2 giugno 2020

Resilienza

 

Resiliènza, s. f. [der. di resiliente]. 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc. 4. In ecologia, la velocità con cui una comunità biotica è in grado di ripristinare la sua stabilità se sottoposta a perturbazioni [1].

L’uomo, da quando è consapevole della propria “umanità”, si interroga sul suo personale destino. Dalla notte di tempi, dalla prima alba, si è sempre chiesto cosa lo attende, si è posto una domanda: “Che ne sarà di me?”.

Così come, in una delle tante, troppe, lunghe notti buie della nostra coscienza, come purtroppo, più volte è accaduto nei secoli scorsi, fino a questi giorni di pandemia, l’umanità, tutta, si è più volte posta la stessa domanda: “Cosa ne sarà di noi?”. La risposta una sola: vivere.

Fragilità e resilienza. Paura e coraggio. Abbandono e rinascita. Morte e vita. Binomi inscindibili e immutati che si alternano nel passare del tempo di un uomo, di un popolo, dell’umanità. Trovarsi sull’orlo di un baratro e sapere che poi il limite è solo quello che vive e dimora dentro la nostra anima.

In questo eterno alternarsi di luci e ombre, giorni e notti, di vite e morti, vi è un lemma che fa la differenza, la parola che sintetizza il moto interiore di un essere vivente così come di un intero popolo, dell’umanità: resilienza.

Una parola che nella sua radice latina evoca un’azione, un moto estremo di chi lo compie, “resalio”, iterativo di “salio”, l’atto, anzi, lo sforzo di voler, ad ogni costo, risalire, su una barca capovolta in un mare in tempesta.

“Resalio”, un termine che suona dolce e duro allo stesso modo, una parola che, nell’emisfero occidentale solo in questi ultimi anni è tornata ad essere quasi di senso comune, dopo alterne vicende che l’hanno vista  dopo secoli di oblio, tornare in voga all’alba del 1700, non a caso dopo gli anni bui della fine del Seicento, caratterizzati dalle terribili ondate di peste, per poi tornare nell’oblio della memoria, dopo aver svolto la sua funzione salvifica accompagnando la rinascita dell’umanità, nella sua dimensione occidentale, fin quando essa è giunta a riconoscersi non solo rinata, ma, addirittura, “illuminata”, e quindi scomparire per più di un secolo.

Infatti, solo a cavallo della fine del 1800 e gli inizi del secolo scorso il termine è tornato con forza a sedersi al desco degli eruditi grazie a F.W. Nietzsche [2], prima, e alla diffusione delle pratiche psicoterapeutiche, ancor di più, poi, così da assurgere agli onori delle quotidiane cronache di questi anni per il suo valore simbolico quasi taumaturgico, di salvifico lemma depositario e interprete di una sorta di magica forza insita in ognuno di noi.

Tutti emuli di “superuomini” in grado non solo, come nel significato originale usato in metallurgia, di dirsi esenti anche solo dall’essere scalfiti da un qualsivoglia trauma, ma, addirittura capaci di trasformare le difficoltà piccole e grandi della vita in opportunità e fattori di crescita, quasi a voler auspicare traumi, tragedie e disastri per dimostrarsi, appunto, resilienti. Finché poi, però, la vita non coglie davvero l’attimo per mettere alla prova e far fare i conti ad ognuno di noi con le proprie più profonde fragilità.

La resilienza, infatti, è sempre associata a ciò che rappresenterebbe, in teoria, il suo contrario: la fragilità. Ma in fondo così non è, semmai essa è la capacità più profonda di riconoscersi fragili e di usare paure e limiti per superarsi e provare, con ogni residuo straccio di forza interiore rimasto, a “risalire a bordo”.

In fondo la forza e il successo odierno del termine sono la sua capacità di renderci consapevoli della forza della nostra più profonda fragilità, estrema ratio a cui ricorrere per resistere alle intemperie della vita.

Non semplice. Non facile. Ma necessario per provare a dare, vivendo, agendo, una risposta vera e profonda a quella domanda che dalla notte dei tempi, l’uomo, un popolo, l’umanità si è sempre posta e continua a porsi: “Che ne sarà di me, di noi?”.

 

* Presidente di Cultura Italiae

 

Note:

[1] Vocabolario Treccani

 

[2] “(...) bisognerebbe sapere precisamente quanto sia grande la forza plastica di un uomo, di un popolo, di una civiltà: parlo di quella forza di svilupparsi da sé stessi in modo originale, di trasformare ed incorporare ciò che è passato ed estraneo, di risanare le ferite, di sostituire ciò che si è perduto, di rimodellare da sé forme spezzate.

Vi sono uomini che possiedono così poco questa forza che per una unica esperienza, per un unico dolore, spesso specialmente per un unico lieve torto si dissanguano incurabilmente come per una piccolissima scalfittura sanguinante; d’altra parte ve ne sono di tali che sono toccati così poco dalle più violente ed orribili disgrazie della vita e persino dalle azioni della loro propria malvagità che giungono, in mezzo a tutto ciò o immediatamente dopo, ad un discreto benessere e ad una specie di coscienza tranquilla”.

(F.W. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita).

 

Crediti immagine: Foto di Ron Porter da Pixabay

 


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