16 dicembre 2019

Ritratto della giovane in fiamme: arte e desiderio attraverso lo sguardo femminile

«Se voi mi guardate, chi guardo io?»

Questa domanda, posta da una musa alla sua pittrice durante una seduta di ritratto, può essere considerato il fulcro di Ritratto della giovane in fiamme, il nuovo film di Céline Sciamma al cinema in Italia dal 19 dicembre, in cui si assiste e si diventa partecipi di un’esplorazione e di uno sconvolgimento delle convenzioni e degli stereotipi legati al processo creativo, al rapporto artista-musa e ai ruoli di genere, in una storia ambientata nel passato, ma con un cuore pulsante moderno e rivoluzionario anche per la nostra contemporaneità. 

La trama è affascinante nella sua semplicità. Nella Francia prerivoluzionaria del XVIII secolo, la pittrice Marianne (Noémie Merlant) viene convocata su una remota isola della Bretagna per dipingere il ritratto della giovane nobildonna Héloïse (Adèle Haenel), ritratto destinato al suo pretendente milanese per sugellare il matrimonio combinato tra i due. Tuttavia, Héloïse, contraria alle nozze con un uomo che non ha mai incontrato, si rifiuta categoricamente di posare. Dunque, su istruzione della madre di Héloïse (Valeria Golino), Marianne è costretta a fingersi una dama di compagnia per osservare la giovane, memorizzarne i tratti, e poi ritrarla di nascosto. Ed è proprio sullo sguardo che si sviluppa il film, sul guardare e l’essere guardati. Inizialmente ignara delle vere intenzioni di Marianne, Héloïse viene introdotta come l’oggetto di questa osservazione unilaterale, un’immagine da catturare e riprodurre per la gratificazione e il consumo di qualcun altro. Per tradizione, la musa viene considerata una figura silenziosa, ciò che conta è il suo aspetto, non la sua indole. Ma in Ritratto della giovane in fiamme, diventa immediatamente chiaro quanto fallace sia questa stessa tradizione, perché Héloïse di passivo e silenzioso non ha assolutamente nulla. La ragazza rifugge questo ruolo come rifugge gli sguardi degli artisti venuti a dipingerla, nasconde il suo viso, si rifiuta di sorridere. E una volta accortasi delle occhiate di Marianne, ricambia quello sguardo con una tale intensità da turbare l’artista stessa, non abituata a essere osservata in modo così minuzioso e intimo.

Non si assiste solamente a un ribaltamento dei ruoli di artista e musa, ma piuttosto a una scelta cosciente di mostrare l’importanza dell’uguaglianza tra le due parti, un equilibrio che la regista e sceneggiatrice Sciamma presenta come essenziale sia per l’evoluzione della creazione artistica, ma soprattutto per lo sviluppo del rapporto tra le due protagoniste. Il primo tentativo di Marianne di ritrarre Héloïse è un fallimento completo non per la difficoltà di dover dipingere la giovane in segreto, ma perché incentrato su canoni estetici e formali conformi a una visione esterna, maschile. Marianne dipinge Héloïse con l’intento artistico di compiacere il gusto del promesso sposo della ragazza, per così dire in servizio dello sguardo maschile, e il risultato è un’immagine vuota, distante dall’essenza impetuosa della vera Héloïse, la quale non si trattiene dallo sfidare Marianne a riguardo in uno degli scontri verbali più intensi del film. Il tipo di relazione basata su chi guarda e chi è guardato viene dunque messo in questione, e conseguentemente rimpiazzato da un rapporto di collaborazione in cui Marianne ed Héloïse sono esattamente sullo stesso piano, due parti uguali e ugualmente fondamentali per la creazione artistica.

