7 luglio 2021

Storia marittima del mondo, di David Abulafia

In apertura del suo pionieristico Die maritime Seidenstraße (2007, La via della seta sul mare), il sinologo tedesco Roderich Ptak osserva come fare storia marittima non significhi semplicemente raccontare le vicende di un determinato angolo del globo ‒ o del mondo intero ‒ da una prospettiva diversa (il porto da un lato, il bāzār di Buhara dall’altro).

Al contrario, significa raccontare un’altra storia. Non che quest’ultima sia priva di relazioni con quella a cui si è solitamente (per lo meno a partire da una formazione di impronta europea: varrebbe la pena divenire più consapevoli di ciò che si insegna, e come, in luoghi come la Malesia) più avvezzi, vale a dire una storia fondamentalmente geocentrica. Stando per lo meno agli analisti di Limes (Dario Fabbri in testa), persino un progetto faraonico come il One Belt One Road rappresenta infatti poco più di uno specchietto per le allodole a fronte del fatto che, per riprendere le sue parole, «gli Stati Uniti possono bloccare l’accesso in entrata e in uscita al mar cinese meridionale; la Cina non può fare lo stesso nella baia di San Francisco».

L’assunto di Ptak non perde però per questo di validità, specialmente se si sceglie di guardare alla storia degli oceani – a ben vedere divisioni convenzionali di un’unica, nella sua infinita varietà, immensa superficie liquida – da una prospettiva globale, e ciò sia nel tempo sia nello spazio: un modo di procedere che Erodoto, tanto celebrato quanto incompreso padre di questo genere di intrapresa intellettuale, per lo meno in Occidente, avrebbe probabilmente apprezzato.

Tale è l’ottica della Storia marittima del mondo, il monumentale saggio recentemente pubblicato da David Abulafia, già rinomato storico del mondo mediterraneo (Il grande mare, 20162). Suddivisa in cinque parti per un totale di 51 capitoli distribuiti attraverso 908 pagine brulicanti, come ebbe ad esprimersi uno dei primi recensori dell’edizione inglese, «di pirati, re, studiosi, mostri, conquistatori, marinai, mercanti, avventurieri, schiavi e loro contrabbandieri», questa Storia umana degli oceani – così recita infatti il sottotitolo originale – prende le mosse dalle saghe che, tramandate oralmente per, come minimo, secoli di generazione in generazione, hanno preservato memoria della scoperta e del popolamento del Pacifico da parte dei popoli che, con un termine piuttosto impreciso, si suole definire melanesiani, per concludersi quattromila anni dopo con la rivoluzione logistica scatenata da Malcolm McLean, il trasporto aereo transcontinentale e il turismo di crociera.

Tempo e spazio, si è detto all’inizio. La partizione della Storia marittima rende conto in maniera allo stesso tempo limpida e sottile delle scelte operate dall’autore nel tentativo di maneggiare, e di rendere accessibile al pubblico, anche non specialista, una materia la cui vastità scoraggerebbe facilmente anche i più intrepidi. Le prime tre sezioni (pp. 3-39; 41-296 e 297-514) presentano un affresco delle vicende che, dalla più antica preistoria – Il Pacifico, con cui il volume si apre, inizia la propria storia, per lo meno quale la si incontra nel volume, 176.000 anni fa – fino al 1500 (come si intuisce non una data casuale), per poi procedere, nella parte quarta (Gli oceani in dialogo: 1492-1900), a raccontare l’epopea di come, tra viaggi di esplorazione alla ricerca di materie prime e terre avvolte nel mito (è in questo contesto che compare Il quarto oceano, cap. 36, pp. 655-668, ovvero l’Artico, con i suoi leggendari passaggi a Nord-Ovest e a Nord-Est), florido commercio di schiavi, traffico internazionale di zucchero, porcellana, argento e guerre di rapina, Atlantico, Pacifico ed Indiano siano divenuti parte di una serie sempre più complessa di reti attraverso le quali il mondo si fece via via più piccolo (e a un ritmo sempre più vertiginoso: spazio e tempo, ancora una volta).

