19 dicembre 2014

“Stoner”, l’horror della normalità americana

Ogni grande romanzo ha una voce inconfondibile. E anche Stoner, di John E. Williams, non fa eccezione. Possiamo anzi dire che pochissimi romanzi hanno una voce inconfondibile come Stoner. Voglio dire: non solo l'audiolibro, letto da Sergio Rubini, ma proprio il testo, uscito negli anni '60, finito nell'oblio e poi resuscitato. Forse non era tempo. Era tempo dei beat, di Kerouac, Ginsberg... Tempo di ribellioni.

Ma oggi è tempo per Stoner e Stoner oggi è un caso editoriale che ha venduto un milione di copie in tutto il mondo ed è diventato un libro di culto per lettori comuni e scrittori – da ultimo Bret Easton Ellis. L'autore di quel romanzo terribile che è American Psycho. Ma parliamo ancora della voce di Stoner. In un immenso centro commerciale della catena Iper, quello di Montebello della Battaglia, c'era un cliente che si divertiva a sintonizzare su Radio Maria gli impianti stereo in vendita. E tra i monitor dei televisori e la gente incredula e anestetizzata dalla voluttà di acquisti si diffondevano al massimo volume le voci tremolanti e cupe di un rosario recitato dalle classiche vecchiette: 'Sancta Maria, mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen'... Finché un addetto non arrivava per spegnere e riportare tutto alla quotidiana normalità. A me è capitato qualcosa del genere in un altro centro commerciale, a Milano questa volta. Iper di Rozzano. Detta anche Rozzangeles. Cercavo un impianto stereo da collegare via bluetooth al telefono e ne ho provato uno. Me ne serviva uno potente e così l'addetto ha messo il volume al massimo. Quando l'impianto ha agganciato il bluetooth del mio telefono (sul cui schermo risultava sconvenientemente scritto 'Si stanno accoppiando') mi è partito un audiolibro che avevo in memoria e stavo ascoltando, Stoner. E quella voce inconfondibile, dicevo, oracolare, appassionata ma al tempo stesso rassegnata, che racconta le umane vicende di William Stoner, si è diffusa tra i monitor e i clienti dell'Iper di Rozzano avvertendoli sulla vera natura dell'amore. Che non è, come pensava Stoner, un “punto di arrivo” ma un processo attraverso il quale si conosce una persona. Stoner lo scopre a proposito della prima moglie. Edith Elaine Bostwick. Una creatura alta, diafana, delicata, con gli occhi grandi. Gli occhi più azzurri che Stoner abbia mai visto. Di buona famiglia perdipiù. Una perfetta creatura americana. Ebbene quella creatura alta, diafana e con gli occhi più azzurri che Stoner abbia mai visto, accetta di sposarlo ma ben presto il matrimonio si rivela una guerra sotterranea, di posizione, un conflitto sordo e senza speranza. Un fallimento. Lei lo evita, lo fugge fisicamente fino a quando non decide di desiderare un figlio e allora lo assale continuamente, come un animale selvaggio, e insieme scoprono il piacere. Quando resta incinta si distacca di nuovo da lui. Per sempre. Lui si rassegna, come al solito. Ma anche lei in fondo. Nasce una bambina, di nome Grace, e Stoner le si affeziona molto, come la bambina a lui. Perché la madre è spesso lontana. La moglie si ingelosisce di questo e gliela fa sparire di torno, la tiene tutta per sé, la allontana, la fa diventare una conformista, la copre di regali, la fa appassionare alle cose mentre la bambina amava i libri e le carte di cui si circondava il padre. Stoner si rassegna, ripeto. Se Bartleby, lo scrivano di Melville, si oppone inutilmente al mondo con il suo 'I would prefer not to' ('Preferirei di no'), Stoner si oppone al mondo lasciandosi vivere, non opponendosi al flusso degli eventi che lo travolgono, restando rifugiato tra le mura dell'università dove è arrivato quando era solo un figlio di poveri contadini del Missouri destinati a essere riassorbiti dalla terra dove hanno versato tutto il loro sudore, tutto il loro sangue. Diversamente da un brillantissimo amico e compagno di studi, Stoner non va in guerra – la prima guerra mondiale – e conserva la pellaccia. Non ha grilli per la testa. Si lascia irretire dal rumore di fondo della quotidianità. Mediocre ma fino a un certo punto, se no la sua figura, il suo personaggio non funzionerebbe. In fondo, per essere il figlio di contadini, ha già avuto molto. Non che non se lo sia meritato. Diversamente da un altro straordinario indolente, l'Oblomov del capolavoro di Gončarov, Stoner è un lavoratore, non rinuncia a vivere, riesce ad alzarsi dal divano, si dà da fare, anche se non è certo un tipo intraprendente! La sua paresse esistenziale sta nel lasciarsi vivere senza dar fuori di matto. Come se tutto fosse lo stesso. Nell'ingoiare qualsiasi cosa senza fiatare. Ma che altro potrebbe fare? In fondo il suo lasciarsi vivere non è diverso da quello della maggior parte degli uomini e delle donne. Solo che lui ingoia senza rabbia, come bere un bicchier d'acqua. Il narratore onnisciente che ci racconta le sue vicende in questo romanzo perfetto, quasi ottocentesco, non ci trasmette alcuna notizia di conflitti interiori. Dire 'romanzo perfetto' può apparire riduttivo. Bisogna riconoscere che John E. Williams riesce a trasformare il rumore di fondo della quotidianità di Stoner in