19 settembre 2014

Ritrovato autografo di Pietro Bembo

Le vicende editoriali di uno dei testi fondanti dell’idioma italiano, le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, sono ben note agli studiosi: uscite per la prima volta a Venezia, presso Tacuino, nel 1525, furono ristampate, sempre a Venezia, nel 1538 da Marcolini, con una serie di correzioni dell’autore, e infine ebbero una terza edizione, postuma, uscita a Firenze per i torchi di Torrentino nel 1549.

Quest’ultima edizione presenta numerose modifiche rispetto alle precedenti e fu progettata, almeno inizialmente, dal figlio di Pietro, Torquato, e dai suoi curatori testamentari Girolamo Querini e Carlo Gualteruzzi, come rivela la Dedicatoria di Benedetto Varchi a Cosimo de’ Medici ad apertura del volume. Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul modo in cui Bembo avesse apportato correzioni e aggiunte confluite nelle successive edizioni, ed è merito di Carlo Dionisotti e in seguito di Antonio Sorella aver supposto che esse fossero depositate negli ampi margini della princeps delle Prose. Questa intuizione viene ora confermata dal ritrovamento in una biblioteca privata di tale esemplare. Gli interventi di Bembo appaiono sotto forma di postille marginali e riguardano l’intera opera. Questa copia passò dalle mani di Bembo a quelle del suo fedele discepolo, Carlo Gualteruzzi, al quale si deve la scritta, posta nel verso della carta di guardia iniziale, relativa alla morte del cardinale Niccolò Ardinghelli, deceduto nello stesso palazzo dove qualche mese prima era morto il suo “patrone” Bembo: “Adì 21 di Agosto 1547 il cardinale Ardinghello passò della presente vita con universal dolore di tutta la corte et mio particolare. Morì in Roma nella casa del Baldassino nella quale era morto il cardinale Bembo, mio patrone, il Genaro avanti”. Le postille permettono da un lato di ricostruire le vicende editoriali della seconda e terza edizione delle Prose, dall’altro di distinguere quanto nell’edizione postuma di Torrentino sia da attribuire allo studioso veneziano, e quanto soprattutto al suo curatore Benedetto Varchi. Si tratta infatti della copia di lavoro sulla quale il Bembo era ancora all’opera prima di morire, come provano tutta una serie di rimandi e controlli che egli si riprometteva di fare. Mi limito a citare un solo esempio: nel capitolo 44 del III libro Bembo aveva scritto «Et la terza voce mandò fuori il medesimo poeta [Petrarca] con la I della seconda: “Né credo già ch'Amor in Cipro havessi, / O in altra riva sì soavi nidi”». Il rimando è ai versi 7-8 del sonetto 280 del Canzoniere. Nel nostro esemplare Bembo aveva però aggiunto un secondo esempio traendolo sempre da Petrarca, in particolare i versi 124-126 del II capitolo dei Tronfi della Morte: «et altrove: “Di poca fede, hor io se no ’l sapessi, / Se non fosse ben ver, perché ’l direi, / Rispose; e ’n vista parve s’accendessi». Poco dopo provvide però a biffare questo esempio, arrivando anche a spiegare il motivo di questo ripensamento «Ma è da astenersi dagl’issempi de Triomphi». Evidentemente i Trionfi non dovevano andare a genio al Bembo, visto che li cita solo una volta nelle Prose, senza contare poi il fatto che lo stesso Bembo si era occupato dei problemi testuali che caratterizzano quest’opera nella sua edizione de Le cose volgari di Messer Francesco Petrarcha, uscita presso Aldo Manuzio nel 1501. Questo ritrovamento offre pertanto l’opportunità di visualizzare, come in un cantiere aperto, l’opera in fieri e di venire a conoscenza di una serie di riflessioni linguistiche (e non solo) di Bembo finora sconosciute.  La scoperta del postillato autografo della princeps delle Prose sarà presentata martedì 23 settembre a Palermo, all’interno del XIII Congresso della “Società internazionale di Linguistica e Filologia italiana”, da Fabio Massimo Bertolo, Marco Cursi e Carlo Pulsoni.


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