07 ottobre 2014

Quando il nemico è il professore

L’anno accademico è agli sgoccioli: in un tranquillo liceo della Slovenia, la professoressa Nusa, affettuosa e protettiva, entra in congedo per maternità, lasciando la propria classe a Robert, un autoritario intellettuale tedesco che al contrario della collega – abituata a sviluppare un legame empatico con i propri studenti – crede nel valore dell’autorità e dell’ordine e nel rispetto dei reciproci ruoli.

La classe sembra mal digerire i cambiamenti imposti dal nuovo professore, ma il clima peggiorerà bruscamente a seguito del suicidio di una studentessa, la cui responsabilità – per molti – ricade proprio sui metodi autoritari del professore, nonostante la ragazza non abbia lasciato nessun preciso messaggio. Il dramma è destinato non solo a sottolineare il divario generazionale tra studenti e insegnanti, generando un corto circuito tutto interno al sistema scolastico, ma costringerà i protagonisti a interrogarsi sulle divisioni e sui pregiudizi che ancora permangono all’interno della società slovena contemporanea. Il 9 ottobre arriva nelle sale italiane Class enemy, lungometraggio-esordio firmato dal regista Rok Biček, già insignito del Premio FEDEORA per il Miglior Film durante la Settimana Internazionale della Critica della settantesima Mostra del Cinema di Venezia. Il film – nominato per rappresentare la Slovenia all’ottantaseiesima edizione degli Oscar – è ispirato dichiaratamente a Tonio Kröger, il racconto (a metà tra finzione e autobiografia) in cui il premio Nobel Thomas Mann analizza il disagio interiore che ogni adolescente, prima o poi, si ritrova a dover affrontare. All’esperienza del dolore, infatti, i giovani reagiscono spesso con la rabbia: un sentimento impulsivo, non strutturato, e la risposta immediata della classe sarà proprio quella di eleggere il professor Robert a capro espiatorio, vittima ideale di una campagna diffamatoria con cui i compagni della giovane suicida tentano – invano – di ignorare le proprie colpe individuali. Di mettere insomma a tacere quella voce inquieta che è un po’ la voce di un’intera generazione, e di un contesto storico, quello slovacco, in cui il numero di suicidi è in costante aumento.