una sinfonia meravigliosa. Per questo, penso, il mio telefonino, a tradimento, ha diffuso in un centro commerciale le note dell'audiolibro di Stoner al massimo volume. Una sinfonia perfetta, potente e composta benissimo. (Ottima anche la traduzione di Stefano Tummolini, per l'edizione italiana, pubblicata da Fazi). Domanda retorica. Nonostante queste caratteristiche compositive, mi chiedo che cosa ha attirato un milione di lettori in tutto il mondo – cifra credo approssimativa e spannometrica – verso questo professore che si lascia vivere, che vediamo lasciarsi sbattere dalle onde, piccole o grandi che siano, come una barca che segue solo la corrente? La rassegnazione di Stoner non assomiglia a quella del monaco buddista che sa che la felicità si ottiene rinunciando ai desideri, e contempla il creato con spirito di accettazione meditando. No. Non è una scelta filosofica, consapevole e finalizzata a ottenere qualcosa, qualche Nirvana psicologico al posto della nevrosi di turno. Lui è l'uomo comune che c'è in ciascuno di noi, anche in un professore di letteratura dell'università, è semplicemente un ingoiatore di rospi. E la sua dieta non è molto diversa dalla nostra. In ogni personaggio della letteratura, per quanto estremo sia – e Stoner lo è nella rassegnazione –, c'è qualcosa che ci attira. Perché ci racconta qualcosa di noi, un aspetto che tutti abbiamo anche se magari in misura minore. E dunque non c'è niente di più grandioso tra le ultime uscite letterarie – e gli audiolibri della Emons – di questo romanzo americano deprimente che ci legge dentro più di quanto noi possiamo leggere dentro di lui. Perché ti fa immedesimare con te stesso, la persona più lontana dalla tua idea di immaginazione letteraria. Ti mette davanti la distesa devastante delle sconfitte e della mediocrità che ciascuno di noi riconosce come la propria vita. E così non si riesce a staccarsi dalla voce che racconta la storia di quest'uomo fino alla fine. Mandato dai genitori, due poveri contadini, a studiare agraria, nel 1910, Stoner si appassiona alle lezioni di letteratura inglese, ai sonetti di Shakespeare, a quella voce che gli parla attraverso i secoli. Si laurea in letteratura inglese e resta per insegnare all'università del Missouri. Si sposa, come abbiamo detto, ha una figlia. Si indebita per comprare una grande casa dove ciascuno potrà vivere mantenendo le distanze. Conosce qualche problema finanziario quando, durante la grande depressione, il padre della moglie, un banchiere di St. Louis, si spara per i debiti. Non ha grandi sogni. Nella sua vita succede tutto e niente. Tutto scorre, tutto continua a parte qualche scossone. Si fa l'amante e sembra per qualche esaltante capitolo che la sinfonia si trasformi nella primavera di Vivaldi... I due pensano e si amano all'unisono. Non riescono a staccarsi uno all'altra. La moglie lo sa, gliene parla, non si scandalizza, banalizza il suo nuovo amore in una scena crudele di una crudeltà in sordina, silenziata, come lo sono tutte le crudeltà di questo libro. Arriverà il momento di lasciarsi. La vita prende il sopravvento. Poi la figlia resta incinta, si sposa, resta vedova durante la seconda guerra mondiale – che cosa normale e terribile! -, si attacca alla bottiglia. Tutto scorre di nuovo, l'America, il '900, sono raccontati nei riflessi sullo specchio della vita comune come dall'alto del cavallo, per citare un proverbio cinese, con appassionato distacco. Come durante un'orazione funebre, dall'alfa all'omega. Ecco, in questo appassionato distacco con cui vengono raccontati gli eventi comuni di una vita, c'è qualcosa che racconta la vita di tutti noi. La magia di certi momenti, l'orrore di altri, l'ineluttabile forza che ci trascina, la corrente che ci scorre intorno, che ci sbatte qua e là: quello che possiamo controllare e quello che dobbiamo subire. Soprattutto quello che dobbiamo subire, che accade a nostro malgrado. Stoner lo accetta in silenzio, altri magari protestano ma questo è un altro paio di maniche. La vita di Stoner non è fallimentare, lui stesso non vuole considerarla tale quando sa che sta per finire. C'è una scena del finale che per qualche riga illumina tutto con una luce splendida e atroce: Stoner è a letto, non gli resta molto da vivere, nella stanza filtra la luce di un meraviglioso pomeriggio al college. Passano degli studenti allegri, la stanza si riempie delle loro voci fresche. Le ragazze hanno le gambe lunghe e nude. Camminano, infine spariscono senza nemmeno lasciare traccia sull'erba. Così se ne è andato anche il suo autore: senza quasi lasciare traccia. Venti anni fa. Finché il suo straordinario romanzo è riemerso dalla polvere. Anche questo potrebbe contribuire a farcelo immedesimare con la sua creatura letteraria. John E. Williams ha scritto un grande romanzo sulla vita di un uomo comune americano e ha saputo trasfigurarla rendendola una storia horror senza sangue. Nessuna tragedia, nessun grande fallimento: una vita normale tutto sommato che non possiamo fare altro che accettare. È questo il dramma. È questa la tetra bellezza e la straordinaria forza deprimente del libro.


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