30 novembre 2022

Santa Cecilia e l’era Pappano. L’orchestra come grande bellezza

 

Esistono luoghi che sono moltitudini. Molteplici e cangianti, sempre abitati, polifonici. Luoghi che si muovono come spinti dalla forza tellurica, che diventano arcipelaghi e promontori, pianure sterminate e vicoli stretti. Luoghi che sanno essere silenzio e canto, Polifemo e Circe, Maria Antonietta e Robespierre. Sono luoghi che profumano di un sacro antico e rituale. Nei quali entrare in punta di piedi, ossequiosi e candidi. Si chiamano orchestre. E sono la più grande celebrazione del talento solitario e la più incredibile combinazione umana che prende forza dall’insieme. Un mondo perfetto, come spesso vengono chiamate, dove tutti sono necessari ma nessuno respira da solo. Delle orchestre, a guardarle con dedizione, si avverte il solco sotto le dita della corda, il fiato sull’ottone, l’aria spostata dalla bacchetta sospesa: una straordinaria macchinazione di esperienze sentimentali, distopica eppure radicata al centro.

Ho vissuto, da giornalista curiosa, da profana appassionata che ha contribuito a fondarne una – l’Orchestra Filarmonica di Benevento – molte ore “lì in mezzo”: a leggere le note sullo spartito a me sconosciuto, seguendo lo sguardo dei musicisti; a sentirne la forza ispirata a un palmo dalla mia mano ferma. Se potessero tutti vivere un solo giorno così, nella voragine di quello spazio tra una sedia e l’altra dei professori d’orchestra, capirebbero quanto faticosa e magnifica è per tutti la strada della felicità.

Dietro ogni musicista ci sono una donna e un uomo inchiodati per anni ai loro strumenti, strumenti che diventano come persone amatissime e famigliari, famiglie che hanno elargito il tempo del sacrificio, quello che torna indietro solo a rate.

Se potessimo assorbirne lo spirito di rigore e obbedienza, quel vento che solleva i fogli sul tavolo, la creazione dell’imprevisto, l’ombra del genio che si sposta inafferrabile, passeremmo la notte a bussare ai citofoni degli altri per dire di amarle tutte, queste orchestre che fanno dell’Italia una promessa senza fine. Un esercizio di democrazia, un poema collettivo, il valore sociale del bello.

 

Ho sentito questa spinta anche dopo l’ultimo sinfonico dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da un osannato Sir Antonio Pappano, ospiti del Teatro alla Scala di Milano. Un concerto applaudito dal pur esigente pubblico scaligero per l’esecuzione magnifica del Concerto per violino e orchestra di Beethoven e della Sinfonia n. 2 di Schumann, con una straordinaria Lisa Batiashvili. Quel movimento chirurgico, il suono perfetto, la disciplina integerrima: il violino di Batiashvili afferra la mente anche dei più inesperti uditori, portandola di un passo più in alto. L’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia conserva la caparbietà, quella fierezza, una naturale attitudine all’eccellenza che fa invidia a tutte le altre istituzioni sinfoniche del mondo. Ha accolto musicisti di chiara fama e scoperto nuove generazioni di artisti internazionali. Un nome su tutti, la pianista Beatrice Rana, reduce dall’ultimo concerto in Accademia, come artista in residence, e già protagonista forte della sua storia di successo.

Antonio Pappano (foto di Musacchio, Ianniello e Pasqualini)

Tra pochi mesi, calerà il sipario sulla lunga e illuminata stagione targata Pappano, il maestro che l’ha diretta con passione e immaginazione, dividendo la vita e l’impegno tra Roma e Londra. Figlio di due emigrati italiani, geneticamente abituato alla musica, insignito del titolo di Sir dalla regina Elisabetta II, tra i più importanti direttori di sempre, ha dato a quel podio passione e vigore assoluti. Il maestro Sir Antonio Pappano lascia in eredità una lezione di stile, le radici del Sud, il sogno di formare un pubblico giovane, unica speranza per salvare nel tempo lo spettacolo dal vivo. All’uscita dalla Scala, dopo settanta minuti di beatitudine, ho pensato che ogni teatro di questo Paese, dove risuona la classica, ha la facoltà di trascinare le persone all’altezza dei suoi magniloquenti lampadari: sentirsi come sospesi, più lontani dal mondo di sotto, visibilmente più vicini alla parte migliore di sé.

Portiamo le orchestre ovunque si avverta il bisogno della semina; portiamo dinanzi alle orchestre chiunque abbia urgenza di ricordarsi cosa vogliano dire la libertà e la bellezza. Sono un patrimonio che non conosce dimenticanza: lo ricordi anche la politica.

 

Immagine di copertina: L’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano. Crediti: Foto di Musacchio, Ianniello e Pasqualini

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