1 maggio 2022

Quando il cinema raccontava il lavoro

La classe operaia va in paradiso è un titolo molto ottimistico e negli anni Settanta di grande richiamo. Con la regia di Elio Petri e interpretato da Gian Maria Volonté, nel film quello che allora veniva definito l’operaio ‘massa’ sale al centro del palcoscenico e conquista l’attenzione generale: i suoi amori, la sua passione politica, la vita nelle grandi fabbriche diventano il romanzo di una generazione che aveva abbandonato il Sud e si era trasferita al Nord per lavorare. I film militanti di Ugo Gregoretti avevano cominciato a raccontare le lotte sindacali per il contratto nel 1969. Contratto e Apollon, una fabbrica occupata sono dei veri e propri manifesti di adesione alle grandi lotte operaie e l’attore Volonté è il testimone dell’incontro tra lavoratori e intellettuali. Gregoretti aveva cominciato molto tempo prima a raccontare la fabbrica con una pellicola per certi aspetti geniale, Omicron (1963), un film di fantascienza in cui si mischiavano l’operaio delle linee di montaggio, con i suoi movimenti ripetitivi e alienati, e gli alieni veri e propri che stavano per invadere la Terra. La fiction diventa lo strumento di analisi della nuova società industriale e la creatività è al servizio dei cambiamenti e della rivoluzione in atto nella società italiana.

Nel dopoguerra il cinema italiano, dopo essere stato rinchiuso a Cinecittà per molti anni, esce allo scoperto e sale sulle macerie dei bombardamenti per raccontare quello che era rimasto in piedi dopo anni di fascismo. Zavattini scrive e ispira decine di film che raccontano la società dispersa dagli anni di guerra, e i protagonisti dei film diventano un popolo di uomini e donne soli che tutti i giorni devono combattere contro la povertà e ricostruire non solo le loro case ma anche la loro identità e il loro futuro. Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica, scritto appunto da Zavattini, con Suso Cecchi D’Amico e Luigi Bartolini, racconta la solitudine di chi ha bisogno di lavorare per potersi affermare ed esistere, contare nella società e prendersi la scena con la propria storia, non più da pezzente ma con la dignità di chi contribuisce con il proprio lavoro al benessere del Paese, che intanto aveva nella Costituzione affermato, con l’art. 1, che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

I grandi capolavori del cinema italiano del periodo sono le favole di un mondo che tutti i giorni raccontano, in presa diretta, il cambiamento della società, il popolo italiano diventa contemporaneamente il protagonista e lo spettatore della vita sociale e un titolo per tutti ne sintetizza il momento storico, Miracolo a Milano (1951), film che mette insieme il miracolo del cinema: la realtà è il sogno.

Dopo la prima fase di ricostruzione il cinema si trasforma insieme ai suoi protagonisti e diventa cinema di denuncia, si occupa della vita dei lavoratori e insieme dei problemi complessi che la società deve affrontare. La malavita, la politica gli intrighi della società italiana guidano il racconto e diventano inchiesta palpitante e sanguinante: Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi ne è uno degli esempi più importanti. I lavoratori intanto sono sempre più il riferimento di tutto il Paese che si vuole ribellare e cambiare la società, che vuole conquistare una vita migliore. «Otto ore per lavorare, otto ore riposare e otto ore per lo svago» era stato lo slogan del 1° maggio in tutto il mondo. Il cinema riesce con facilità a non guardare più il lavoratore come un problema ma ne racconta l’individualità, la solitudine, gli amori, le emozioni, il tempo libero. Il cinema fa il suo mestiere, il suo lavoro, racconta le persone e la società, guarda il mondo e lo rappresenta, svela il potere e scopre gli ultimi che non hanno possibilità di rappresentazione autonoma. Il mondo del lavoro viene rappresentato dal cinema italiano in tutti i modi possibili, dal racconto epico di Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci all’intimismo poetico del protagonista di Trevico-Torino. Viaggio nel Fiat-Nam (1973) con la regia di Ettore Scola.

Poi la classe operaia dopo le lotte degli anni Settanta va in paradiso e scompare dal grande cinema italiano. Troviamo qualche documentario che ne parla, ma il grande schermo non è più il luogo dell’eccellenza del racconto della vita dei lavoratori; arriva qualche film di Ken Loach dal Regno Unito a ricordarci che esistono ancora le classi subalterne come si diceva una volta, ma noi tutti abbiamo la nostra testa, il nostro cuore da un’altra parte: è la televisione il luogo del racconto, la fiction televisiva il linguaggio che domina l’immaginario e sempre di più il realismo è relegato alle inchieste giornalistiche. Chissà quando e come i lavoratori ritorneranno al centro del mondo a raccontarci il sogno che stanno facendo in questa notte lunga e buia che sta dominando il mondo.

 

Immagine: Marvin Beerbohm, Automotive Industry (mural, Detroit public library), 1940. Crediti: Smithsonian American Art Museum, Washington D.C.