15 aprile 2022

Storia e geopolitica della crisi ucraina, di Giorgio Cella

 

Una volta, così per lo meno vuole l’aneddotica, venne chiesto a Zhou Enlai (1898-1976), dirigente di spicco del Partito comunista cinese e compagno di lungo corso di Mao, cosa ne pensasse della Rivoluzione francese. L’interrogato rifletté a lungo e infine rispose che era troppo presto per formulare un giudizio. Nel profluvio di instant books, interviste sensazionalistiche, gazzarre televisive, dichiarazioni improvvide, fin troppo naturale sgomento e tutto l’inevitabile contorno scatenato da un’invasione, quella di Putin all’Ucraina, la cui genesi un discorso pubblico appiattito, come sin troppo ovvio nell’era di Instagram (per altro un’arma non solo propagandistica il cui potenziale è stato prontamente colto – e sagacemente sfruttato – da Zelenskij e dai suoi, assai meno da Putin, per quel che pare), sulla cronaca nemmeno quotidiana, ma momentanea, rende semplicemente impossibile comprendere, un saggio come la Storia e geopolitica della crisi ucraina di Giorgio Cella, che prende le mosse Dalla Rus′ di Kiev (IX secolo d.C.: non sfugga l’ironia, amarissima, del toponimo), vendica in pieno la sagacia della risposta di Zhou e di quella celebre pagina di Tucidide nella quale lo storico tiene a sottolineare di aver dettagliato nell’opera sua le cause profonde di un conflitto che egli ritenne di poter definire il più grande del tempo in cui visse.

Senza un’idea il meno grossolana possibile del passato di un luogo, nulla del suo presente si capisce, né è possibile immaginarne un futuro quale che sia. Se non vi fossero prove schiaccianti a dimostrare il contrario, sembrerebbe quasi un’ovvietà.

Il volume si struttura lungo un arco di dodici capitoli (più una conclusione) e si propone di analizzare la millenaria vicenda storica – da Erodoto a Kissinger, come recita (un po’ ad effetto, sicuramente non senza efficacia) la prefazione, e a ben guardare oltre – di un mondo, quello dell’Europa orientale, ben più ampio e complesso rispetto alla mera contrapposizione, per più versi in se stessa un tragicomico paradosso, tra Russia e Ucraina, ma che si estende, a voler essere cauti, dalla Germania al Caucaso, e che di conseguenza riguarda direttamente l’Europa, che piaccia o meno ad analisti, commentatori, politici e a una nutrita fetta dell’opinione pubblica.

In una sorta di Ringkomposition (un ulteriore lascito erodoteo, si noti per inciso), il saggio di Cella prende le mosse, nel cappello introduttivo, dalle manifestazioni del movimento noto come Euromajdan e dal ritorno, prepotente, di una storia – compresi i suoi aspetti meno gradevoli nella veste di una politica di potenza che il già menzionato Tucidide aveva riconosciuto come una delle caratteristiche salienti di quella natura umana alla cui indagine è dedicata la sua opera – che ci si era troppo affrettati a liquidare nel nome del trionfo di un modello politico, sociale ed economico (il neoliberismo di impronta statunitense), il quale si dava per scontato dovesse essere abbracciato di buon grado da tutto il resto del mondo in quanto, con la Thatcher, ad esso non vi erano alternative. I riottosi (per esempio, non a caso, la Russia) sarebbero stati convinti con altri mezzi.

Questa crisi, argomenta persuasivamente Cella, non nasce dal nulla, e non è riconducibile esclusivamente né alle smanie espansionistiche di uno Stato, la Russia (oggigiorno sempre più spesso, e sempre più grossolanamente, accomunata all’Unione Sovietica), la cui classe dirigente pure porta su di sé responsabilità enormi, e potenzialmente esiziali, in merito alla piega che gli eventi stanno prendendo, non solo da oggi, non solo in Ucraina, né alle contraddizioni, agli errori di valutazione, al cinismo, quando non ad una politica apertamente neocoloniale (tutti fattori evidenti a chi solo voglia vedere) di un blocco occidentale egemonizzato ma, a dispetto delle dichiarazioni di facciata, tutt’altro che unito, i nodi dei cui interessi spesso nemmeno troppo velatamente in opposizione stanno venendo drammaticamente al pettine delle complessità di un universo geopolitico sempre più fluido e interconnesso pur nella sua, solo apparentemente contraddittoria, frammentazione.  

