11 gennaio 2021

Siete tutti perdonati, di Enrico Dal Buono

«La solitudine era fredda, ma era anche meravigliosamente silenziosa

e grande come lo spazio freddo e silente nel quale gi­rano gli astri».

 

Siete tutti perdonati di Enrico Dal Buono, pubblicato da La nave di Teseo, è un romanzo attuale, forse generazionale (se non ci sei dentro, avrai comunque a che fare con chi ci sguazza: li incontrerai, subirai, invidierai, amerai, odierai), un romanzo cinico e feroce. Racconta un mondo in cui tutto è esagerato, a tratti perfino fastidioso; ma, se da un lato ti disturba, subito dopo – con abili cambi di tono – ti cattura («La coscienza tace. È la tregua del tempo. La pace ha la voce dei tuoni, il colore dei lampi, per questa volta sei perdonato, ha sorriso al-Sifra, per questa volta siete tutti perdonati»).

 

Walter ed Eva

Siete tutti perdonati è la storia, in sintesi, del rapporto di amore e odio tra un imprenditore senza scrupoli, un arrampicatore sociale di provincia con una discutibile educazione sentimentale alle spalle («Mio padre, ex caporedattore del Resto del Carlino di Mo­dena, mi ha dato tre comandamenti»), e una mistica totalmente folle.

Lui ha creato un’agenzia per clochard («la prima agenzia per clochard del pianeta, The Beautiful Loser. Io e il mio socio, Fucsia, siamo arrivati a centododici pro­fessionisti dell’elemosina pura distribuiti su tutta Milano. Li dotiamo di POS a celle fotovoltaiche, di cenci d’ordinanza, di cani lecca-sciure. Ne curiamo immagine e reputazione digitale») e ha reso cool l’elemosina in una Milano che celebra l’unione impossibile di due mondi inconciliabili e l’educazione caritatevole che appaga e placa i sensi di chi la pratica.

Lei, invece, è una rapper convertita all’Islam che dice di soffrire di autocombustione ed è l’unica donna dell’agenzia («Di nome farebbe Eva Colu­bri, è venuta su a MTV e merendine, poi è diventata una barbo­na: “Tutto si perde come si perde una moneta,” mi ha detto»). Le fiamme che la governano sono il fuoco purificatore che Walter – questo il nome dell’imprenditore – cerca, perché, anche se spaventato da quella donna, ne è profondamente attratto, subisce il fascino del suo segreto, del segreto che la rende altro, del segreto che lega – in fondo – tutti gli esseri umani, anche quelli persi, dannati, esagerati di questo mondo senza salvezza, che cercano un paracadute per l’abisso servendosi dei sopravvissuti («Chissà se al-Sifra intinge cotone nell’alcol infiammabile o se è davvero di un’altra specie, chissà se la Risposta è una ra­diazione galattica che ci incasina i cromosomi. “Un raggio da Sirio-un bacio da Dio-un antidoto al buio”»).

 

Walter è la somma di caratteri, distorsioni, paure e astuzie di tanti quasi quarantenni di oggi, perdenti di successo (beautiful loser, appunto), compagni di aperitivi e salotti; non è nessuno, in realtà, ma somiglia a molti, in fondo: è l’archetipo di un tipo di adulto del nostro tempo, ha un amico assurdo e folle che, come lui, è geniale, ma perduto («Dimostrerò che non è un Sapiens, dimostrerò che è un ominide. Non possono tenere in busta paga una creatura di un’altra specie, giusto? Nello statuto societario si parla di human»).

Walter è schiacciato dal contatto con la realtà, dall’abbozzo di umanità che riesce a esprimere; Walter si perde a ogni bivio, un po’ come tutti. Il Fucsia (l’amico) e Walter hanno un obiettivo: scalare le gerarchie, diventare dei veri winner, in un mondo quadripartito («La società si divide in Total Loser, Half Winner, Win­ner e Beautiful Loser»).

 

Walter però cerca anche altro, cerca la salvezza che sta nel diverso, altrove, nello strato più nascosto e primitivo della nostra umanità, in quello che, forse, non è mai cambiato: al-Sifra è per questo che nasconde la salvezza (del resto al-Sifra è lo zero ed è anche Eva, la prima donna), ma anche la distruzione e l’abisso.

Al-Sifra è l’afelio dalla brillantezza composta e borghese di Olimpia, la fidanzata di Walter: divinità dell’ordinario, altezza irraggiungibile per chi ha un iceberg di segreti, funzionale e utilitaristica; metà da esibire nella vita di società, tra misure, canoni e standard che rientrano nello stampino predisposto per lei e lui («Oggi, a trenta­sei anni, sono alto un metro e settantatré e mezzo. Ma i Win­ner sono compresi tra l’uno e ottantuno e l’uno e ottantanove. Dati alla mano»).

Olimpia non parla in rima come al-Sifra, non piega il linguaggio facendone un brodo primordiale, ma lo governa («Le tue frasi in corsivo di voce, i tuoi silen­zi bianchi»); Olimpia che non basta: è perfetta in pubblico, ma non colmerebbe mai il vuoto profondo del privato di Walter («È vero, brilli moltissimo, tu, sei cento candeline sulla torta di panna. Ma a fondo ci vanno i pesanti. Servirebbe un incendio grande grandissimo incommensurabi­le, l’esplosione di mille giganti rosse, per illuminare l’abisso»).

 

«Ma la luna nuova, scambiarsi le luci e le speranze, regala­re tutto al buio»

La vera speranza, però, è assente dal mondo quadripartito e senza possibilità, che respira Campari e follower, ed è nascosta tra le pieghe dell’altra storia che vive, parallela e stilisticamente opposta («Tutto era buio e mistero poco lontano dalla piccola fiamma nella sua mano e qua e là verso il fiume la neve e il ghiaccio ri­coprono pozze profonde una gamba intera e bagnarsi è morire») tra le pagine del libro e che tra le sciure imperdonabili può fare solo qualche rapida comparsa («Con te mi sento come un Neandertal abituato a bacche acide e indigeste che d’un tratto assaggia un mirtillo»).

 

Enrico Dal Buono, Siete tutti perdonati, La nave di Teseo, 2020, pp. 208

 

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