06 febbraio 2015

Quando i milanesi volevano demolire il castello

È una giornata di pioggia a cavallo tra Otto e Novecento quando l'architetto Luca Beltrami si ripara sotto il colonnato di una cascina, nei pressi della stazione centrale a Milano. La stazione centrale non ha ancora quell'aspetto di monumento assiro-babilonese che contrasta col suono casalingo e provinciale delle destinazioni limitrofe, come ha ironizzato più di uno scrittore: da Rescaldina a Vanzaghello passando per Pantigliate.

La cascina sotto il cui colonnato si rifugia Beltrami si chiama 'cascina Pozzobonella', risale alla Milano rinascimentale dei Leonardo e dei Bramante – quando la zona era aperta campagna, vale a dire 'villeggiatura', e non meta di pendolarismo lavorativo impiegatizio. Immobilizzato dalla pioggia l'architetto milanese non può mettersi a spulciare Facebook o Whatsapp e si guarda intorno per ingannare il tempo. Mentre attende che spiova vede un'immagine sbiadita affiorare dall'intonaco e la osserva meglio: è praticamente poco più di una macchia. L'immagine sembra ritrarre un castello. Guardando meglio, quel castello ha tutta l'aria di essere il castello sforzesco ai tempi in cui la torre del Filarete non era ancora stata distrutta da un'esplosione accidentale, causata da un soldato durante l'occupazione francese nel giugno 1521; e altri strati di interventi eterogenei non si erano ancora sovrapposti all'idea di corte originale. Beltrami è alla ricerca disperata di immagini della torre del Filarete – così chiamata dal soprannome dell'architetto Antonio Averlino e commissionata da Ludovico il Moro - perché si è messo in testa di ricostruirla. La determinazione non gli fa certo difetto. Ha studiato a Beaux Artes a Parigi ricavandone più un senso del passato e dell'architettura storicista che un gusto per gli sventramenti huyssmaniani e l'avvenirismo... Dispone di un paio di disegni trovati nell'archivio del castello e di quello di Leonardo custodito in Francia; e dopo quella giornata di pioggia anche della 'macchia' vista 'per caso' alla cascina Pozzobonella. La ricostruzione dell'imponente torre rettangolare, guidata da un paziente lavoro di indagine filologica, che investe anche il confronto con il castello di Vigevano, è sicuramente impresa ardita ma rappresenta solo il vistoso tocco finale di una battaglia che Beltrami ha condotto per salvare il castello dalla demolizione e si conclude alla vigilia dell'Expo di Milano del 1906. La costruzione, alta sessanta metri, un antico grattacielo, viene definitivamente liberata dai ponteggi di legno e svetta sui padiglioni espositivi alle spalle dello storico edificio, alla faccia del progresso nei trasporti cui è intitolato l'avvenimento. Sembra incredibile ma una delle architetture più note di Milano, che risale al XV secolo ma riprende la fortificazione ancora più antica di Porta Giovia o Zovia – a ridosso della cinta muraria difensiva –, ha rischiato di essere spianata. O meglio: ha rischiato di diventare una sorta di quinta intorno a una via che – collegando Cordusio a corso Sempione – nei progetti del sindaco, Giulio Belinzaghi, doveva essere l'asse di un nuovo quartiere residenziale. E dire che Victoria delle Spice Girls, la moglie di Beckham, quando il calciatore inglese stava per trasferirsi al Milan ha indicato – ironicamente, si spera – il castello come possibile destinazione abitativa. C'è mancato poco che non ci fosse più nessuno sfondo su cui proiettare sogni adolescenziali di conquista. Bisogna ammettere che i milanesi non sono insorti alla notizia della demolizione del castello. I motivi di questa indifferenza che oggi sembra assurda sono tanti. Possiamo vederci un carattere di dinamismo distintivo, una tendenza a distruggere e rigenerare il tessuto urbano che non ha eguali in nessun'altra città d'Italia e ha beneficiato di conquiste e guerre più o meno invasive. La Milano tanto amata da Stendhal – incomprensibilmente, si potrebbe pensare oggi - subirà il colpo di grazia durante la seconda guerra mondiale, quando circa tremila edifici vengono devastati dalle bombe inglesi, molti dei quali storici. Il castello ha rischiato di sparire in un'epoca in cui il passato non aveva ancora assunto un valore intrinseco universale e la conservazione non era un bene in sé. Ma c'è dell'altro. Era ancora viva la memoria delle Cinque Giornate e della dura repressione dei moti quarantottini. Il castello era la sede della guarnigione austriaca, prima dell'unificazione d'Italia. Qui venivano portati i prigionieri e in alcuni casi torturati. Il