23 luglio 2020

Sistema

«Le attività umane sono sistemi ma noi ci concentriamo su istantanee di parti del sistema: poi ci domandiamo perché i nostri problemi non si risolvono mai» (Peter Senge)

 

“Sì ma è colpa del sistema!”

La parola sistema, nell’ambito il più genericamente possibile definito “sociale”, è spesso associata a qualcosa di inamovibile e sembra sempre la giustificazione a problemi percepiti come insormontabili, o sicuramente, per lo meno, complessi. Rivedendo il vocabolario, per prima cosa risulta un’estesa lista di significati e applicazioni in campi e discipline diversi (anatomia, botanica, diritto, chimica, economia, filosofia, fisica, istruzione, matematica, metrologia, tecnica etc.) e poi si nota tra questi una serie di sistemi che spesso, invece, funzionano: tra gli altri, sistema nervoso, sistema solare, sistema immunitario, ecosistema. L’ecosistema è per l’appunto un sistema che fino ad ora non ha fallito, ma che stiamo stravolgendo, perché interconnesso con altri sistemi: politici, economici, finanziari, sociali etc.

Al giorno d’oggi è sempre più impensabile poter osservare un fenomeno senza vedere l’impatto che esso ha fuori del proprio raggio d’azione. C’è quindi bisogno di cambiare anche la modalità attraverso cui osserviamo la realtà che ci circonda, attraverso chiavi di lettura che vadano al di là della modalità lineare di analisi e confronto che più conosciamo.

Sistèma s. m. [dal lat. tardo systema, gr. σύστημα, propr. «riunione, complesso» (da cui varî sign. estens.), der. di συνίστημι «porre insieme, riunire»] (pl. -i). Nella sua etimologia greca c’è quindi: συν = con / insieme e ιστημι = stare ma anche costruire, far sorgere, intraprendere [...]. L’origine, infatti, è la stessa di epistème, dove allo stesso verbo si antepone la preposizione ἐπι, su. Episteme è la conoscenza (scientifica, i fondamenti, la validità), la conoscenza che sta al di sopra, mentre sistema potrebbe leggersi come la “conoscenza con”: l’insieme dello “stare ma anche fare, costruire, far sorgere, intraprendere, fermare, disporre, istituire, costituire e persino trovare il peso con la bilancia”. E trovare, magari, un equilibrio? “Conoscere con”, nelle alternative traduzioni di ιστημι – con un συν, che condivide e che si differenzia dal suo “essere al di sopra”, dell’ἐπι – dà l’idea della complessità a cui sistema è spesso riferito: è infatti la “caratteristica di un sistema concepito come un aggregato organico e strutturato di parti tra loro interagenti”.

Negli ultimi decenni, l’aumento di complessità, interrelazione ed interdipendenza dei sistemi ha portato ad un recupero del pensiero aristotelico della comprensione del tutto a partire dall’indagine dei rapporti esistenti tra l’oggetto osservato e gli elementi che lo compongono, discostandosi dalla tradizione – a partire dal XVII secolo, con la nascita della scienza moderna – del riduzionismo, secondo il quale tutte le proprietà caratteristiche di un’unità sistemica vanno spiegate in base alle proprietà e alle interazioni delle sue componenti. La linearità causa-effetto non basta a spiegare tutti i fenomeni complessi in quanto ad ogni livello di complessità i fenomeni potrebbero avere delle proprietà che non esistono al livello inferiore. Da qui la necessità di un approccio euristico-generale (organicistico ed olistico) che ha portato, passando per la teoria generale dei sistemi di L. von Bertalanffy e la dinamica dei sistemi di J.W. Forrester sviluppatesi ed evolutesi tra il 1950 ed il 1980, ad una definizione di sistema come «un insieme di elementi interconnessi che è organizzato coerentemente in modo tale che raggiunga uno scopo», secondo la definizione di Donella (Dana) Meadows, scienziata del MIT e umanista, scrittrice candidata al premio Pulitzer, che aggiunge: «un cambio di scopo cambia il sistema profondamente, anche se ogni elemento o interconnessione rimane la stessa».