In questo quadro, l’Ucraina – nomen omen, visto il significato dell’etimologia slava, ovvero «[terra] sul confine»: ma di chi? – assurge, verrebbe da dire suo malgrado, al ruolo paradigmatico di nodo cruciale nel tessuto del mondo (afro)euroasiatico, e la trattazione di Cella ha il merito di presentare al lettore una panoramica densa di fonti, diacronicamente profondissima e allo stesso tempo maneggevole, di un contesto, quello esteuropeo (dunque esteso dal Baltico ai Balcani), che troppo spesso è stato liquidato come una retrograda periferia.  

Lasciando da parte l’assurdità di un termine del genere, eminentemente prospettico – ed egocentrico – com’è (basta dare un’occhiata a una carta per rendersi conto che l’Europa tutta è semplicemente un’appendice di un continente), la storia dell’intero spazio preso in esame da Cella, ancora una volta occorre ribadirlo, assai più esteso dei confini dell’odierna repubblica ucraina, è lì a dimostrarne la centralità per la vicenda di tutti quei popoli che, con un’approssimazione che non sembra banalizzante, possono rintracciare le origini dei propri destini comuni come minimo a partire dalla costituzione (su radici achemenidi, un fatto che andrebbe preso in considerazione con un po’ più di frequenza) dell’ecumene, altro nomen omen, del mondo ellenistico e poi romano.

Enorme nella sua estensione (dopo il Kazakhistan – e la Russia, s’intende – di gran lunga la più vasta delle repubbliche sovietiche e ancora oggi tra i più grandi Paesi d’Europa), multilingue, plurietnica e variegatissima nel suo paesaggio religioso nonostante il trentennio staliniano, con buona pace delle narrazioni oggi correnti sia in Russia sia a Kiev, nel corso della sua storia l’Ucraina ha giocato il ruolo, tra gli altri, di patria spirituale del mondo ortodosso, ancora oggi rivendicato dal suo erede diretto, ovvero il fu Principato di Moscovia poi – e di nuovo, mutatis mutandis, impero russo -, centro nevralgico dell’impero turco-ebraico dei Khazari e parte integrante del Granducato di Poloniae Lituania.

Nei secoli successivi, e in stretta sinergia con gli sviluppi sociopolitici ad Oriente, il Paese divenne terra di elezione dell’etmanato cosacco di Zaporižžja (uno dei cui eroi fondatori e tutt’oggi icona della mitologia nazionale, Bohdan Chmel′nickij, nel XVIII secolo prese la decisione, cruciale, di orientarsi con decisione proprio verso la Russia contro, tra gli altri, la Polonia), sogno proibito – incarnato dalla Crimea – di quella proiezione marittima che costituisce per gli tsar′ un’ossessione almeno dal tempo di Ivan IV nonché, in tempi solo apparentemente andati e assieme alla Bielorussia (altro attore cruciale e troppo spesso misconosciuto), il fronte di una guerra di sterminio senza pari nella storia del continente, e probabilmente non solo.

Stalin (ancora e sempre lui, nella forma, soprattutto, delle sue politiche di ingegneria sociale che mutarono drammaticamente il profilo etnico del Paese, con conseguenze la cui portata solo oggi si inizia a comprendere, per lo meno al di fuori del mondo postsovietico), gli anni convulsi della dissoluzione dell’URSS, gli accordi di Malta e Budapest, lo smantellamento, con annessa riconsegna alla Russia (oggi da più di qualcuno rimpianto), dell’arsenale nucleare ucraino, all’epoca uno dei più consistenti del mondo, il precedente – per più versi un mistero – della donazione crimeana di Chruščëv nel 1954 sono solo alcuni tornanti (per di più moderni) di una vicenda, quella dell’ubi consistam dell’Ucraina e, cosa che più conta, della sua gente, nel mondo, ricostruita da Cella nel corso del volume.

Quest’ultima, se difficilmente aiuta a immaginare, nell’immediato, una via d’uscita al vicolo cieco in cui ci si trova attualmente, può forse offrire un ambizioso, può darsi utopico, ma per questo tanto più degno di essere perseguito, modello di futuro, che riconosca, e faccia adeguatamente tesoro, dell’eredità comune, nella ineliminabile ed in vero arricchente diversità, di un mondo, quello europeo, che sarebbe venuto il momento di riconoscere come tale, ovvero uno, da Lisbona a Petropavlovsk.

 

Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus′ di Kiev a oggi, Roma, Carocci, 2021, pp. 352

 

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Immagine: Mappa del XIX secolo del comando militare di Odessa, Ucraina. Crediti: National Archives of Sweden [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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