In analogia con le Storie di Erodoto, di cui emula il respiro veramente universale, non avrebbe alcun senso tentare di presentare una versione compendiosa delle «vicende degli uomini, greci e barbari ugualmente» che popolano la Storia di Abulafia. Un libro del genere è fatto per essere letto, non per essere riassunto. Varrà tuttavia la pena di insistere sulla natura profondamente altra (in non rari casi gradevolmente straniante) dell’immagine del mondo, e degli uomini, che si ottiene una volta che ci si imbarchi, è il caso di dirlo, in un viaggio di questo genere. Di Alessandro Magno, per esempio, e ciò nonostante la tanto celebrata flotta dell’Indo, non c’è quasi traccia, ma uno spazio non trascurabile è riservato (a partire da p. 719) a un duca di Curlandia – e scoprire dove mai si trovi suddetto posto è compito del lettore – il quale, alla metà del 1600, mise insieme una ragguardevole flotta commerciale e si lanciò alla conquista dell’Atlantico arrivando ad acquistare l’isola di Tobago da un aristocratico inglese (lord Warwick), sull’orlo del fallimento.

Altrettanto ridimensionate, per lo meno in proporzione, sono le vicende dei grandi imperi che si sono imposti nella coscienza collettiva di mezzo mondo come la pietra di paragone sulla base della quale concepire il passato (e in non rari casi orientare il futuro), a tutto vantaggio della storia della scoperta di un’isola come il Madagascar o a quella di Madeira. Quest’insignificante isolotto infatti divenne, sulla scorta dell’espansione portoghese nell’Atlantico orientale, uno snodo cruciale nel traffico di risorse da un capo all’altro dell’Oceano più giovane (come si intitola la terza parte del volume). Tra queste, fatto interessante, un ruolo non trascurabile giocavano numerosi beni, come il grano o la carne, che un tempo Madeira esportava in quantità industriali e che, dopo una drastica conversione dell’economia locale alla viticoltura, si trovò improvvisamente costretta ad importare.

Ugualmente cruciali, per capire semantica e pragmatica della conversazione a cui la parte quarta allude, sono non tanto (non solo) le ambizioni di avventurieri come Cortés o Colombo, bensì vicende apparentemente assai meno glamour come le peregrinazioni delle materie prime svedesi – per esempio il legno per le costruzioni navali, ma lo stesso si potrebbe dire delle pellicce di foca originarie delle Falkland – rivendute in Spagna allo scopo di acquistare argento con il quale procacciarsi the e porcellane cinesi da rivendere a prezzi da capogiro in Europa.

Storie come quelle di Kamehameha I (il primo re hawaiano a dotarsi di una flotta di galeoni occidentali) o di Aaron Afriat, ebreo sefardita che nel 1867 fondò un’azienda in Inghilterra le cui attività finirono per trasformare il panorama culinario del Marocco (la cui cultura del the non ha dunque nulla di indigeno, contrariamente a quanto si sarebbe indotti a credere e a quanto probabilmente la maggioranza degli stessi marocchini ritiene) sono solo due esempi che mostrano come il saggio di Abulafia davvero si sforzi, fatto encomiabile e per nulla scontato, di evidenziare la complessità e la natura non teleologica e intrinsecamente multipolare della storia del mondo.

A questo punto potrà forse sorprendere che il paesaggio, e le interazioni degli esseri umani con esso, siano sorprendentemente assenti. Riprendendo una distinzione (niente affatto capziosa) elaborata da Horden e Purcell (2000), quella di Abulafia è dunque, a ben guardare, una storia negli, e non degli oceani. La critica è senza dubbio fondata, ma c’è da chiedersi cosa ne sarebbe stato di un volume che si fosse proposto di procedere secondo i dettami formulati dagli autori di The Corrupting Sea attraverso svariate migliaia di anni e il 70% della superficie del globo. Il progetto è meritorio, e un giorno sarà, forse, portato a termine (quale editore avrà il coraggio di pubblicare l’opera che da esso risulterà è un’altra faccenda). Nel frattempo, quanti volessero provare a immaginare le fattezze di una simile impresa possono partire, a guisa di introduzione e non senza profitto, proprio dalla Storia marittima del mondo.

 

David Abulafia, Storia marittima del mondo. Quattro millenni di scoperte, uomini e rotte, Milano, Mondadori, 2020, pp. 1038

 

Immagine: Antica mappa dell’Oceano Pacifico (Columbia River Maritime Museum Astoria, Oregon). Crediti: steve estvanik / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0