari: sforzo culminato pochi giorni fa nella vittoria dello Strega (ma c’è da dire che già Persecuzione era stato molto ben accolto in Francia, dove aveva vinto il Prix du meilleur livre étranger). Rispetto all’opera d’esordio, Il fuoco amico dei ricordi è il tentativo di oggettivare l’immaginario piperniano nella struttura di un romanzo di impianto più classico, di raccontare insomma – pur con ampie e piuttosto scoperte concessioni autobiografiche – la storia di qualcun altro, senza rinunciare peraltro alla caratteristica narrazione a puzzle, resa in questo caso ancor più sfaccettata dalla distribuzione degli eventi tra i due volumi (la parte centrale del secondo romanzo è un retelling, da diverso punto di vista, degli eventi del primo). Tentativo riuscito? Sicuramente sì, ma non del tutto: rispetto a Con le peggiori intenzioni, qualcosa sembra essere andato perso nell’ispirazione, e non tutto quel che di buono c’era nel debutto funziona a dovere nel nuovo contesto narrativo; emergono alcune forzature, qualche concessione di troppo a una sia pure ben collaudata maniera, persino – occasionalmente – qualche dialogo poco naturale. Restano comunque immutate, in generale, tutte le qualità che hanno fatto e fanno di Piperno uno scrittore vero, un autore che esibisce ad ogni pagina, ad ogni frase una – se si vuole – autocompiaciuta ma sempre godibile letterarietà, in una scrittura il cui notevole potenziale, in realtà, è forse ancora da esprimere interamente, deve forse ancora trovare una forma – una struttura – che sia davvero risolta: il miglior romanzo di Alessandro Piperno, insomma, deve ancora essere scritto.


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