4 agosto 2021

Rumelia, di Leigh Fermor

In una pagina di Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Franco Farinelli stabilisce una fertile e preziosa dicotomia fra la figura di Marco Polo e quella di Cristoforo Colombo: laddove il primo «cavalca senza fretta, sostando ogni sera nei caravanserragli e per mesi interi, all’occorrenza oppure a piacimento, nelle città, apprendendo lingue e costumi, informazioni e racconti», per il secondo, «il primo dei viaggiatori moderni, vale invece tutto il contrario. Il suo problema è la fretta, tornare indietro quanto prima»; adombrato da questi profili, sarà possibile così intravedere quel movimento dal quale il modello la cui forma più compiuta sarà da rintracciare nel Mito (in uno spazio e in un tempo che rifuggono da qualsivoglia uniformità per trovare il proprio telos nell’esperienza del cammino) viene irrimediabilmente sbriciolato, affinché uno nuovo e assai differente dal primo, quello del trionfo senza freni dell’astrazione logico-matematica, ne prenda il posto: «nel mondo di Marco Polo, dove non esiste né spazio né tempo, le cose durano, in quello di Colombo, dominato invece dall’astrazione spazio-temporale, esse al contrario sono estese».

È in questa prospettiva che Patrick Leigh Fermor tenta, alla pari del salmone, di risalire la corrente, per attingere un mondo che non sia semplicemente costituito da strutture isomorfiche di dati e numeri, bensì un cosmo vero e proprio, dove le cose riacquistino la propria vita individuale, palpitante, senza che la loro consistenza si sfarini in una esistenza larvale di locus grammaticale (per evocare le belle pagine Tecnica e magia di Federico Campagna, pubblicato da Edizioni Tlon), giustificato unicamente dalla propria posizione e privo di qualsivoglia trascendenza. Ma per giungere a questo risultato sarà necessario trovare, nei viaggi di cui questo autore eccentrico e colto ha colmato la propria vita, una radice che il turista moderno non potrà fare altro che ignorare: e questa vena sepolta, quel fiume carsico il cui scorrere la miopia dei moderni non può vedere, accederà alla propria figura nella dimensione dell’esodo, della fuga da una prigionia violenta e oppressiva: così, i percorsi che l’autore sceglie saranno passaggi segreti verso boschi ombrosi e isolati, sentieri tortuosi, vie lontanissime dalla Storia, lungo i quali si rende necessario perdere tempo per comprenderne la natura più autentica.

Anche in Rumelia, il bel volume da poco pubblicato da Adelphi nella traduzione di Daniele V. Filippi, Leigh Fermor conduce il lettore in una uscita dal mondo conformato della modernità verso una dimensione arcana e legata a profonde ritualità, su un terreno nutrito di gesti antichissimi la cui persistenza andrà a scalzare la dimensione del divenire che la Tecnica ha mutato in progresso univoco e uniforme per attingere, in una sorta di epistrofe, barbagli di quell’ineffabile radicale che il linguaggio può solo in piccola misura esprimere, a patto naturalmente che quest’ultimo abbandoni l’orizzonte della comunicazione per divenire puro luogo ove lasciarne risuonare le vibrazioni. In questa prospettiva, l’autore non tralascia in alcun modo l’attenzione nei confronti del dato fenomenico a favore di una ricerca del più riposto noumeno, bensì tenta di riscontrare ogni volta codesta dimensione di indicibilità e di ineffabilità come ineludibile paredro di tutti quegli elementi che durante il viaggio le annotazioni biografiche, storiche, letterarie o etnologiche hanno descritto nei loro rapporti più evidenti e superficiali, affinché la geografia dei luoghi possa aprirsi così senza perdere la propria concretezza a prospettive vertiginose, non meramente appiattite alla schiavitù del dato fine a sé stesso; attraverso una disposizione assai affine, è interessante notare, a quella che David Byrne e Brian Eno misero in atto in uno degli album fondamentali degli ultimi cinquanta anni, My life in the bush of ghosts (titolo ripreso da una grande opera di Amos Tutuola), dove registrazioni delle più svariate provenienze divengono la traccia per un lavoro che i musicisti intraprendono per discendere nelle profondità che quelle voci salmodianti o stentoree nascondono.

Non è un caso, perciò, che quell’area cui le pagine del libro danno voce, «una regione che corrisponde grosso modo a quella parte della Grecia che va dal Bosforo all’Adriatico e dalla Macedonia al golfo di Corinto», venga chiamata col nome di Rumelia, ormai del tutto desueto e per nulla corrispondente alla precisione che il pensiero inaugurato, come si diceva in principio, dalla figura di Cristoforo Colombo, esige: il viaggiatore, in questo modo, trasforma il terreno sul quale cammina in uno spazio che non sarà il frutto del tempo diacronico, del succedersi ininterrotto delle epoche storiche, ma l’intreccio sincronico di temporalità compresenti. L’incontro coi Sarakatsani, nel primo capitolo, si pone dunque come chiara esemplificazione di quanto appena detto: di questo popolo nomade e profondamente legato a tradizioni primordiali, Leigh Fermor coglie il legame con un passato arcaico e tradizionale che il greco moderno avrà inevitabilmente smarrito, configurando così una forma di sopravvivenza dell’antico che non potrà che avere luogo ai margini della Storia, proprio in quei lembi dove essa si disfa e va in brandelli, ponendosi così su quella linea che identifica nel mondo contadino, nel pagus, la camera perfettamente ossigenata dove gli antichi riti potranno continuare a vivere, sebbene distolti dal loro contesto originario. A dare ancora più vigore a questo assunto, il terzo capitolo mette in atto il dilemma elleno-romaico nella forma di una dicotomia fra un mito tecnicizzato (per riprendere la nozione di Kerényi), quello della ripresa della classicità come base sulla quale costituire l’autonomia statale e culturale della Grecia moderna, e il retaggio naturale romiòs, l’eredità bizantina, la quale, sebbene divenuta ingenua e poco raffinata a causa della dominazione ottomana, rappresenta forse il linguaggio più spontaneo col quale un greco possa esprimersi. È su questa Grecia che la mitopoiesi che ha mutato i dati biografici di Lord Byron in imago poggia, quel lavorio del mito che non potrà in alcun modo essere identificato con alcun evemerismo in quanto frutto di un’immaginazione la cui posizione non sarà mediale, bensì trascendente e originaria, luce fondante che pone le condizioni di vedere le cose nella loro giusta misura.

La scrittura di Leigh Fermor rifugge così da qualsivoglia tentazione descrittiva per porsi come apertura al Genius loci che essa percepisce agitarsi al di là della configurazione convenzionale con la quale i luoghi, alla loro superficie, si presentano; una scrittura che non vedrà in sé stessa il fine, ma che tenterà di essudare quell’indicibile che lascia risuonare, in un modo che Vernon Lee espresse con grande chiarezza: «voglio parlare di quel qualcosa che costituisce il paesaggio reale, individuale – paesaggio che uno vede proprio con gli occhi del corpo e gli occhi dello spirito – il paesaggio che non si sa descrivere… Non v’è neanche una parola o una frase per designarlo, e io ho dovuto chiamarlo, alla disperata, la giacitura della terra (the lie of the land)».

 

Patrick Leigh Fermor, Rumelia. Viaggi nella Grecia del Nord, traduzione di Daniele V. Filippi, Adelphi, 2021, pp. 291

 

Immagine: Antiche rovine di Delfi, Grecia. Crediti: sssanchez / Shutterstock.com

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