24 dicembre 2020

Storia di un anno rivoluzionario

«Sembrava che in pochi giorni la Russia intera avesse preso a parlare di ciò che aveva taciuto per secoli». Così Konstantin Paustovskij (1892-1968), interessantissima figura di intellettuale, giornalista e scrittore (il romanzo Kara-Bugaz è tra le – oggi – più ingiustamente misconosciute opere della letteratura sovietica) descriveva il clima di febbrile agitazione, di fermento, attesa impaziente e trascinante, elettrica carica ideale, benché non priva di tratti talvolta – con il senno di poi – ingenui, che specialmente (ma non solo) a Pietrogrado serpeggiava in ogni vicolo, tra la folla riunita in capannelli spontanei nei luoghi più improbabili, in un palazzo del ghiaccio («mi dispiace compagni, i teatri erano pieni, ma appena iniziamo a parlare vedrete come ci scaldiamo») come sotto a uno dei tanti monumenti a Puškin, nei sottoscala delle dimore dell’alta borghesia come nei saloni del lussuosissimo, e altrettanto pacchiano, palazzo di Matel′da Kšesińskaja (1872-1971), l’ammaliante ballerina russo-polacca campionessa imbattuta di intrallazzi sentimentali con tutta l’aristocrazia dell’epoca, a partire dallo zar, durante quell’Anno rivoluzionario, il 1917, magistralmente raccontato in poco più di 180, densissime, estremamente ricche di dettagli (talvolta inediti o scarsamente studiati fino a questo momento) e al contempo appassionate pagine da Guido Carpi, tra i più influenti slavisti italiani – e non solo –, nonché autore di una Storia della letteratura russa in due volumi (2016) la quale, tra le altre cose, si raccomanda per la notevolissima capacità di far emergere i fatti letterari a partire dalle dinamiche caratterizzanti il tessuto sociopolitico dell’epoca, con ciò conferendo, per esempio, a testi come l’Evgenij Onegin o le Anime morte una profondità storica che non è sempre facile ottenere nella manualistica dedicata.

Il saggio di Carpi è un libro estremamente complesso, proprio come l’anno di cui parla, la cui storia, in realtà, non è comprensibile se non sullo sfondo, come minimo, di svariati decenni di malgoverno, del difficilissimo trapasso di una società arcaica e – specialmente nelle campagne – del tutto estranea a qualsiasi cosa nei circoli liberali della capitale imperiale (e più in generale in Europa) si definisse «società moderna», della guerra mondiale, che colse tutti impreparati – i giornali pietroburghesi aprirono nel giorno dell’assassinio di Francesco Ferdinando con un paginone sull’estinzione degli aborigeni australiani – e che precipitò il Paese in un caos a cui posero fine, con la spada e con il sangue, l’Armata Rossa da un lato e la ČK dall’altro.

E tuttavia, la maestria dell’autore, la sovrana padronanza delle fonti e la sua intima conoscenza non solo della storia, ma della società, della cultura e della mentalità di un intero Paese, emergono ad ogni capitolo dell’opera, ciascuno un abilmente cesellato tassello di un mosaico ricchissimo e di respiro immenso, nel quale l’approfondita analisi dei dibattiti politici all’ordine del giorno nell’assemblea costituente si mescola con una vivacissima – talvolta grottesca, ma mai bozzettistica – aneddotica, intervallate entrambe da indimenticabili ritratti dei protagonisti (e delle protagoniste) di giorni e mesi che, come ebbe a dire John Reed, davvero «sconvolsero il mondo».

