30 luglio 2021

Roberto Calasso e l’impronta del divino

«È meno mortale della maggioranza di noi», diceva di lui il poeta Iosif Brodskij nel 1993 presentando a New York Le nozze di Cadmo e Armonia ed è molto difficile oggi trovare parole più esatte per descrivere il profilo di Roberto Calasso (1941-2021). Innanzitutto, perché confessano un’idea che molti hanno sempre maturato nei suoi confronti, ovvero la convinzione che il suo costante rapporto letterario con le divinità – sia come editore delle edizioni Adelphi; sia come scrittore, da La rovina di Kash (1983) alla Tavoletta dei Destini (2020) – ne avesse inevitabilmente corrotto la natura umana, lo avesse irrimediabilmente avvicinato allo spazio dei celesti: Brodskij ipotizzava che un dio, forse Apollo, fosse entrato nel suo corpo per raccontare al mondo la storia segreta degli dei, «giacché, più di una volta, si ode in queste pagine un timbro estremamente intimo, eppure, nello stesso tempo, altamente impersonale, che non può appartenere a uno di noi». La prossimità e la distanza dei superni.

Per questa ragione, quando ieri è giunta la notizia della sua dipartita, il primo impulso è stato un generale e fisiologico sconcerto: com’è possibile, ci siamo chiesti, che la natura divina di cui Calasso s’è nutrito per anni e anni, a un certo punto, si sia estinta? Allora, anche la natura di certe divinità è caduca come la nostra? È una riflessione paradossale, lo dobbiamo ammettere, ma l’ultimo dei pensieri che ha attraversato le nostre coscienze è che anche l’autore di Ka (1996) potesse ancora partecipare alla terrestrità.

D’altronde, l’immenso è la dimensione che ha segnato la sua esistenza fin dall’inizio della sua esperienza letteraria. A questo proposito, nel suo ultimo libro, Bobi (2021), Calasso ricorda un oracolare dialogo con Roberto Bazlen:

«Un giorno sfuggì a Bazlen, quasi controvoglia, la risposta a una domanda che non gli avevo fatto ma avrei potuto fargli, come chiunque, essendo una domanda-scorciatoia: “Che cosa potrebbe tentare uno scrittore in questo momento?”. “O il minuscolo o l’immenso… O Jules Renard (il Diario) o il tutto”. Parole dette come scappando via».

Più che un consiglio letterario, quello di Bazlen sembra un autentico vaticinio. Che Calasso riuscirà a esaudire, però, solo molti anni dopo la morte di Bazlen (1965): la presenza del cofondatore di Adelphi nella sua vita inibì per molto tempo la scrittura; Bazlen era la figura sciamanica che testimoniava la possibilità di vivere di sola letteratura senza mai pubblicare una propria riga.

Per Calasso, quell’immenso, infatti, si manifestò dapprima nella sua visione editoriale, che non poteva che intendere artisticamente, come prova di autorialità assoluta. Ne scrive nell’Impronta dell’editore (2013), parla di editoria come genere letterario, dell’editore come autore, che ha il compito di immaginare e disegnare una forma, una forma unica, esclusiva ed escludente, capace di selezionare una serie di volumi che posti sullo stesso piano di un’ideale biblioteca diventino «capitoli di un unico libro». Il ripetersi dell’aggettivo «unico» è voluto, perché intende sia la straordinarietà dell’evento letterario che l’editore pubblica sia l’unitarietà del processo editoriale. Sullo stesso piano della Biblioteca Adelphi, la principale collana della casa editrice, poggiano infatti le opere di Georges Simenon, di Nonno di Panopoli e di Cioran, universi che non potrebbero risultare più distanti, eppure sono tutti accomunati da quella duplice accezione di unicità. Che è stata per Adelphi la principale direttrice da perseguire.

La prossimità e la distanza, quindi, l’immenso e l’unico, la vita di Calasso si è misurata in questa continua dialettica, in questo eterno campo di forze. Che ha cercato pure di registrare, successivamente, nella sua opera di scrittore, una volta affrancatosi dal fantasma dell’amico triestino. Adesso sarebbe impossibile riassumere i caratteri della sua produzione, l’ha fatto meravigliosamente Elena Sbrojavacca nel suo Letteratura assoluta. Le opere e il pensiero di Roberto Calasso (2021) e a quel saggio rinviamo per qualsiasi tentativo di acceso al lavoro calassiano; ma su un punto forse è bene soffermarsi, per legare l’impronta dell’editore a quella dell’autore, l’editore della prima edizione critica delle opere di Friedrich Nietzsche e l’autore del Cacciatore Celeste (2016): il riscatto dell’irrazionale. È stato un lavoro silenzioso e sistematico, quello di Calasso e di Adelphi, quello di recuperare un aggettivo fortemente contaminato dal pregiudizio negativo.

Nella percezione comune, l’irrazionale è ciò che è lontano dall’ordine, dall’armonia, dalla chiarezza. Come se ordine, armonia e chiarezza fossero le uniche strade per l’essere e per il poter essere. Ecco, grazie a Roberto Calasso e a quel suo lavoro silenzioso e sistematico, la nostra idea dell’irrazionale non è certo più così marcata: l’irrazionale non è la strada opposta alla ragione, è semplicemente un’altra strada. Per l’essere e il poter essere. Una strada che riesce a giungere alla conoscenza del mondo, terreno e ultraterreno, senza la necessità di dover sottostare alle leggi dell’ordine, dell’armonia e della chiarezza. Talvolta, è l’unica strada per quell’altrove verso cui tutti sentiamo la necessità di approdare, prima o poi.

Perciò, forse risulterà irrazionale (e non importa), ma le uniche parole che ci restano per ricordarlo, sono quelle di Konstantinos Kavafis, nella poesia Un loro dio, ancora una volta segnalata da Iosif Brodskij. Kavafis immagina, nella piazza di Seleucìa, il passaggio di un dio, che aveva assunto delle sembianze umane, nell’ora che fa sera. Tutti si chiedono chi sia quell’uomo così diverso, così straordinario: «[…]Ma alcuni,/ che osservavano con più attenzione/ capivano e si facevano da parte».

Anche noi, oggi, ci facciamo da parte.

 

Immagine: Roberto Calasso (15 maggio 2020). Crediti: Fotogramma tratto dal video ROBERTO CALASSO - 50 ANNI DI ADELPHI (Except Film; prodotto da Sky Arte, realizzato da Except, regia di Ruggero Longoni), (www.youtube.com)

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