16 dicembre 2019

Romania 1989: paradossi di una rivoluzione

La rivoluzione rumena del 1989 presenta molti aspetti controversi e si presta a diverse e anche opposte interpretazioni; evento carico in sé di contraddizioni ha risvolti che sembrano apparentemente inconciliabili. Tra i Paesi del cosiddetto socialismo reale che si avviarono in quei mesi verso orizzonti di economia di mercato e di istituzioni liberaldemocratiche, fu quello attraversato dalla più violenta delle transizioni, ma, al tempo stesso, fu anche quello che rappresentò la continuità maggiore con il vecchio ordine, rispetto alle classi dirigenti e come assetto complessivo. Fu una rivoluzione combattuta nelle piazze, ma anche a colpi di notizie false o amplificate. Del resto, a proposito di paradossi, Nicolae Ceauşescu era stato forse il più stalinista dei dirigenti dell’Europa orientale in politica interna, ma, nonostante il pugno di ferro sempre attuato contro oppositori e dissidenti, fu il leader socialista più apprezzato dall’Occidente per la sua indipendenza da Mosca e per la sua politica internazionale aperta al dialogo.

Nel dicembre del 1989 i cambiamenti erano nell’aria, anzi sembrava che fosse proprio la Romania ad essere in ritardo con gli appuntamenti della storia. Il cosiddetto Autunno delle nazioni aveva trasformato in pochi mesi la realtà geopolitica del continente europeo; l’Unione Sovietica aveva adottato una linea di non ingerenza rispetto agli affari interni dei Paesi del cosiddetto campo socialista, diffusi movimenti popolari di protesta si erano sviluppati in tutta l’Europa orientale, portando a rapidi cambiamenti e al crollo del muro di Berlino, il 9 novembre. In modo sostanzialmente pacifico Polonia, Ungheria, Germania Orientale e Bulgaria attuarono riforme, abbandonarono il monopartitismo e aprirono a una svolta radicale nella gestione economica e politica delle loro società. In Romania invece Nicolae Ceauşescu fu rinconfermato proprio in quelle settimane, il 23 novembre, leader del Partito comunista rumeno e quindi a capo anche delle istituzioni statali, manifestando apertamente l’intenzione di resistere al vento di rinnovamento che soffiava in quell’autunno sull’Europa orientale e di opporsi energicamente alla spinta riformista di Gorbačëv. La scintilla che incendiò la nazione fu apparentemente minore: le persecuzioni a Timişoara contro il pastore riformato ungherese László Tőkés, che aveva espresso il suo dissenso verso il regime. Le manifestazioni a favore della libertà religiosa del 16 dicembre 1989 a Timişoara furono violentemente represse, ma la rivolta dilagò, anche con l’assalto a edifici pubblici e incendi. Il 18 dicembre fu instaurata la legge marziale e gruppi di dimostranti che la sfidarono ‒ sventolando bandiere rumene senza i simboli del regime e cantando il vecchio inno nazionale proibito da anni ‒ furono repressi a colpi di mitra, con numerose vittime. La rivolta si estese anche a Bucarest proprio durante un comizio di Ceauşescu, durante il quale furono esplosi dei colpi d’arma da fuoco, secondo molte interpretazioni in modo concertato fra i gruppi dissidenti interni al partito e all’apparato per far ricadere la responsabilità sul regime. In effetti si scatenò una rivolta generalizzata per le strade di Bucarest, a fatica repressa per quel giorno dalle forze di sicurezza. In realtà l’apparato stava abbandonando Ceauşescu al suo destino. Il 22 dicembre l’esercito, seguendo gli ordini del nuovo ministro della Difesa Stănculescu, si schierò contro il leader; Ceauşescu con la moglie Elena, elemento di spicco del regime, abbandonò Bucarest. Catturati dalla polizia e consegnati all’esercito, i coniugi Ceauşescu furono giustiziati il giorno di Natale, dopo un processo sommario durato 55 minuti, accusati di genocidio per la strage di Timişoara e per aver accumulato ricchezze personali a danno del popolo. Il potere fu assunto in realtà da esponenti del vecchio regime, alcuni dei quali caduti nel tempo in disgrazia, altri democratici dell’ultima ora, radunati nel Fronte di salvezza nazionale (FSN): tra di loro spiccava la figura di Ion Iliescu, che assunse in seguito la carica di presidente della Repubblica per tre mandati.

La Romania è entrata nella NATO (2004) e nell’Unione Europea (2007), ma la sua transizione è stata più lenta che in altri Paesi, anche a causa della complessità della sua rivoluzione, da molti considerata una sorta di colpo di Stato riformista pilotato dall’alto anche attraverso la manipolazione dell’informazione. La repressione violenta di Timişoara in effetti ci fu, ma le immagini diffuse erano in parte contraffatte e il numero delle vittime si dimostrò infine molto inferiore a quanto era circolato in un primo tempo; la rivolta a Bucarest dilagò, ma fu sollecitata diffondendo spari e false notizie; l’esercito che reprimeva la rivolta fino al 22 dicembre ne prese poi la direzione nei giorni successivi. Forse tutto l’evolversi della situazione era inevitabile, già scritto in una più generale fase storica; eppure ancora oggi non riusciamo a decifrare con esattezza la calligrafia confusa di quel copione, per capire cosa avvenne realmente e quanto fu solo rappresentato, e il ruolo effettivamente svolto da tutti i protagonisti.

 

Immagine: Carri armati e forze dell’ordine sul Bulevardul Magheru a Bucarest durante la rivoluzione rumena del 1989. Crediti: The National History Museum of Romania [attraverso the Project Communism in Romania], attraverso Wikimedia Commons

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