25 luglio 2021

Arthur Rimbaud e l'orizzonte di redenzione

 

Per sua naturale definizione, l'orizzonte è il mistero dei misteri. Meta irraggiungibile, esso disegna intorno a noi, in ogni punto della Terra, il limite invalicabile dell'ignoto, ossia delle nostre speranze e delle nostre paure. Puro e perfetto, noi possiamo ammirarlo, stupefatti o atterriti, solo nel corso delle lunghe navigazioni marine, anche di notte nel chiarore lunare, quando ogni traccia di terra scompare, e la nostra solitudine è assoluta, e la nostra vita si trova sospesa come per miracolo sotto l'infinita cupola del cielo. E meditiamo, allora, sul paradosso del moto che si fa quiete, sull'immobile freccia di Zenone di Elea, mentre la scia della nave e l'immenso cerchio lontano avvolgono il nostro sguardo nella fissità irreale di una sfera cristallina, immagine e presentimento dell'eterno.

Nella nostra disperazione, e nella nostra ansia di felicità, che come poli magnetici alimentano il moto incessante del cuore, sistole e diastole della vita, della fantasia, del pensiero, noi corriamo verso quell'orizzonte sulle ali del dubbio, costantemente; ma a volte, raramente, trascinati da impeti di derisoria certezza, o per meglio dire invasati, ubriachi di un'illusione destinata a lievitare fino a dissolversi come il velo fluido e danzante di una bolla di sapone. E ci chiediamo: perché? Ma è divina o diabolica quella voce, che chiede lo svelamento del mistero? Se l'orizzonte è inviolabile, come una teofania della natura, perché quella voce pretende comunque di sfidarne la sacralità, quasi eco di un Ulisse lanciato oltre le Colonne d'Ercole della ragione?

In versi che sono tra i suoi più luminosi, in Soleil et chair, l'adolescente Arthur Rimbaud volle seguire la via visionaria dell'Oltre, come il pellegrino di Santiago in cammino verso l'estremo Occidente:

 

Nous ne pouvons savoir! Nous sommes accablés

d'un manteau d'ignorance et d'étroites chimères!

Singes d'hommes tombés de la vulve des mères,

notre pâle raison nous cache l'infini!

Nous voulons regarder: le Doute nous punit!

Le doute, morne oiseau, nous frappe de son aile,

et l'horizon s'enfuit d'une fuite éternelle!

 

Noi non possiamo sapere! Noi siamo soffocati

da un manto d'ignoranza e di meschine chimere!

Scimmie d'uomini caduti dalla vulva delle madri,

la nostra pallida ragione ci nasconde l'infinito!

Noi vogliamo guardare: il Dubbio ci punisce!

Il dubbio, triste uccello, ci percuote con la sua ala,

e l'orizzonte fugge in un'eterna fuga!

 

Allora è lì che si nasconde la chiave dell'enigma tormentoso? Rimbaud lo grida con rabbia e con gioia, sgranando una raffica stordente di punti esclamativi. Come il prigioniero, troppo a lungo gettato a languire nel buio di una gelida cella, che all'improvviso rivede la luce, risente il calore, riprova l'ebbrezza della libertà. Ma è solo un artificio di parole, il suo? Basta chiamare l'Ignoto col nome di Oltre, e rinnegare la vista della pallida ragione, per superare il sacro confine e naufragare nell'infinito? Eccoci allora proiettati nell'Oltrespazio della mistica pura. La soluzione è questa? Nous ne pouvons savoir: noi non possiamo sapere...

No, perché il poeta in realtà vuol dirci un'altra cosa. Non vuole staccarsi e staccarci dalla terra, non vuole oltrepassare la linea dell'orizzonte con il balzo mortificante dell'ascesi. Diverso è il suo sogno metafisico. Il poeta cerca nella terra, e nella carne, il senso vero di quell'Oltre: Soleil et chair, Sole e carne, luce e tenebre che si fondono come arsenico, zolfo e piombo nel crogiolo alchemico dell'oro. Oro come essenza dell'orizzonte, come orior, la fonte della luce nascente, aurus che sfolgora nell'aurora, sorgente di ogni meraviglia e di ogni splendore. Anche in ebraico 'oor è luce, come noor in arabo. Non casuali assonanze. Ed è lì, in quella miniera di simboli che Rimbaud va a scavare per estrarre la più preziosa delle gemme: la sacralizzazione della carne, la visione dell'Oltre, della luce – il sole che nasce e muore sull'orizzonte – nella materia viva della nostra umanità trasfigurata.

