18 luglio 2021

Spiagge solitarie

Tra notti magiche di esultanza calcistica e incessanti lamentele sull’afa asfissiante, è arrivata l’estate italiana. Un po’ titubante, gialla, rossa, bianca, è la seconda che ci prepariamo ad affrontare nel corso della pandemia.

 

A differenza dell’anno scorso, per molti questa estate segnerà il ritorno alla vita “normale” di viaggi e voli low cost verso mete inaspettate, alla riscoperta del nuovo anche solo per un bel post sui social. Per tutti gli altri rimane la rassicurante garanzia della stessa spiaggia, stesso mare, delle vacanze dal sapore nostalgico che sussurrano promesse non meno allettanti.

 

La spiaggia italiana non ha mai perso le sue connotazioni di teatro a cielo aperto in cui ci si rivela e ci si spoglia, letteralmente e figuratamente, per vivere una proiezione iperrealista di se stessi e di una collettività immaginata.

 

Sulla soglia tra mare e terra, tra coscienza e percezione, mettiamo ogni anno in gioco la nostra identità e il senso di appartenenza a un luogo e una comunità. Il tempo, non mercificato e inflessibile come in città, è scandito da necessità, piaceri e ansie diversi. Si ritorna bambini, ci si purifica sotto il sole cocente e si trasgrediscono inconsciamente le restrittive norme sociali degli ambienti urbani soffocanti.

 

Per dirlo in termini foucaultiani, la spiaggia è una eterotopia, uno di «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l'insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

 

Per noi figli del Bel Paese, questo magico shift è un processo naturale che attuiamo senza nemmeno accorgercene, dando per scontato il potere trasformativo della spiaggia.

 

Durante la performance-opera Sun & Sea, vincitrice nel 2019 del Leone d’Oro come Migliore Partecipazione Nazionale alla 58a Biennale di Venezia e recentemente in programma al Teatro Argentina di Roma, è però possibile prendere coscienza del fenomeno assumendo, fisicamente, una posizione alternativa: quella dello spettatore.

Dall’alto dei palchetti si può osservare un gruppo di bagnanti sparsi su una spiaggia artificiale, immersi nella loro giornata di mare e relax. Lo spettacolo, soprattutto grazie alle arie composte dalla performer lituana Lina Lapelytė, è portavoce di impellenti messaggi sulla crisi ambientale, carichi di una frivola impotenza umana da ultimo giorno sulla Terra.

 

Tuttavia, quello che rimane più impresso di questa esperienza teatrale unica è l’effetto straniante e bizzarro dello spiare, o meglio spiarsi, riflessi poco più giù in questa dimensione parallela che ben conosciamo. Il languido distendersi all’ombra per sfogliare svogliatamente qualche pagina di un libro, la comunicazione silenziosa con il vicino di ombrellone fatta di occhiatacce o sguardi languidi, il gioco instancabile dei bambini e infine i vari gruppetti che si mescolano, si dividono, emarginano il singolo, si ricongiungono e cambiano formazioni. Consci di essere guardati, eppure non curanti, come se fosse normale dare in pasto allo sguardo di sconosciuti i nostri corpi seminudi, un po’ ridicoli, colorati, imperfetti e bellissimi.

 

Ipnotizzati dal tableau vivant, si rievoca immediatamente non solo il proprio reale e assurdo vissuto balneare ma anche l’esperienza cinematografica. È infatti nel cinema che la spiaggia è rappresentata come il locus liminale per eccellenza, foriero di infinite possibilità di incontri fenomenologici e di elettrizzanti confronti con l’Altro.

 

Affiora alla mente l’iconica sequenza in spiaggia, con Battiato in sottofondo che canta Scalo a Grado, in cui il sociopatico Michele di Bianca (1984, regia di Nanni Moretti) racconta con amara ilarità il senso di inadeguatezza, l’incapacità di stare con gli altri e la solitudine fuori-tempo in mezzo ad una folla che si muove all’unisono, sentimenti esacerbati una volta che ci troviamo a calpestare la sabbia che scotta, dove l’Altro diventa mancanza.

 

Un’altra suggestione cinematografica, più recente, invece ricalibra l’Altro come estensione di sé: Le Sorelle Macaluso di Emma Dante, sulla spiaggia del Charleston di Mondello iniziano a ballare a ritmo di una musica immaginaria che per gioco diventa diegetica. Sono un corpo solo, multiforme, giovane, libero e femmina, dall’energia travolgente che non può non attirare la partecipazione degli altri avventori e scatenare momenti di pura euforia, quella tipica infantile della giornata di vacanza al mare protetti e rassicurati da famiglia e amicizie.

 

Infine arriva un’altra immagine, un’ultima impressione in pellicola: quella di Philippe Noiret, nei panni di Pablo Neruda, e Massimo Troisi su una spiaggetta deserta dell’isola di Salina, intenti a parlare di poesia. Con il mare da testimone e soggetto, il confronto tra i due si cala in un’intimità profonda e allo stesso tempo immediata per portare poi alla sorprendente riscoperta di sé. Cullata dal tenero infrangersi delle onde, la connessione umana si rinnova e stupisce.

 

In questa estate di ritrovati contatti e incontri, torniamo alle nostre spiagge per continuare a cercare l’Altro come non abbiamo potuto finora e come l’arte, il teatro e il cinema ci ricordano incessantemente.

 

Immagine: Sirolo, Ancona/Italia - 09 febbraio 2019: La spiaggia deserta di Urbani. Crediti: EMazzarini / Shutterstock.com

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