17 maggio 2020

Preservare il dialogo tra editore e lettore. Intervista ad Andrea Gentile

 

Intervista ad Andrea Gentile

«In un Paese nel quale l’analfabetismo è tuttora una piaga visibile e amaramente scontata da troppi, può apparire utopistico lo sforzo che Il Saggiatore si propone, di adeguare gradatamente la nostra cultura a quelle più avanzate». Dalle parole del Catalogo autunno-primavera 1958-1959 lo sforzo utopistico del Saggiatore ha attraversato sessant’anni di storia italiana, continuando a testimoniare, libro dopo libro, il suo manifesto illuminista. Questa settimana ne parliamo con Andrea Gentile, che nel 2014 è diventato direttore editoriale della casa editrice milanese.

 

Andrea, in che modo sopravvive l’iniziale carattere illuminista del Saggiatore? Col passare degli anni, quello sforzo utopistico ha dovuto cambiare indirizzo, rivolgersi ad altre esigenze, a nuove istanze?

Le ambizioni di Alberto Mondadori, alla data della fondazione, erano molto alte: tra le altre, quella di sprovincializzare e laicizzare la cultura italiana. Il tutto portando avanti l’idea di un catalogo molto identitario, sia dal punto di vista della proposta culturale che da quello fisico, materico. Nel corso dei decenni – a differenza di altri editori nati in quel periodo, che al netto di alcuni cambiamenti hanno deciso di emanare un’aura più o meno simile a quella della fondazione, ad esempio Adelphi – questa identità però ha avuto molti cambi di rotta, per innumerevoli ragioni storiche. Basti pensare – oltre alle fasi successive alla morte di Alberto, nel 1976 – al periodo in cui la casa editrice fu di proprietà della Mondadori. L’acquisizione della casa editrice a opera di Luca Formenton negli anni Novanta permise di riconnettersi almeno in parte alle ambizioni originali, all’interno di un contesto editoriale, quello degli anni Novanta, molto vivace e che tendeva alla logica del “gruppo editoriale”: diversi marchi confluirono infatti dentro il Gruppo Saggiatore (si pensi a Pratiche o a Tropea, poi a Isbn).  

 

E oggi?

Gli ultimi anni sono stati anni in cui – a chiusura del gruppo – ci siamo focalizzati sull’identità del Saggiatore, identità che di fatto ha cambiato completamente pelle. Chiuse tutte le collane, chiusi anche i tascabili, abbiamo fatto nascere intere aree della casa editrice che prima erano assenti, o che procedevano per linee separate: la narrativa, italiana e straniera, solo per fare un esempio, è pienamente interconnessa al resto del catalogo. Su questo fronte, possiamo dire che per rifondare un’identità siamo partiti proprio dal passato. Tra le tante domande c’erano: come valorizzare il nostro catalogo e come farlo rivivere in un unico immaginario, insieme alle nuove pubblicazioni? Come fare, anche, a creare un nuovo catalogo, fatto di libri duraturi, a lunga o lunghissima scadenza? Per creare una nuova identità, devi tagliare i ponti con il passato. Per farlo, perdona la tautologia, non puoi tagliare i ponti con il passato. Su questo fronte, il Saggiatore storico è stato una guida fondamentale: un conto è ristrutturare una casa abbattendo tutto e ricostruendola, un conto è ristrutturarla valorizzando la sua storia. Solo uno scriteriato getta colate di resina su un affresco antico. L’affresco va ristrutturato e valorizzato però, altrimenti è solo vecchio e t’intristisce. Ricostruire partendo dalla propria storia è senz’altro più faticoso, perché corri molti rischi, per esempio quello di non farti capire. Togliere la polvere non basta, devi anche abbattere le pareti, fare un lucernario, cambiare l’illuminazione. Dovrà emergere un’atmosfera nuova, ma che è connessa a quella storica. È molto faticoso, ma credo sia la scelta più saggia, e la sfida più bella.

 

Una scelta difficile quella di chiudere tutte le collane. Cosa vi ha portato a questa rivoluzione?

Abbiamo immaginato il catalogo come un unico grande testo. Pubblicare tutto in un’unica collana, La Cultura, ha molti vantaggi e alcuni svantaggi: le collane aiutano i librai a posizionare i libri, per dirne solo uno. Eppure ci sembrava necessario proprio per il processo di rifondazione di cui parlavo. C’è poi un’altra sfumatura, che non è la ragione principe di questa scelta, ma collaterale, e ci tengo a esplicitarla. All’interno delle organizzazioni è plausibile che nascano territori privati, impulsi di “proprietà”. “Questa è la mia collana!”, “questo è un mio progetto!”. Talvolta è sacrosanto, talvolta è molto rischioso. Il catalogo di una casa editrice deve essere concepito da tutti su tutti gli aspetti, al di là delle proprie competenze. Se l’idea è quella di costruire un progetto di lunga durata, è fondamentale l’appartenenza: se io ho appartenenza, che so, solo per la collana di economia perché mi occupo di quella e mi disinteresso del resto della casa editrice, non sto facendo bene il mio lavoro. Naturalmente dipende molto dalle dimensioni della casa editrice e questo discorso va rimodulato a seconda delle organizzazioni. Ma una casa editrice è fatta di persone, e se c’è l’appartenenza si può costruire qualcosa di lunga durata. È quello che accade con tutte le squadre.

