6 maggio 2020

Simposio

 

Il vino da sempre è espressione di popoli e civiltà. Nell’antica Grecia separava la civiltà dalla barbarie. Chi beve vino e parla il greco è civile, chi non ne beve è un barbaro, sostenevano i Greci. Il vino quindi ricopriva un ruolo culturale e liturgico, bevanda rituale e dono degli dei. Nasce così il simposio (syn-potein, bere insieme).

Il Sympósion si svolgeva dopo cena, regolato dal simposiarca, che imponeva moderazione e autodisciplina, stabilendo il grado di ubriachezza. Partecipavano uomini legati da un comune ethos, della stessa classe sociale e politica. Erano ammesse solo alcune donne: musiciste, danzatrici ed etère, cortigiane raffinate, colte, esperte nell’ars amatoria, contrapposte alle pórnai, prostitute di categoria inferiore. La più celebre delle etère è stata Frine. Durante il simposio si improvvisavano gli skolia, canti conviviali, accompagnati dalla lira e dall’aulòs, strumento a fiato a doppia ancia. Si praticava il gioco del kòttabos, colpendo un piatto o un vaso con le poche gocce di vino rimasto sul fondo della kỳlix, la coppa da vino. Si ascoltavano poemi e si improvvisavano versi.

Platone dedicò al simposio il suo dialogo più bello. Sosteneva che in quella circostanza fosse possibile conoscere l’essenza della natura umana, le contraddizioni, le ambiguità riflesse nello specchio deformato dal vino. Scrive Platone che nel simposio spesso la verità brilla come un lampo.

Il simposio si svolgeva nell’andròn, sala degli uomini, decorata con mosaici pavimentali e opere d’arte. Lungo le pareti erano poste le klìnai, letti triclinari, su cui si sdraiavano i convitati, coperti con l’himàtion, un manto avvolto ai fianchi, o poggiato sulla spalla. Al centro dell’andròn troneggiava il cratere, in cui si mesceva una parte di vino e tre di acqua. Erano preparate anche miscele più alcoliche con effetti inebrianti crescenti.

Gli Sciti bevevano vino non diluito, consuetudine che si riteneva portasse alla follia. Tra i migliori vini, quello di Chio, l’omerico Pramno e il vino di Ismàro, la prima DOC della storia: densità impenetrabile e corpo prodigioso, inondava il palato con dolci sentori di miele. Ulisse lo offrì a Polifemo che lo bevve in purezza, finendo addormentato. I vini erano solo rossi e dolci, mescolati a miele, resina, frutta e mosto.

Il simposiarca proponeva due coppe da bere: in onore delle Càriti, Afrodite e Dioniso, dio del vino, della liberazione dei sensi, del delirio mistico. Qualcuno ne alzava una terza a Hybris, incarnante l’eccesso, la tracotanza, la superbia. I vasi per le libagioni erano l’oinochòe, la kỳlix, l’elegante kàntharos, e lo schyphos, utilizzato dal casaro Polifemo.

Vanto del Museo archeologico di Paestum è La tomba del tuffatore (480-470 a.C.), unico esempio di pittura figurativa d’età classica in Magna Grecia. Le pareti interne ritraggono scene di un simposio, in onore del giovane defunto. Sulla parete nord due convitati si abbandonano a effusioni pederastiche. Sono l’erastès, l’amante barbuto e l’eròmenos, l’adolescente amato. L’amore socratico era legittimato e considerato formativo. L’anonimo artista utilizza l’affresco: immagini remote giungono fino a noi nella luce dell’Arte. Sulla lastra di copertura un giovane nudo si lancia elegante in uno specchio d’acqua. Quel tuffo mai raggiungerà la meta: giovane eternamente giovane, icona cristallizzata, bellezza e seduzione. L’Arte, unica alternativa alla morte, vince la morte. Colpisce la freschezza del colore impresso 2.500 anni fa. Commuove questa umanità scomparsa che continua a brindare.

La più poetica narrazione del simposio è stata immortalata dal poeta e filosofo presocratico Senofane di Colofone:

 

Il pavimento lustra: mani, tazze pulite.

Uno ci pone in capo le ghirlande,

un altro tende fiale di balsamo.

Il cratere troneggia, pieno di serenità.

Altro vino promette di non tradirci mai:

è in serbo nei boccali, sa di fiore.

L’incenso spira tutt’intorno una fragranza

di tempio, è chiara, fresca e dolce l’acqua.

Ha ciascuno il suo pane biondo:

la salda mensa è carica di cacio e miele denso.

C’è nel mezzo l’altare coperto di fiori,

la casa è avvolta di festa e di musica.

 

 

Il vecchio imperatore Adriano, nelle Memorie di Yourcenar, scrive: «Dallo scetticismo dei filosofi Pirrone e Arcesilao, agli eccessi di Alcibiade, ai sogni sacri di Pitagora, i nostri vizi e le nostre virtù hanno modelli greci».

 

* Pediatra, cultore dell’arte, della storia e del vino

 

Immagine: Uno degli affreschi della Tomba del tuffatore, Museo archeologico di Paestum. Crediti: pubblico dominio, attraverso it.wikipedia.org

 


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