27 febbraio 2018

Restituire bellezza e valore alla società

Intervista ad Antonio Presti

Lo scrittore israeliano Meir Shalev lo ha definito: «Il sognatore che realizza i propri sogni». Chi entra nel mondo di Antonio Presti, infatti, viene inevitabilmente accolto dal suo intuito creativo e visionario che si rinvigorisce continuamente. Antonio Presti è un mecenate, ma anche e soprattutto un artista.

Presidente della Fondazione Fiumara d’Arte, incastonata nel cuore di piazza Stesicoro a Catania, Presti coltiva da anni nell’umanità formicolante della periferia l’utopia della bellezza e dell’arte; per farlo ha scelto Librino, il quartiere demograficamente più giovane della città etnea, dallo scenario un po’ sospeso e un po’ desolante, che imprime nell’immaginario collettivo suggestioni e verità piene di contraddizioni.

In realtà altro non sono che un semplice cittadino siciliano che, fin dalla contemporaneità giovanile, ha voluto, per una sua condizione più spirituale che ordinaria, assumere il comportamento civile del saper donare. 

 

Ma perché proprio Librino? 

Perché Librino è una “città-satellite” – come lo Zen di Palermo e Scampia a Napoli – lasciata per troppo tempo ai margini. Il quartiere vanta la presenza di settantamila abitanti, con diecimila ragazzi in età scolare. Me ne sono innamorato perché è un luogo metafisico capace di accogliere tutte le espressioni artistiche contemporanee. Oggi è un contenitore riservato agli artisti desiderosi di condividere bellezza con gli abitanti del quartiere, principalmente con i più giovani che proprio attraverso gli stimoli d’arte stravolgono la loro quotidianità e il loro modo di vedere il mondo. 

 

La sua è una «scelta etica», così l’ha definita Maria Luisa Spaziani

Sì, perché la bellezza non si manifesta per riqualificare ma per riassettare i codici etici. L’azione etica che la cultura infonde nelle periferie ha la funzione di riaffermare la dignità degli abitanti, innescando in ogni singola persona il valore della legalità, la filosofia del “fare” e non quella del “chiedere”. La parola d’ordine non è “recuperare” ma “restituire” ai ragazzi nati in queste realtà cittadine la possibilità di raggiungere la conoscenza – come veicolo di libertà e come fondamento di democrazia – che permetta loro di imparare a guardare il mondo con occhi diversi. 

 

La bellezza è per lei un motivo ricorrente

È proprio dalla mia continua ricerca che nel 2009 a Librino abbiamo inaugurato La Porta della Bellezza, un’opera monumentale decorata con i 

novemila bassorilievi in terracotta realizzati da duemila bambini del quartiere, che hanno trasformato un arrogante muro in cemento armato lungo tre chilometri in un virtuoso simbolo di armonia e legalità. 

 

Un’opera amata in maniera folle dagli abitanti di Librino, tanto da non aver mai subìto atti vandalici

La Porta della Bellezza è prima di tutto un esempio educativo, di condivisione e rispetto. In molti temevano atti di profanazione e vandalismo, e invece così non è stato. Anzi, viene protetta come un semaforo dell’anima, come un emblema identitario, come un varco d’accesso al bene comune. 

 

Ancora una volta, ormai sempre più spesso, quel che la politica ignora viene rimesso in piedi dai cittadini volenterosi come lei

Negli ultimi cinquant’anni, la politica ha ideato questi non-luoghi di periferia divenuti anche teatro di voto di scambio per i potenti di turno. Gesualdo Bufalino sosteneva che la mafia poteva essere vinta soltanto da un esercito di maestre elementari. Oggi più che mai, a fronte di tutto quel che vediamo e leggiamo, possiamo comprendere il significato delle sue parole che risuonano come un monito. La politica dovrebbe fornire più aiuti economici e sostegno concreto alle realtà scolastiche disseminate nei quartieri cosiddetti “difficili”. I ragazzi non devono essere recuperati ma rispettati, e per rispetto intendo l’introduzione della conoscenza nella loro quotidianità. 

 

Cos’è per lei l’arte? 

Ho sempre vissuto l’arte non come un fine ma come uno strumento per conferire bellezza. Attraverso l’arte si rianima la parte spirituale dell’uomo che smette di asservirsi al consumismo e al materialismo. Ogni volta che ci dimentichiamo di avere un’anima, se ci fa caso, viene fuori la bestia feroce. La nostra contemporaneità è dominata dalla rabbia, da persone incapaci di ascoltare; abbiamo perso di vista l’estasi della meraviglia e il piacere dello stupore. L’unica soluzione è la sete di conoscenza, attraverso cui si annientano tutte le sovrastrutture mentali e comportamentali. L’arte perciò è il medium universale che mette in contatto l’uomo con la sua anima. 

 

Non sarà mica un velato riferimento agli adolescenti con gli smartphone sempre a portata di mano, vero? 

Il problema non sono gli adolescenti, ma i loro genitori sempre più assenti. C’è una fascia generazionale di quarantenni, uomini e donne, che non riescono ad assolvere il ruolo genitoriale. Non possiamo additare sempre i ragazzi, accusandoli dell’anestesia dell’anima che il mondo della Rete provoca. Il vero allarme sociale è la mancanza di un’agenzia educativa famigliare.

Oggi sempre più spesso i genitori, per immaturità e arroganza, vanno a scuola a prendere a bastonate gli insegnati dei propri figli. Questo atteggiamento è nocivo perché rischia di produrre generazioni arroganti e mediocri.

 

Fuggire da questo labirinto è ancora possibile? 

Sì, ma ci vorrebbero menti volenterose, illuminate dal proprio cuore, che propongano misure concrete per contrastare tutte quelle politiche incentrare sull’ignoranza. Non dimentichiamoci, inoltre, che nelle scuole elementari e medie non si studiano più né la storia dell’arte né l’educazione civica. E i risultati sono ben visibili. Se i genitori non ci sono e la scuola nega la formazione etica ed estetica di cosa dobbiamo parlare? Stiamo tornando ai tempi delle caverne. 

 

Mancano ormai pochi giorni al voto

Mi chiedo come si possa pensare alle elezioni in un momento in cui non ci sono più né la politica né i politici, divenuti ormai mendicanti di consensi. 

 

Urge, dunque, un presidio di bellezza incline alla berlingueriana questione morale per arginare il rischio di una totale mattanza?

Assolutamente, sì. Mi piacerebbe poter fare un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, devoti alla cultura e dediti al volontariato, che in questo momento restano silenti: non è più tempo di omertà culturale, rimbocchiamoci le maniche e restituiamo valore alla nostra società. Rivolgo l’invito a tutti coloro che si nutrono di conoscenza, che s’indignano tenendo un mazzo di fiori in mano, mai pervasi da alcun istinto violento. Così come ho sempre fatto io, convinto di essere ancora un esempio di resilienza ma anche un inno alla gioia. 

 

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