6 luglio 2021

Raffaella, prima di tutti

Mentre passavano le immagini che celebravano la meravigliosa vita di Raffaella Carrà, sarà capitato a tutti di mettere a fuoco una grande verità. C’è qualcosa che unisce molte generazioni. Quel qualcosa è la televisione. Non si tratta di una provocazione. È proprio così. E bisogna riconoscerlo. Perché se ci facciamo caso, a fasi più o meno alterne, abbiamo tutti avvertito il desiderio di oziare con lo sguardo rivolto a tutta quella roba che fuoriusciva dal piccolo schermo. I critici dalla penna più spietata sostengono, almeno da un paio di decenni, che la generazione dei nati fra i Settanta e gli Ottanta sia stata l’ultima ad aver vissuto una specie di belle époque della televisione. E probabilmente è davvero così. Ce ne accorgiamo ogni volta che per le più svariate ragioni ci imbattiamo negli spezzoni di tutti quei programmi che hanno caratterizzato il nostro passato. Convinzione che, ieri, davanti agli inevitabili momenti dedicati a Raffaella Carrà, ha ripreso il sopravvento. In fondo, c’era tutto in quei contenitori che la televisione offriva: ordine, precisione, allegria, professionalità ed eleganza; perfino la capacità dirompente di regalare momenti speciali, unici, e la voglia incontenibile di voler anticipare i tempi. E di questo Raffaella Carrà è stata maestra assoluta. 

È stata glam prima di Achille Lauro, e influencer prima di Chiara Ferragni. È stata seguita prima delle socialite di Instagram. Sempre scattante, quasi fosse in continuo allenamento, si prendeva gli applausi sfiorando o addirittura oltrepassando i confini di una delle avanguardie artistiche più chiacchierate e discusse: la body art. No, neanche questa è una provocazione. Raffaella Carrà ha riscritto con il suo fare energico le regole, imponendo una nuova body art lontana anni luce dalle cruente mortificazioni e dai paradossali rituali primitivi, per nulla elitaria, incomprensibile e spocchiosa.

La sua body art televisiva altro non era che un’assoluta sublimazione del corpo attraverso le azioni semplici, l’aspetto sano, il movimento composto e la sostanza più autentica dell’Essere. Diversamente dal denudarsi di Marina Abramović o dall’abbraccio dei rovi di Gina Pane, per Raffaella Carrà il corpo – avvolto nell’abito e nell’ornamento – è sempre stato una bandiera di emancipazione super-pop da piantare al centro della scena. Instancabile predatrice di idee – prima ancora di Madonna e Lady Gaga, che dal suo repertorio hanno saputo pescare a piene mani – con lo sguardo serafico e il caschetto dorato, Raffaella è stata l’emblema più fresca e vitaminica del passaggio epocale che emancipò il bianco&nero catapultandolo nel colore. E lei, già coraggiosa, dopo aver già “militato” fiera con l’ombelico in vista, nel tempo assai ruvido in cui la censura piombava senza far sconti, continuò a intrattenere non soltanto con il potere suadente del corpo ma anche con quello supersonico della voce. Con un’inaffondabile carrellata di sigle – che le permisero di scalare le classifiche del Regno Unito prima ancora dei Måneskin – divenute tormentoni quando ancora il tormentone non era un imperativo categorico, Raffaella contribuì a scrollare via tutti i mandati culturali di una società ancora retrograda e bigotta, incitando all’evoluzione dei costumi, alla rivoluzione sessuale e alla parità di genere. Lo faceva, però, con garbo. Priva di strafottenza. In maniera esplicita. Senza mai premere troppo il piede sull’acceleratore e oltrepassare il limite della decenza. Sempre con distinzione e gusto, sì. Così come i suoi programmi.

Se in Pronto, Raffaella? – la striscia cucitale addosso per la fascia di mezzogiorno – si divertiva a fare i quiz prima che i quiz fossero ovunque, chiedendoci semplicemente di indovinare quanti fagioli ci fossero nel vaso, in Carràmba! Che sorpresa permetteva a chiunque di poter riabbracciare gli affetti lontani. Da qui, il neologismo carrambata. Da qui, tutta la televisione che sarebbe venuta dopo, e che ancora continua a spopolare e a fare share. Ecco perché ieri, mentre tutte le reti televisive salutavano grate e commosse la sua definitiva uscita di scena, mettendo a fuoco la grande verità secondo cui è stata proprio la televisione a unire più generazioni, abbiamo altresì capito quanto abile a comunicare sia stata Raffaella Carrà. Senza mai ricorrere al trash – neanche quando le lacrime in studio scorrevano a fiumi –, agli eccessi pilotati e agli strategici colpi di scena, con le uniche armi della grazia, della semplicità e della buona educazione è riuscita a mettere a segno una serie di show di grande presa sul pubblico. Spianando addirittura la strada a tutte le colleghe, che a un certo punto hanno cambiato direzione, smettendo di ballare, per dedicarsi ad altro. Ed è sfogliando tutto quel che questa istrionica e irripetibile signora ha fatto nel corso della sua travolgente carriera – apparendo sempre energica, protetta da un’accecante guaina dalle spalle spioventi, da un’aura adolescenziale e da una risata burlona e contagiosa – che ci accorgiamo perfino di come in verità ha vissuto: creando modelli, per poi ritirarsi a osservare educata, mentre tutti – ma proprio tutti – si sono affannati a copiarla e a emularne le gesta. 

 

Immagine: Raffaella Carrà  (19 Ottobre 1991). Crediti: Franco Ferrajuolo [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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