castello era una sorta di Spielberg meneghino e una caserma. Nelle stanze dove Bona di Savoia piangeva il marito assassinato, in seguito dormono i soldati o i cavalli di diversi eserciti. E il risultato di diversi acquartieramenti, sistemazioni e modifiche è una contrapposizione di stili, epoche e funzioni diverse. L'idea di spianarlo liberando grandi spazi per l'edilizia residenziale piaceva a molti. In particolare al sindaco di Milano che era anche il socio di un'azienda di costruzioni. La lottizzazione di mezzo milione di metri quadrati viene approvata dal comune nel 1884 'con il determinante contributo del Belinzaghi, uno dei principali azionisti della società interessata ad acquisire l’area' scrive lo storico Luigi Robuschi in un avvincente studio per la Società storica lombarda. I conflitti d'interesse tra politica e affari segnano fin da subito il nascere del paese. L'espressione 'costruire l'Italia' viene presa un po' troppo alla lettera. Sventramenti e cementificazioni segnano la penisola, in particolare le due principali città: rispettivamente la capitale politica e quella economica. A Roma si edifica il quartiere Prati, piazza Vittorio, l'unica della città con i portici, che crolla subito a causa dell'affrettata e pressapochistica edificazione, e via Nazionale, dove si trova la Banca d'Italia... A vederlo ex post, dai cantieri, il Risorgimento sembra un'operazione bellica e politica di carattere immobiliare, una gigantesca speculazione di geopolitica edilizia. Va tenuto presente che i mutamenti economici, tecnologici e sociali impongono ovunque nell'Europa più evoluta piani di razionalizzazione urbanistica. Il Beltrami, milanese e titolare della cattedra di architettura a Brera, forma un comitato civico e riesce a raccogliere intorno a sé un sempre maggiore consenso. Convinto che i monumenti siano 'una porta sul passato' ottiene dal ministero della Pubblica istruzione che il castello sia dichiarato 'monumento nazionale', cioè salvato dalla demolizione insieme al parco, antica riserva di caccia degli Sforza e dei Visconti, e in seguito che venga riportato all'aspetto originario sotto la sua guida. O, se non 'veramente originario', 'verosimilmente originario'. Anche la cittadinanza contribuisce con donazioni che si moltiplicano. Il sindaco Belinzaghi, travolto dallo scandalo, cade e la nuova giunta vede la nomina del Beltrami ad assessore. Durante i lavori di ristrutturazione, emergono affreschi, tra cui quello che riproduce sul soffitto il motivo di un pergolato, un fitto intreccio vegetale, ed è attribuito a Leonardo, motti, stemmi del glorioso passato cavalleresco. Ma non è tutto bene quel che finisce bene. L'inarrestabile Beltrami si butta su altri progetti, partecipa da altri bandi urbanistici, come quello per la nuova facciata del Duomo vinto da un allievo che solo la morte toglie di mezzo. Non ottiene i riscontri che spera e si trasferisce a Roma dove interviene tra l'altro disegnando la nuova pinacoteca vaticana, grazie all'amicizia con Achille Ratti, diventato papa e originario di Desio. Abbandona dunque la funzione di conservatore del castello anche per i contrasti con la burocrazia e l'amarezza per il furto del 'monetiere', subito per scarsa sorveglianza nonostante i suoi ripetuti allarmi. Lo scrittore scapigliato Carlo Dossi, infervorato per il progetto di recupero del castello, dona parte della sua collezione di reperti archeologici, raccolti quando era diplomatico all'estero, perché se ne faccia un museo. Ma la sua collezione va ad arricchire invece il capitolo molto ampio e triste dei 'testamenti traditi' e viene riposta sine die nello scantinato (solo la parte conservata dalla famiglia è oggi visitabile nella casa di Corbetta). Di altri monumenti storici, che hanno segnato l'identità di Milano, come il Lazzaretto, non restano che le descrizioni scritte, su tutte naturalmente quella del Manzoni e della peste secentesca. Lacerti più letterari che materiali. Vengono risparmiati solo frammenti episodici, come la chiesa di San Carlo, oggi inglobata nel quartiere molto vitale e multietnico di Porta Venezia, o quel pezzo di edificio basso, dai caratteristici comignoli, divenuto una delle sedi religiose degli immigrati rumeni, che hanno costruito nel cortile, a ridosso degli storici muri, una cappella ortodossa di legno con cupole dorate. Un intruso sopravvissuto al tempo e all'anarchico dinamismo architettonico e sociale milanese... La cascina Pozzobonella poteva sperare di avere migliore sorte?


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