Questa orizzontalità di sguardi e di ruoli è messa in atto attraverso tutto il film in maniera tanto discreta quanto innovativa. Le classiche dinamiche di potere a cui si è abituati non solo in storie ambientate nel passato, ma più in generale nei soggetti cinematografici, si sgretolano, non c’è dominazione di genere, dominazione intellettuale, e nonostante le donne del film (un terzo personaggio, la serva Sophie, è secondario solo in apparenza) appartengano a classi sociali differenti, i ruoli gerarchici si mescolano fino a svanire. Sciamma è perfettamente consapevole della condizione della donna nel XVIII secolo, delle costrizioni sociali e dell’oppressione a cui non possono sfuggire, e proprio per questo sceglie di non mostrarlo. L’oppressione e il patriarcato sono totalmente assenti nel film (fatto rappresentato dalla mancanza di personaggi maschili che tanto ha fatto scalpore), per ammissione stessa della regista sono tagliati fuori dalla cornice della storia e contemporaneamente delineano la cornice stessa, provocando un senso di pressione incombente sull’utopia femminile messa in scena, utopia mai esasperata, ma piuttosto radicata nella realtà di affetto e sorellanza e solidarietà così centrale nei rapporti tra donne e raramente mostrata nel cinema con una tale genuinità.

Ed è in questa cornice, in questo clima di uguaglianza e intimità, che la relazione tra Marianne ed Héloïse progredisce e si trasforma in un sentimento più profondo. Perché se Ritratto della giovane in fiamme è un film sull’arte, è anche e soprattutto una storia d’amore e passione, tra le più realistiche e struggenti mai mostrate in un film. Invece di un amore a prima vista, lo spettatore assiste a ogni piccolo passo avanti nel rapporto sempre più intimo tra le due donne. La loro relazione è scandita da curiosità e amicizia prima di essere romantica, sentimenti che non vengono messi in secondo piano, ma che si intensificano soltanto una volta che le due divengono amanti. L’autenticità di questo sentimento non è mai dubbia, scambi di sguardi e sedute di ritratto diventano momenti di erotismo purissimo, e quando questo crescendo di desiderio raggiunge il suo culmine e divampa sullo schermo ‒ emotivamente tra Marianne ed Héloïse e visivamente in uno dei momenti più ipnotici e intensi del film ‒ il tutto viene gestito con una tale sensibilità e delicatezza che rimanere indifferenti di fronte al primo tremante contatto fisico tra le due donne è pressoché impossibile. Le immagini di sensualità proposte sullo schermo risultano originali, innovative, perché il filtro attraverso cui lo spettatore osserva il tutto è lo sguardo femminile ‒ il female gaze ‒ di Céline Sciamma, uno sguardo premuroso e dolce e spiritoso invece che strumentalizzante e ingordo come spesso accade con lo sguardo maschile, così prevalente nella società e conseguentemente nel cinema da essere accostato a uno sguardo neutro. Servono delle immagini nuove per evidenziare quanto illusoria sia in realtà questa neutralità, ed è forse proprio questo ciò che rende Ritratto della giovane in fiamme un film così provocatorio e radicale: Sciamma non appesantisce il film con dogmi o dottrine femministe, ma l’esistenza stessa di un film di questo tipo è abbastanza da sconvolgere e turbare uno status quo sbilanciato, e chi è a proprio agio con quello squilibrio.

Pagine e pagine potrebbero essere scritte sulle innovazioni messe in atto in Ritratto della giovane in fiamme, sulla maestria registica di Céline Sciamma, sulla sbalorditiva fotografia di Claire Mathon, che trasforma ogni inquadratura in un’opera d’arte, sulle interpretazioni eccezionali di Noémie Merlant e Adèle Haenel come amanti che scelgono di vivere appieno il loro amore nonostante la consapevolezza che la loro relazione non potrà durare, ma la vera forza del film è la sua assoluta potenza emotiva, che si sprigiona in maniera devastante nell’ultimo atto, con un finale colmo di un’emozione così viva da bruciare nella memoria dello spettatore a lungo dopo la conclusione del film. Il mito di Orfeo ed Euridice viene evocato e discusso durante il film. Cosa è meglio, lottare invano per un amore destinato a non durare o conservare in eterno la memoria di quell’amore? Ritratto della giovane in fiamme non offre una risposta diretta, ma se l’amore e l’arte si fondono inseparabilmente durante il film, con l’ultima pennellata ‒ con la fine di tutto ‒ ciò che resta è la creazione indelebile di un’immagine e di un sentimento, e forse il ricordo di un amore che è stato possibile può rendere quello stesso amore immortale come un’opera d’arte.

 

Crediti immagine: Torychemistry / Shutterstock.com

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