Il tratto forse distintivo di Russia 1917 e che lo fa spiccare all’interno della – ormai immensa – bibliografia sul tema (non solo italiana) è l’attenzione dedicata dall’autore alla ricostruzione di come il processo rivoluzionario venne percepito, metabolizzato, spiegato, dai protagonisti dell’epoca, dai più raffinati intellettuali pietroburghesi ai marinai della flotta baltica, dai nemici acerrimi del bolscevismo, i quali tuttavia non riescono a trattenere uno sgomento – di un’ammirazione a denti stretti – commento dal retrogusto apocalittico nell’osservare il furore demiurgico con il quale Lenin «sulla Russia barbarica e sconvolta dalla rivoluzione rovesciava il suo biblico Così sia» (p. 166); dalla figura di Boris Savinkov, aspirante Mussolini russo, infaticabile tessitore di trame assassine e mente di punta della controrivoluzione prima di finire fucilato, agli organizzatori della guardia rivoluzionaria da Mosca a Pietroburgo fino nelle più remote contrade dell’Estremo Oriente, non di rado figli di contadini che, come narra Svetlana Aleksievič nel – travolgente – racconto che apre Incantati dalla morte (2005), erano entrati nel partito a 17 anni contro tutto e tutti perché, per la prima volta nella loro vita, qualcuno si era rivolto a loro, i fanoniani «dannati della terra», annunciando un futuro di libertà, uguaglianza e giustizia.

«Non c’era più bisogno di preti che li spedissero in paradiso a suon di preghiere», avrebbe commentato Reed: «il pio e sottomesso popolo russo stava costruendo sulla terra un regno più splendido di qualsiasi cosa il cielo avesse da offrire, e in nome del quale era gloria il morire».

Non si tratta, va da sé, di dispensare facili – e inutili – giudizi (in un senso o nell’altro, specialmente in retrospettiva) su questo anno rivoluzionario. Assai più complesso, ma remunerativo, è cercare piuttosto di capire, attraverso la viva voce delle testimonianze, che emergono – per esempio – da una scrupolosa lettura dei giornali che nei mesi anteriori alla guerra civile e al «terrore rosso» si moltiplicavano in ogni angolo del Paese quale quella portata avanti nel corso del volume, cosa spinse, da una parte e dall’altra, uomini e donne tra di loro quanto mai diversi a sacrificare tutto per la causa in cui credevano.

Qui risiede il secondo – notevolissimo – merito del saggio di Carpi, ancor più tale in un mondo nel quale, all’apparenza, la parola «ideale» (per non parlare di «ideologia») sembra essere divenuta sinonimo di aiscrologia. Vale allora davvero la pena soffermarsi sugli straordinari ritratti in cui ci si imbatte tra le pagine del libro. Da un’operaia della gomma pietroburghese, che d’improvviso intravede per sé un destino diverso da quello a cui si era convinta fosse stata condannata («pensavo che per tutta la vita sarei stata perduta sotto i padroni») al punto da uscire di casa per non farvi ritorno se non quattro giorni dopo, al termine di una maratona tra comizi, assemblee di fabbrica, picchetti e staffette, alla principessa Tamara Čerkasskaja, che sposa l’amore di una vita sotto una gragnuola di pallottole rosse per poi, dopo aver dismesso l’abito cerimoniale ed aver inforcato nuovamente sciabola e divisa, guidare una carica di cavalleria, incontro a morte certa fino alla «valchiria della rivoluzione», la splendida, decadente (e oppiomane) Larisa Rejsner che il 1917 trasforma in uno dei più infaticabili artefici del nuovo Stato sovietico, immortalata da Trotzkij in alcune tra le più memorabili pagine della sua copiosa produzione pubblicistica.

Nel raccontare i destini incrociati di ciascuna di queste indimenticabili figure (e di molte altre) al volgere di quello che lo scrittore Boris Pil′njak avrebbe definito L’anno nudo, Carpi riesce nella, niente affatto facile, impresa di restituire al lettore una delle vicende decisive della storia del XX secolo in tutta la sua ricchezza, mostrando con lucidità di sintesi e profondità analitica perché, a un secolo da quegli eventi, siamo ancora lungi dall’aver superato le contraddizioni che sfociarono nell’Ottobre, con il che è anche presto detto come mai, con buona pace di Fukuyama, la storia non sia affatto ancora giunta alla fine.

 

Guido Carpi, Russia 1917. Un anno rivoluzionario. Roma, Carocci, 2017, pp. 199

 

Immagine: Sfilata bolscevica a San Pietroburgo durante la Rivoluzione russa (primavera del 1917). Crediti: Everett Collection / Shutterstock.com

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