3 ottobre 2019

Ritorno al Futurismo, a Domodossola

Fino al 3 novembre, i Musei civici del Palazzo San Francesco di Domodossola ospitano la mostra Balla, Boccioni, Depero. Costruire lo spazio del futuro. La rassegna è di quelle da mettere in agenda al più presto, per il valore artistico delle circa 70 opere esposte e per la loro capacità di riconnettere i visitatori con il passato prossimo della città, uno dei crocevia dell’incalzante progresso di inizio del secolo scorso.

Agli albori del Novecento, in questa tranquilla e signorile cittadina adagiata nel fondovalle del Toce si respira l’energia dirompente di eventi straordinari: l’apertura del traforo ferroviario del Sempione (1906), la contestuale inaugurazione della stazione internazionale con i treni diretti in Svizzera e a Parigi, la prima immatricolazione di un’autovettura nella provincia di Novara (1905) ‒ anch’essa esposta nella sala museale. Il percorso proposto annovera, oltre alle opere dei tre artisti maggiori, decine di dipinti firmati da Severini, Fillia, Dudreville, Pippo Rizzo, Sante Monachesi e altri. Si inizia con passi e sguardi lenti, indugiando sull’eleganza formale di alcuni quadri prefuturisti e l’accuratezza delle ricerche di Depero sui costumi italici tradizionali. A ogni tela o pannello il ritmo si fa tuttavia più incalzante; le opere si susseguono in un vortice sempre più fitto di dinamicità, energia e colore. Ed ecco, il Futurismo irrompe ‒ oggi come allora ‒ con tutta la sua potenza fisica e artistica: tra le tele riprendono vita con forza le parole in libertà e il Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti.

Non ci si può sottrarre più: FuturBalla e gli altri ci scaraventano alla guida di un aereo in battaglia; ci avvinghiano tra le spirali di proiettili, motoscafi, forze centrifughe; ci travolgono con la potenza meccanica di poderosi treni sferraglianti nella notte. Sui muri perimetrali dell’ex chiesa francescana ogni opera richiama e introduce quella successiva; tutte insieme sembrano però convergere al centro della sala, dove giace l’ala spezzata dell’aereo e della vita di Geo Chavez, l’aviatore che precipitò e morì proprio a Domodossola dopo aver compiuto il sorvolo delle Alpi.

Si esce dalla mostra appagati e anche un po’ frastornati dal viaggio a ritroso nel tempo; fuori, si riacquista passo passo il senso della realtà, che appare così distante dalle atmosfere di un secolo fa. Il centro cittadino è oggi un salotto ben curato dove viene facile accomodarsi: si passeggia volentieri tra i portici e le case rinascimentali dell’antica piazza del Mercato, i palazzi nobiliari perfettamente conservati (Palazzo della Città, Palazzo Silva, Palazzo Mellerio), le torri medievali e i tratti delle mura antiche. La città non dimentica mai il suo passato; targhe e totem informativi riaccendono la memoria sugli eventi che ne segnarono alcuni passaggi chiave: il diritto di mercato concesso da Berengario I nel 917; la costruzione del castrum novum (X-XI secolo) nel cuore del centro (abbattuto nel 1804 per fare spazio alla napoleonica strada del Sempione); la realizzazione della collegiata dei SS. Gervasio e Protasio nel XVIII secolo e quella del teatro civico (XIX secolo). Su tutti, si impone l’eco delle imprese partigiane di liberazione, che nel 1944 permisero la nascita della Repubblica partigiana dell’Ossola: una rassegna di eventi celebra proprio in questi giorni i 75 anni di quell’eccezionale esperimento di autogoverno, esercitato per poco più di un mese su tutta la valle ossolana, fino ai territori di Mergozzo e Ornavasso.

Luoghi di pianura, di commerci e coltivazioni che vale la pena osservare da un altro, imprescindibile punto di interesse: il Sacro Monte Calvario, sorto nel XVII secolo e divenuto Patrimonio UNESCO nel 2003. Le 15 cappelle della Via Crucis punteggiano la salita immerse tra i faggi e i castagni: conducono all’Istituto di Carità fondato da Antonio Rosmini e a un balcone panoramico affacciato sulla città che accompagna i resti dell’antico castello. Un maniero risalente al VI secolo, centro amministrativo e politico locale fino al 1416, anno in cui venne distrutto dagli Svizzeri giunti fin qui alla conquista della valle. Un desiderio facile da comprendere anche oggi, in questa città perennemente sospesa tra passato e futuro, imprese straordinarie e tradizioni secolari, montagne di confine e terre piane, di passaggio, aperte all’Europa e al mondo intero.

 

Balla, Boccioni, Depero. Costruire lo spazio del futuro, Domodossola, Musei civici di Palazzo San Francesco, fino al 3 novembre 2019

 

Immagine: Domodossola (Verbano-Cusio-Ossola). Sullo sfondo, al centro, la collina su cui sorge il Sacro Monte Calvario. Crediti: AleMasche72 / Schutterstock.com

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