6 luglio 2018

Sfidarsi nel fare sempre qualcosa di diverso

Intervista a Ico Migliore e Mara Servetto

Nelle loro visioni e nei progetti si sono incontrati i Giochi Olimpici invernali 2006 di Torino, il Museo Chopin di Varsavia, il Boulevard delle bandiere di Expo 2015, il Museo Egizio di Torino. Ico Migliore e Mara Servetto (Migliore+Servetto Architects) architetti-designer di fama internazionale, marito e moglie, quest’anno hanno di nuovo vinto il Compasso d’oro, il più autorevole premio al mondo nel campo del design, per aver progettato Leonardiana, un museo innovativo all’interno del Castello di Vigevano. Una storia d’amore e collaborazione iniziata negli anni dell’università, allievi di Achille Castiglioni, di cui sono stati poi assistenti.

 

Per la terza volta avete ricevuto il Compasso d’oro. Non avete più bisogno di conferme?

IM «Sono felice ma non è una garanzia: ora dobbiamo dimostrare di saper fare qualcosa di diverso. Achille Castiglioni ci ha insegnato: fai un progetto solo se ne sei convinto, mai per vincere. Non seguire la moda del momento. Se partecipi a un concorso immagina di spendere l’intera cifra che, eventualmente, vincerai. Il primo Compasso d’oro è arrivato nel 2008 per un progetto realizzato con Italo Lupi in occasione delle Olimpiadi Torino. Un allestimento urbano che ci ha permesso di percorrere una nuova strada, non solo “urban design” ma l’utilizzo dello spazio pubblico come narrazione, l’architettura urbana per scoprire una città nel 2006. Nel 2014 ne siamo stati insigniti per un’installazione sulla leggerezza commissionata da BTicino».

MS «Quest’anno per Leonardiana, museo all’interno del Castello di Vigevano, poco fuori Milano, dove è nato Ludovico il Moro. Nelle sale in cui Leonardo ha vissuto ospite degli Sforza, abbiamo sviluppato una documentazione dell’intera sua produzione artistica, pittorica, dei codici, degli scritti. I temi sono stati trattati con Carlo Pedretti, grande studioso di Leonardo, che ne aveva la supervisione, con la curatela di Claudia Zevi. Abbiamo valorizzato un tratto di storia importante per quella città e l’abbiamo condiviso con i visitatori».

 

Cosa significa lavorare e vivere insieme?

IM «È un confronto costante e impegnativo. L’importante è trovare un’identità personale, questo fa la differenza fra un progettista e l’altro. Noi insieme siamo riusciti a costruire la nostra identità, ci compensiamo, è fondamentale il supporto di energia che uno dà all’altro. Insieme si può dibattere. Ognuno oggi deve capire chi è, questo vale anche per un progetto. Il vero progetto? Trovare un’identità».

MS «Essere coppia anche nel lavoro significa non staccare mai, ma questo è anche bello. Quando andiamo al cinema, a teatro o al ristorante notiamo subito la scenografia, gli arredi, lo stile. Non c’è confine fra lavoro e vita privata, è tutto un fluido insieme di interessi, la ricerca è trasversale».

 

La più grande soddisfazione?

MS «Vedere quante persone visitano gli spazi da noi progettati e ne restano colpiti. Nel 2006, a chiusura delle Olimpiadi torinesi, l’arredo urbano, concepito per la città, doveva essere smantellato. Centinaia di persone scrissero al Comune chiedendo di mantenerlo. Questo è più gratificante di qualsiasi premio».

 

Insegnate al Politecnico di Milano. Quanto dà il confronto quotidiano con gli studenti al vostro essere architetti?

IM «È un arricchimento reciproco, significa non accontentarsi dei livelli raggiunti. Con loro ogni giorno ci mettiamo alla prova, i giovani devono diventare la vera ricchezza del nostro Paese. L’insegnamento ti porta a ricercare dentro te cose a cui non pensi più da tempo; recuperi processi che hai già percorso e li comunichi loro.  Lavorare sui propri contenuti si trasforma in un’autoanalisi».

 

Non temete i critici?

MS «Confrontarsi con loro aiuta a focalizzare alcuni elementi della nostra ricerca, una lettura al di fuori è sempre preziosa».

 

Con Italo Lupi avete vinto il concorso per il nuovo Museo del Design di Milano.

MS «Una ricchezza che verrà condivisa con il Paese e il mondo. Non sarà una collezione organizzata per comunicare il design, ma la testimonianza di premi selezionati nel corso del tempo, delle giurie e delle motivazioni che li hanno assegnati. Una ricostruzione del pensiero del design dal dopoguerra ad oggi».

 

Quale sarà, secondo voi, la città del futuro?

IM «Penso a una città in cui sarà sempre più necessario condividere, a una città con uno stretto rapporto con la natura. Una sorta d’interno-esterno, in cui spazio pubblico e privato dovranno integrarsi in modo sapiente, con l’obiettivo di costruire grandi e piccole “città aperte”, capaci di mantenere e valorizzare la propria identità e le proprie differenze».

MS «Nell’era digitale nelle nostre città lo spazio comune prenderà sempre più valore e funzione. Non solo come espansione dei nostri spazi abitativi, che stanno diventando sempre più ridotti, ma soprattutto come luogo fondamentale d’incrocio tra persone, idee, tendenze. Il senso di appartenenza alla città e d’identità passerà quindi anche attraverso una partecipazione, un’interazione più attiva con spazi, strutture e servizi condivisi».

 

Foto di Andrea Martiradonna


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