5 luglio 2019

Spettri della mia vita, di Mark Fisher

Se Mark Fisher avesse potuto ascoltare The State Between Us di Matthew Herbert, pubblicato nel marzo del 2019 dalla Accidental Records, sebbene non esattamente in linea con le sue passioni musicali (che ruotavano attorno alla jungle e all’elettronica nata nel mondo dei rave, al punk e all’universo della rivista New Musical Express), avrebbe di certo colto l’atmosfera hauntologica che pervade l’album: un’aura spettrale, intrecciata ad una dimensione politica, la quale instilla, nell’ascoltatore, un’inesorabile sensazione di perdita. Spettri evanescenti, dunque, nella forma impalpabile di riverberi ed echi, attraversano le tracce desolate dell’album, impregnati del senso di incertezza (e di rabbia) scaturito a seguito della Brexit e dell’allucinazione sovranista ad essa intrecciatasi. Contrariamente alla tecnica esercitata per produrre il pop contemporaneo, che tenta di ricreare un passato perfettamente smaltato, ma che, così facendo, ne smarrisce la grana e inevitabilmente lo lascia sfuggire, necrotizzando il presente, Herbert crea un mondo sonoro capace di non dissimulare la propria virtualità, un mondo che non eluda alcun confronto col passato inteso come universo spettrale che invade il presente, annullandone la presenza. In questo senso, l’emergere improvviso, da una massa di foschia sonora il cui fruscio evoca un’assenza irredimibile (che ricorda anche l’inquietudine che la musica di Al Bowlly agita fra le pieghe di Shining), di una versione di Moonlight Serenade di Glenn Miller, lega l’album di Herbert alle primissime pagine di Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti (appena pubblicato da Minimun Fax, nella traduzione di Vincenzo Perna), dove Mark Fisher suggerisce l’ultima sequenza di una serie BBC del passato, Sapphire and Steel, per plasmare un’immagine dell’immobilità del presente che tenta di ritrovare una sorta di animazione attraverso l’evocazione di un passato calligrafico e, proprio per questo, fasullo.

Fisher, lo sa chiunque abbia affrontato The Weird and the Eerie o Realismo capitalista, non è un pensatore convenzionale: i filtri attraverso cui giunge alle articolazioni della contemporaneità tardocapitalistica sono la musica di Goldie e di Burial, dei Joy Division e dei Fall, il cinema di Kubrick e di Nolan, le serie televisive BBC, i romanzi di David Peace e i racconti di Lovecraft: terminali nervosi sensibilissimi, capaci di creare attrito, resistenza alla fluidità artificiale della contemporaneità, di lasciare emergere l’ablazione dell’esperienza ormai consolidatasi, svelandone la dissimulazione messa in atto dalla velocità sempre più elevata dei dati e dal loro addensarsi in masse compatte e prive di porosità, oltreché del tutto immobili.

Sarà così, nell’opera di quegli artisti che tentano di proseguire la strada del “modernismo popolare” a scapito dell’ottusità dell’automatismo, che il fruscio del vinile riprodotto digitalmente, per esempio, in Maxinquaye di Tricky, non tenterà in alcun modo di stabilire un’identificazione (che è la via fallace del mainstream) con un’epoca la cui vita potrà, perlopiù, essere accomunata al sopravvivere vampirico, bensì di tracciare, criticamente, quello che sarà il diagramma chiaro e netto di una distanza ormai invalicabile il cui aspetto fantasmatico ha ormai irrimediabilmente invaso il presente. Contro la naturalezza, che è comunque e sempre un prodotto culturale, varranno dunque le strategie del dub: rendere evidenti le cuciture, le suture che legano i brandelli del brano musicale, disinnescando così qualsivoglia pretesa di totalità o di unione con essa; cancellare la voce per lasciarne risuonare gli echi, rendendo in questo modo evanescente qualsiasi materialità della presenza.

Gli scritti raccolti in Spettri della mia vita, nonostante l’eterogenea provenienza, riescono ad articolare un discorso la cui coerenza non dovrà essere scambiata per unilateralità o sclerosi: cruciale, infatti, nell’opera di Fisher, è la messa in discussione del soggetto, del sistema che ne ratifica l’unità. Tema centrale e fondamentale della cultura occidentale, l’autosufficienza del soggetto, del circuito che lega cogitare e intelligere, confermata con forza quasi esasperata da Tommaso d’Aquino, trova il suo più grande avversario nel pensiero di Averroè, secondo il quale l’intellectus è unico e altro rispetto alla moltitudine dei soggetti cogitantes, per cui progredire ad esso significherà in qualche misura perdere sé stessi, lasciare emergere un’alterità, l’estraneità dell’alieno che avvertiamo nei versi e nella musica di Tricky, nella compresenza dei generi sessuali miranti ad evocare, come in un rito sciamanico, la voce della madre defunta, quell’alterità che avvertiamo scuotersi anche in Bowie, in Sun Ra o in Lee Perry e che, in ultima battuta, sarà l’inclinazione di chi assume su di sé la consapevolezza che il proprio principium individuationis sia da ritrovarsi in un punto archimedeo.

È così che l’illusione di una presenza concreta e agente svanisce, per lasciare spazio ad una riorganizzazione dell’essere umano capace di svincolarsi da un accentramento che non sia in grado di interpretare l’alterità e che, in ultima analisi, non guarderà al passato come ad un Paradiso da ricreare letteralmente: nella città, resa ormai paradossalmente parcellizzata e compatta dalla ragione economica, il Waldgänger aprirà spazi nella marginalità, in quei luoghi sfuggenti dai quali, come in Savage Messiah di Laura Oldfield Ford, sarà forse possibile ripensare un futuro che non sia più irrimediabilmente perduto.

 

Mark Fisher, Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, traduzione di Vincenzo Perna, Minimun Fax, 2019, pp. 312

 

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