Umanità divina, allora? E in che modo? Con quale formula d'alchimia?

Rimbaud non ha esitazioni, ha gioco facile nel rispondere a queste domande: il segreto è l'amore. Ed è l'amore che annienta i misteri, distrugge le paure, cancella le illusioni e le angosce. L'amore che ci rende divini:

 

Le grand ciel est ouvert ! les mystères sont morts

Devant l'Homme, debout, qui croise ses bras forts

Dans l'immense splendeur de la riche nature !

Il chante... et le bois chante, et le fleuve murmure

Un chant plein de bonheur qui monte vers le jour !

C'est la Rédemption ! c'est l'amour ! c'est l'amour !

 

È aperto il gran cielo! Sono morti i misteri

davanti all'Uomo che, in piedi, incrocia le sue braccia forti

nell'immenso splendore della ricca natura!

Egli canta... e il bosco canta, e mormora il fiume

un canto pieno di felicità che sale verso il giorno!

È la Redenzione! è l'amore! è l'amore!

 

E qui prorompe ancora l'entusiasmo della scoperta, la gioia esclamativa della liberazione. Ne sgorga un inno alla natura: il bosco, il fiume, i loro suoni che vibrano in un canto, in una musica celestiale, come le fronde degli alberi nel paradiso terrestre di Dante, che tenevan bordone al canto degli uccellini. Qui Rimbaud precorre i lumi dell'ecosofia, si fa intrepido araldo di un pensiero proiettato nel cuore dei nostri terrori: la Terra spogliata, violentata, l'orizzonte affogato in pestiferi fumi, lo spazio vitale degli animali, di quegli uccellini canori, ogni giorno più eroso dalla funesta marcia trionfale dell'umana arrogante pazzia.

E come poteva questo presentimento luminoso non tradursi nelle figure del mito, non appellarsi al sogno incancellabile dell'età dell'oro?

 

Ô Vénus, ô Déesse !

Je regrette les temps de l'antique jeunesse,

Des satyres lascifs, des faunes animaux,

Dieux qui mordaient d'amour l'écorce des rameaux

Et dans les nénufars baisaient la Nymphe blonde !

Je regrette les temps où la sève du monde,

L'eau du fleuve, le sang rose des arbres verts

Dans les veines de Pan mettaient un univers !

 

O Venere, o Dea!

Rimpiango i tempi dell'antica giovinezza,

dei satiri lascivi, dei fauni animaleschi,

dèi che mordevano d'amore la corteccia dei rami,

e nei nenùfari baciavano la Ninfa bionda!

Rimpiango i tempi in cui la linfa del mondo,

l'acqua del fiume, il sangue roseo degli alberi verdi

nelle vene di Pan infondevano un universo!

 

In fondo anche Dante aveva coronato il suo inno alla natura, nel ventottesimo del Purgatorio, abbandonandosi al sogno dell'età dell'oro:

 

Quelli ch'anticamente poetaro

l'età dell'oro e suo stato felice,

forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice,

qui primavera sempre ed ogni frutto,

nettare è questo di che ciascun dice.

 

Dalla vetta del Purgatorio, Dante poteva ammirare tutti i cerchi, tutti i limiti estremi dell'universo. E a quel sogno lo condusse la fantastica visione. E a questo, solo a questo, può condurci oggi l'ansiosa contemplazione di un orizzonte che pare incombere con segni sempre più minacciosi: a quel sogno antico di redenzione, numinosa utopia, struggente nostalgia, che solo i poeti, mistici o carnali, non hanno mai potuto abbandonare.

 

Immagine: C.D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (olio su tela, 1818). Crediti: Hamburger Kunsthalle attraverso Wikimedia Commons

 

 


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