14 marzo 2021

Leonardo Sciascia: la verità e il potere

 

Leonardo Sciascia – questo magnifico esempio di scrittore civile, capace di andare oltre i generi modificandoli e mescolandoli, munito di intelligenza sopraffina ai limiti della preveggenza, dotato di uno stile al contempo secco (in senso montaliano) e letterario – è stato, innanzi tutto, un rivoluzionario sovvertitore del giallo tradizionale.

Invero, nei gialli classici (a titolo esemplificativo quelli di Arthur Conan Doyle e Agatha Christie), pur con qualche differenza tra i diversi autori, è rintracciabile una struttura ben definita: v’è un crimine, per lo più riferibile a soggetti determinati spinti dalle più classiche pulsioni umane (amore, gelosia, vendetta, interesse, ecc.); v’è, poi, un’indagine sul crimine, svolta da un investigatore fornito di superiori capacità logico-deduttive e perciò capace di combinare indizi apparentemente slegati; v’è, infine, la ricostruzione della verità dei fatti, che diviene una verità condivisa, pubblica e ufficiale, alla quale segue l’individuazione e la punizione dei responsabili.

Nei gialli di Leonardo Sciascia, presenti i primi due elementi strutturali testé cennati (il crimine, tuttavia ascrivibile non a soggetti determinati ma a un contesto, egli occupandosi di criminalità sistemica; l’indagine sul crimine, ora svolta da un organo pubblico, come l’ispettore Rogas de “Il contesto”, ora da un privato cittadino mosso da passione intellettuale, come il professor Laurana di “A ciascuno il suo”), difetta, invece, l’ultimo elemento. Non senza una notazione critica, Alberto Moravia ha parlato, a tal proposito, di una sorta di capovolgimento di Voltaire, non riuscendo egli a comprendere come Leonardo Sciascia, da neo illuminista, muovesse da premesse chiare e giungesse a conclusioni nebulose.

In realtà, alla base dell’anomalia sciasciana, risolventesi in una demistificazione del rito borghese e consolatorio, impregnato di ingenuo ottimismo, del giallo tradizionale, non vi sono ragioni gnoseologiche, ma ragioni storico-politiche.

Egli, infatti, credeva fermamente, appunto da neo illuminista, nella possibilità di ricostruire la verità dei fatti attraverso l’uso candido della ragione, diversamente dal Friedrich Durrenmatt de “La promessa. Un requiem per il romanzo giallo”; e, in effetti, nei suoi romanzi la verità è chiaramente disvelata, ovvero tra le righe suggerita, ovvero pasolinianamente percepita (nel senso del famoso “Io so” di Pier Paolo Pasolini). Nondimeno, tale verità è destinata a restare segreta e privata, incapace di essere trasfusa in una sentenza di condanna dei colpevoli, per una precisa scelta del Potere.

Si arriva, dunque, alla seconda connotazione di Leonardo Sciascia, quella di scrittore del volto osceno del Potere: osceno in senso etimologico, di qualcosa, cioè, che sta fuori dalla scena e, da quella postazione recondita, dirige, controlla, indirizza, occulta, depista, ecc. Un potere, dunque, che non si identifica con le pubbliche istituzioni (neppure con quelle rappresentative), ma – di incerta costituzione – risiede in un altrove inaccessibile di tipo kafkiano e orwelliano.

In ciò riposano lo scetticismo e il pessimismo di Leonardo Sciascia: il primo da lui concepito non come supina accettazione della sconfitta, ma come antidoto al dolore da essa provocato; il secondo da lui inteso non come il portato di una pregiudiziale visione del mondo, ma come amara constatazione della sua «bruttezza». Non a caso, a chi gliene faceva una colpa, rispondeva citando la famosa frase di Nikolaj Gogol: “Che colpa hanno gli specchi, se i vostri nasi sono storti?”.

Un pessimismo, il suo, profondamente siciliano e italiano: da siciliano, infatti, aveva sedimentato, come tutti i suoi corregionali, secoli di dominazioni di ogni risma, che avevano disvelato il volto brutale, violento, disumano e, appunto, osceno del Potere; da italiano, poi, era memore della storia dello stragismo post seconda guerra mondiale, da Portella della Ginestra a seguire, fatta di processi istruiti con infingimenti e nascondimenti e di verità offese, ingannate, vilipese.

Per concludere, anche il suo atteggiamento di palese sospetto verso l’ordine giudiziario va collocato in tale ambito prospettico.

Prendendo le mosse dal discorso della montagna di Gesù Cristo (“Non giudicare, se non vuoi essere giudicato”), Leonardo Sciascia auspicava che i giudici, consci della sovrumanità della funzione loro demandata (id est quella di giudicare altri uomini), interiorizzassero la giustizia come servizio, ossia come una buona azione verso la collettività, anziché esteriorizzarla, come accadeva davanti ai suoi occhi, alla stregua di un potere, in guisa da risultare essi stessi parte di quel gioco grande del Potere costituente il triste filo conduttore della nostra Storia.     

 

 

Immagine: Ombra sfocata e silhouette di un uomo in piedi nella notte. Crediti: Alex Linch / Shutterstock.com

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