 

Sarei curioso di chiederle che legame c’è tra questa unica collana e la nuova forma-libro che avete immaginato

Sul fronte della forma libro, invece, bisognava far confluire una necessità di selezione editoriale in una necessità materica. In grande sintesi, abbiamo fatto confluire dentro una grafica che è mutata nel tempo i libri del catalogo, cercando di rinnovarli; libri “paradigmatici”, che affrontano un tema di petto (penso per esempio a L’algoritmo e l’oracolo di Alessandro Vespignani); libri “testimonianze”, dove grandi artisti parlano del proprio lavoro (da David Lynch a David Bowie); “grandi opere” (le lettere e i saggi di Joyce o le interviste di Burroughs); una saggistica a bassa foliazione ma lunga durata; e una narrativa, sia italiana sia straniera, compresa una narrative non fiction, molto identitaria, calcolata al millimetro. Abbiamo dato in questi anni, e continueremo a farlo, molta attenzione all’unitarietà dell’estetica e all’oggetto fisico. Stiamo lavorando molto, per esempio, su delle copertine “interattive”. La copertina diventa un’altra cosa rispetto a quando il lettore ha acquistato il libro, proprio grazie all’interazione del lettore. Insomma: il libro come esperienza “manuale”, prima di tutto.

 

Pensate al libro come esperienza manuale, ma non avete trascurato quella virtuale, l’e-book. In che modo il Saggiatore pensa il libro digitale: come solo simulacro virtuale di un libro di carta o come realtà autonoma e separata?

Abbiamo fatto molti studi in passato e molte analisi, e concordo con la risposta data da Elisabetta Sgarbi la settimana scorsa. Al massimo, è da auspicare che l’e-book diventi qualcosa di autonomo dalla riproposizione del libro cartaceo in altra forma. Ciò non toglie che un editore, come qualsiasi imprenditore, non deve sottovalutare nulla: facciamo attenzione agli e-book ogni giorno e non solo alla loro produzione, anche a come comunicarli, come raccontarli ai lettori.

 

Parlare di e-book ci dà modo di parlare della vostra campagna di solidarietà durante l’emergenza Covid-19. Avete donato più di venti titoli del vostro catalogo, creando un’apposita finestra sul vostro sito. Oltre alla grande prova di vicinanza, è stato anche un modo per riaffermare una funzione sociale dell’editoria? Un modo per evidenziarne il ruolo, in un momento in cui la realtà culturale viene quasi del tutto ignorata? 

Ci interroghiamo da tempo su che cos’è il nostro lavoro e come diventerà. Donare quei titoli è un atto non solo legato alla sfera comunicativa, ma proprio progettuale. Un editore è un agente culturale. Deve poter parlare con tutti. Poco importa che venga fatto su schermo o meno. La funzione sociale di cui parla è decisiva: il libro, in questo Paese, è sparito da decenni su qualsiasi fronte governativo e sociale, è assente da qualunque discorso. È singolare. Pensare che esista solo il libro come unico custode di arricchimento dell’essere umano è folle. Che un Paese però possa dimenticarselo del tutto è nefasto. Circa il nostro modo di pensare l’editoria in digitale, invece, non è cambiato molto. Abbiamo dato in questi anni molta attenzione a questo aspetto. Non esiste un’identità editoriale, una commerciale, una social, una di comunicazione: ne esiste una unica, che va rimodellata momento per momento. Un testo continuamente in divenire. Il progetto I giorni alla finestra ha visto la partecipazione di circa 1.000 persone: ne è emerso un romanzo polifonico, un coro italiano che va oltre l’attualità.

 

Una volta superata l’emergenza, qual è il rischio narrativo, e qual è il rischio editoriale, da evitare? Mi spiego meglio: quali saranno le propensioni narrative e quelle editoriali a cui si andrà facilmente incontro e di cui bisognerebbe prendere coscienza già da ora per scongiurarle?

Su entrambi i fronti, quello letterario e quello editoriale, il rischio è quello di credere al presente. Il presente, è ovvio, non è statico. Piombiamo nello sconforto per un mal di testa, come fosse infinito. Ma non c’è nulla di infinito. È molto dolce, questo, ed è terribile. Per questo il presente è un grande nemico. Non fai in tempo a concepirlo che già fugge via. Sul fronte più strettamente editoriale, c’è un tema enorme da affrontare. Questo lavoro – salvo che per alcuni editori, che hanno per loro natura un pubblico diverso – parla principalmente ai cosiddetti “lettori forti”. Bisogna continuare a pubblicare libri per loro. Le difficoltà economiche di questo momento potrebbero portare la tentazione di semplificare ulteriormente i contenuti. Sarebbe bello se questo creasse più lettori. Ma gli ultimi sessant’anni ci dimostrano che non è così. Quindi è sicuramente un rischio da evitare. Naturalmente senza snobismo. Ogni editore ha un suo lettore ideale in mente. Mi auguro che questa pandemia non faccia smarrire questo dialogo.

 

È difficile parlare di futuro oggi: la crisi economica e il senso della catastrofe ce lo impediscono. Eppure sono giorni che mi ritorna in mente un famoso sottotitolo di un libro di Franco Fortini, «per un buon uso delle rovine». Sarà questo uno degli aspetti dell’editoria di domani? Un’editoria che si proporrà di esserci e di continuare a raccontare il mondo «per un buon uso delle rovine»?

Il buon uso delle rovine per l’editoria ha, per quel che credo, una strada possibile. Un editore che diventa editore di contenuti e non di soli libri. Ma questo è solo uno slogan o, al massimo, una suggestione. Prima c’è una fantasia, poi un’idea, poi un progetto, poi la realizzazione. Se ti fermi allo stadio uno, o due, non basta. Il punto è lo sguardo laterale. Vedere qualcosa di nuovo in ciò che ci è familiare. Studio e immagino questo futuro da tempo e credo di avere in mente un possibile modello economico e produttivo per realizzarlo. Spero sia possibile presto.

 

Crediti immagine: Song_about_summer / Shutterstock.com

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