Meadows è stata anche l’autrice principale di The Limits to Growth (1972), un rapporto commissionato al MIT da Aurelio Peccei ed il Club di Roma, basato sulla simulazione al computer World3 che, attraverso un approccio sistemico (mediante equazioni non lineari e cicli di retroazione), descrive un insieme di possibili scenari dell’impatto della continua crescita della popolazione e della produzione industriale sull’ecosistema terrestre (le cui risorse non sono infinite). Criticato in parte in quegli anni, trova invece riscontro al giorno d’oggi, avvertendo di uno scenario per certi versi molto simile a quello attuale e che, senza una rivoluzione sostenibile, porterà ad un incontrollato declino e, secondo alcuni degli scenari presentati, potrebbe portare persino al collasso.

Negli ultimi trenta o venti anni, infatti, l’approccio sistemico è risultato particolarmente utile – e soprattutto in ambito organizzativo-aziendale grazie a P. Senge (1990) – per interpretare la multidimensionalità del reale, attraverso un’interdisciplinarità ed una complementarietà dei saperi ed un utilizzo opportuno degli sviluppi tecnologici per meglio identificare le dinamiche dei sistemi, assieme al Systems Thinking, ovvero il pensiero sistemico.

Per pensiero sistemico si intende un approccio olistico sul come le parti costituenti di un sistema complesso siano in interrelazione e come i sistemi lavorino oltre e dentro il contesto di sistemi più ampi: serve quindi un atteggiamento mentale capace di vedere le connessioni e la struttura dei sistemi, ben oltre il breve termine e con alta adattabilità – perché i sistemi stessi sono in continuo mutamento – in grado di imparare (e chiarire le conseguenze delle nostre azioni) e prevedere, identificando le nostre opzioni.

Il pensiero sistemico riduce la complessità ad un livello gestibile (cercando, ad esempio, di cogliere delle regolarità nei processi di interazione circolari) mantenendo la complessità (togliendo quindi l’illusione della certezza: non potremo mai comprendere pienamente i sistemi complessi): semplificare potrebbe risultare addirittura pericoloso (confondendo per esempio sintomi, cause, effetti e obiettivi o individuando punti di leva intuitivi senza esplorare un nuovo schema di comportamento possibile, che sia adattivo, generativo o che permetta addirittura un salto di paradigma, seguendo un principio di falsificazione delle proprie convinzioni).

Il futuro non può essere previsto, ma può essere immaginato e prefigurato, progettato e riprogettato. Non possiamo anticipare con certezza il mondo e non possiamo imporre la nostra volontà a un sistema; ma dobbiamo ascoltare cosa ci dice e scoprire come le sue caratteristiche e i nostri valori possono lavorare insieme, per produrre qualcosa di meglio rispetto a quello che potremmo fare con la sola nostra volontà (Meadows, 2008). E magari anche più in armonia ed “equilibrio” (tornando a ιστημι) con altri sistemi, soprattutto in interazione con quelli naturali e gli ecosistemi sopraccitati.

 

Dalla sua origine greca all’implementazione linguistica contemporanea nel cosiddetto Systems Thinking, il sistema sembra essere, quindi, più un “come” che un “cosa” – si parla di modelli, di metodi, di regole, di processi: è un “modo” di pensare che contiene in sé la sua stessa natura.

 

«Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare per risolvere i problemi causati dal vecchio modo di pensare» (Albert Einstein)

 

* Interdisciplinata, con esperienza internazionale ed intersettoriale tra ruoli manageriali e creatività artistica

 

Bibliografia

Aristotele, De Anima.

Forrester, J., World dynamics, Cambridge (Mass.) 1971.

Meadows, D.H., Meadows, D.L., Randers, J., Behrens III, W., The limits to growth, New York 1972 (trad. it. Milano 1973).

Meadows, D.H., Pensare per sistemi. Interpretare il presente, orientare il futuro verso uno sviluppo sostenibile, 2008 (trad. it. 2019).

Peccei, A., La qualità umana, Milano 1976.

Senge, P., La quinta disciplina, Doubleday, New York, 1990, 2006.

von Bertalanffy L., Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppi, applicazioni, ILI, 1968.

 

Crediti immagine: Foto di Jorge Guillen da Pixabay

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