17 dicembre 2015

Rosemary's baby, torna il testo maledetto

La casa editrice Sur ha ripubblicato Rosemary's baby, di Ira Levin, il libro da cui Roman Polanski ha tratto nel '68 il celebre e maledetto film. Fondata da Marco Cassini, uscito da minimum fax, Sur inizialmente pubblicava solo autori centro- e sudamericani e ora – nella collana BigSur – anche statunitensi. La nuova traduzione è di Attilio Veraldi. Il libro, apparso in Italia alla fine degli anni '60 per Garzanti, era da tempo scomparso.

Nato a Parigi nel '33 da famiglia ebrea polacca - tornata a Cracovia per il clima di antisemitismo che si respirava in Francia -, Roman Polanski è scampato almeno tre volte alla morte. Quando il padre, prima di essere internato a Mauthausen, lo affida a una famiglia di contadini polacchi che lo tengono nascosto fino alla fine della guerra, in cambio di denaro. La seconda volta, appena dopo la guerra, quando un assassino seriale lo attira in un'imboscata con la scusa di vendergli una bicicletta e colpendolo alla testa prima di essere arrestato. Sarà il tema del suo cortometraggio d'esordio, Rower, del '55. E la terza quando resta a Londra invece di tornare in California in nave con la moglie Sharon Tate, incinta, che verrà massacrata il 9 agosto del '69 nella villa di Cielo Drive dai pazzi furiosi della family di Charles Manson, a pochi giorni dal parto.

Convinto di essere l'incarnazione di Cristo e di Satana, figlio di una prostituta e sbandato, Manson ce l'aveva con le persone di successo perché la sua carriera di musicista rock non era decollata e aveva convinto i suoi adepti a punirle. Il tema del successo mancato è molto presente in Rosemary's baby, come in tutte le trame diaboliche e faustiane che si rispettino, ma questa è un'altra storia. La vicenda raccontata nel libro e nel film non ha niente a che vedere con le follie di Manson.

L'attore Guy Woodhouse si trasferisce con la moglie Rosemary in un vecchio palazzo elegante e signorile di New York, dove sono stati commessi efferati delitti. Quest’ultimo particolare la coppia lo verrà a sapere solo successivamente dall'amico Hutch. All'attore viene offerto un patto col diavolo in cambio del successo: dovrà concedere la moglie a Satana per concepire un figlio.

Rosemary viene tenuta all'oscuro di tutto ed è manipolata dal marito e da una invadente coppia di anziani vicini, Minnie e Roman Castevet, il cui appartamento è il quartier generale della setta satanica e relative messe nere. Tutto appare più o meno normale ma potrebbe essere anche il contrario. La traccia sul muro di un quadro appena tolto potrebbe rivelare solo la sciatteria dei Castevet oppure una doppia esistenza nell'ombra. Ogni doppia possibilità ipotetica – applicabile a diversi episodi – si delinea bene solo più avanti e intanto provoca irrequietezza e presentimento in un crescendo narrativo magistrale.

Lo svolgersi della vicenda ruota intorno al palazzo e ai due appartamenti nel procedere della vita di ogni giorno, tra inviti, dialoghi da pianerottolo e da cucina, faccende domestiche, ricette e consigli.

La forza del libro di Ira Levin è lo stratificarsi della suspense in una serie di indizi che si rivelano spesso attraverso particolari minimi e quotidiani, come la traccia del quadro, si sommano e si combinano. Rosemary diventa sempre più sospettosa ma la congiura del marito e dei vicini – non solo i Castevet – è ordita molto bene e rimane allo stadio di inquietudine incalzante. Il diavolo fa le pentole e anche i coperchi. Tutto, fino alle ultime pagine, potrebbe essere il frutto dell'isteria di Rosemary mentre aspetta il bambino, delirio causato da nefaste coincidenze e dalle suggestioni del passato poco raccomandabile della casa. O – terza ipotesi – la macchinazione esiste ma la setta non ha poteri soprannaturali, solo l'umana capacità di credere nel Male e di farlo. L'inferno sono gli altri, come diceva Sartre, e questo potrebbe benissimo bastare.

Nell'ultima parte, invece, la povera Rosemary, dopo il parto, scopre la verità. Fino a quel momento però siamo dalle parti di storie che possono ambiguamente rientrare nei binari di una spiegazione razionale e non soprannaturale. Come in quel capolavoro fondante del genere che è Giro di vite di Henry James. O anche Picnic a Hanging Rock di Joan Lindsay, da cui pure è stato tratto un film di successo, da parte del regista australiano Peter Weir, uscito 40 anni fa. Nel caso di Picnic a Hanging Rock è stato l'editore a tagliare la coda – per restare in tema diabolico – del libro lasciando la vicenda misteriosa sospesa nell'interpretazione e togliendo il finale. Ciò che rende paurosi certi horror è il confine incerto e mobile tra la superficie della quotidianità moderna e l'abisso ancestrale e atavico in cui possiamo cadere. Meno questo aspetto viene risolto, meno ci si allontana dalla terra di mezzo tra ragione e paranormale – dove l'enigma resta tale -, e più la storia è sconvolgente e credibile.

Il libro di Levin è così ben scolpito da indurre il lettore a “credere all'incredibile” - come scriveva Capote, che ammirava questo autore -, nonostante un finale così eclatante e fantastico. Grazie anche a particolari narrativi orribili, come i guantini neri che vengono fatti indossare al bambino perché non si graffi con gli artigli, il crocifisso appeso al contrario sulla culla manco fossero le apine per neonati, o il quadro della chiesa di San Patrick in fiamme che finalmente Rosemary vede appeso sulla misteriosa traccia lasciata sul muro.

Va detto che la versione cinematografica, l'interpretazione di Mia Farrow, nei panni di Rosemary, con la sua faccia da angelo nevrotico incinta, e le disgrazie che sono seguite al film, hanno avvolto ogni cosa in una luce diversa, rendendo più verosimile e spaventoso l'inverosimile. Non solo il massacro di Cielo Drive, l'omonimia tra i due Roman – Polanski e Castevet, il vicino di casa e capo della setta -, ma anche la scomparsa del jazzista polacco Krzisztof Komeda, che arriva negli Stati Uniti per comporre la colonna sonora del film e muore in un incidente d'auto. Sfortunati eventi, coincidenze e omonimie, e soprattutto follia umana criminale si sono combinati sul finire dei favolosi anni '60, con o senza lo zampino del Diavolo. Charles Manson ha avuto al contrario fortuna perché durante il processo la pena di morte è stata abolita in California. Comunque è in galera, sempre più delirante, e hanno buttato via la chiave. Nel 2009 il deejay di Los Angeles Matthew Roberts volendo trovare – contro il parere dei genitori adottivi – il padre naturale, ha scoperto di essere suo figlio. Manson's baby.

 


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