5 novembre 2019

Razzismo e stato di salute degli afroamericani negli Stati Uniti

È noto che la questione della salute pubblica è un argomento piuttosto spinoso negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda l’accesso a cure mediche gratuite per le fasce di popolazione più povere e, in generale, più deboli anche dal punto di vista sociale. Tra queste, la vastissima comunità afroamericana è sicuramente una di quelle più svantaggiate: nella maggioranza dei casi non gode di un’assicurazione sanitaria sufficiente e si muove tra enormi difficoltà economiche in campo sanitario; un recente studio universitario mostra oggi quelle che potrebbero essere le basi “matematiche” di queste disuguaglianze rispetto alla popolazione bianca.

La ricerca, frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori guidati da Ziad Obermeyer della School of Public Health, University of California e pubblicata sulla rivista Science, mostra come l’algoritmo con cui vengono gestite e pianificate le spese sanitarie negli Stati Uniti penalizzi i pazienti di origine africana e sia, quindi, fondamentalmente razzista o comunque ampiamente discriminatorio.

Lo studio, che si basa sull’analisi di circa 50.000 cartelle cliniche, mostra come la sanità pubblica USA investa più soldi per tutelare e migliorare lo stato di salute dei bianchi rispetto a quello dei neri: questo perché l’algoritmo, che stabilisce le priorità su cui investire il denaro, si basa di fatto su una distorsione, utilizza cioè i costi sanitari come sostituti delle esigenze di salute. In sintesi, siccome a parità di necessità vengono spesi meno soldi per i pazienti neri, l’algoritmo deduce, di conseguenza, ma erroneamente, che questi ultimi siano più sani rispetto ai pazienti bianchi ugualmente malati.

Quindi, alle persone di colore viene assegnata una percentuale di rischio più bassa e questo orienta pesantemente la quota di spesa sanitaria: la ricerca valuta, infatti, che le persone di colore vedono ridursi di circa 1.800 dollari la spesa annua pro capite di cure mediche loro destinate e quest’affermazione è facilmente riscontrabile nella realtà quotidiana USA che vede solo il 17,7% dei pazienti neri usufruire di cure extra, mentre un algoritmo correttamente orientato farebbe, invece, salire tale percentuale fino al 46,5%.

In realtà, il modello di costo su cui è basato l’algoritmo falsa completamente lo stato reale delle cose: sono proprio i pazienti di colore ad avere uno stato di salute complessivamente peggiore, anche a causa di tutta una serie di patologie di cui tendono a soffrire maggiormente: come diabete, anemia, problemi epatici e pressione alta; dovrebbero quindi godere di un’assistenza sanitaria migliore, cosa che però non avviene proprio perché l’algoritmo non si basa sulla malattia e sulle esigenze di salute, bensì sui costi sanitari. In conclusione, si determina una profonda disuguaglianza nell’accesso alle cure e si spendono meno soldi per curare i pazienti neri rispetto ai bianchi.

Sarebbe importante, invece, aprire gli algoritmi alla base di settori vitali come l’assistenza medica, dando la possibilità di inserirvi fattori e parametri aggiuntivi in grado di modificare dei sistemi intrinsecamente poco adatti a valutare campi così delicati e complessi, pieni di tante variabili, per evitare colpe se non di razzismo, quanto meno di estrema cecità dello stato reale delle cose.

 

Crediti immagine: Department of Foreign Affairs and Trade [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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