10 maggio 2020

Storie virali. L’inappagato bisogno di società

 

Con l’articolo di oggi si chiude questa prima stagione di Storie Virali. Ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa rubrica nata dall’esigenza di riflettere immediatamente e criticamente sugli sconvolgimenti sociali, politici, sanitari e esistenziali determinati dall’attuale crisi sanitaria. Siamo grati alle autrici e agli autori che hanno scritto, alla redazione dell’Atlante Treccani e ai lettori che ci hanno seguito.

Il gruppo di lavoro Storie Virali, composto da Andrea Carlino, Maria Conforti, Virginia de Silva e Chiara Moretti, si prepara per contribuire con altre iniziative a pensare il mondo nuovo che ci aspetta. Per chiunque voglia contattarci l’indirizzo è storie.virali.treccani@gmail.com

 

 

Due flash dallo scenario mediatico di questi giorni. Intervistato su SkyTG24, il 1° maggio, Carmelo Barbagallo, segretario generale della UIL, con voce bassa, ma ferma, dice: “ricordatevelo questo, liberisti!”, quando andremo a rinnovare i contratti della sanità. Il giorno dopo il quotidiano britannico The Indipendent scrive: Death rates from Covid-19 more than twice as high in deprived areas, new figures show. E a un link successivo: What coronavirus reveals about the UK’s inequalities.

 

Erano alcuni giorni che ragionavo intorno al trattamento tecnico-istituzionale dell’emergenza così come si sta manifestando nel nostro Paese e riflettevo su alcune, per me importanti, implicazioni. Ci pensavo almeno da quando avevo comparato la composizione del comitato tecnico-scientifico per l’emergenza Covid-19, istituito il 5 febbraio 2020 e quindi modificato fino al 18 aprile 2020 con ordinanza n. 663 del dipartimento della Protezione civile, con quella del Conseil scientifique Covid-19, istituito, su mandato del presidente della Repubblica Francese, dal ministro della Solidarietà e della salute l’11 marzo 2020. Si mettano pure da parte le interessanti divergenze della conformazione istituzionale tra lo Stato italiano e quello francese (nella burocrazia, ad esempio, le denominazioni contano, anche quelle ministeriali, così come contano le diverse collocazioni burocratiche dei comitati/consigli nello spazio dell’amministrazione statale; e quindi la presenza o l’assenza della parte burocratico-amministrativa all’interno dei comitati/consigli). Guardiamo solo la composizione della porzione scientifica del nostro comitato sulla base delle competenze: tutti medici (un anestesista e rianimatore, un geriatra, un dirigente medico della Polizia, un rappresentante dell’OMS, uno pneumologo, un pediatra e un epidemiologo). Non si tratta ovviamente di discutere delle competenze personali di scienziati dalle elevate qualifiche professionali, quanto piuttosto di prendere atto dell’immaginario istituzionale e sociale che soggiace alla composizione del comitato. In una simile prospettiva, tenendo conto anche della composizione della parte istituzionale del comitato, a me pare evidente la totale medicalizzazione dell’evento pandemia. E se, come scrivevo giorni fa, la pandemia è un oggetto “ibrido”, questa scelta comporta sia una rimozione delle dimensioni sociali, sia il rischio di una sanitarizzazione medica del sociale.

 

Queste sensazioni mi paiono confermate dal confronto con la composizione del comparabile Conseil scientifique francese: oltre al presidente del Consiglio della sanità pubblica, tre immunologi, tra cui il presidente, un virologo, un epidemiologo statistico, una rianimatrice, un infettivologo, ma anche un medico di base, un sociologo e un’antropologa. Qui il rischio di una medicalizzazione della pandemia mi pare decisamente meno elevato e, anzi, la necessaria concentrazione medico-sanitaria delle competenze sembra essere disposta a una qualche forma di ibridazione con i saperi delle scienze sociali (un sociologo, una antropologa, un medico di base). Una simile composizione non mi sorprende, per la Francia, dove dal 1989 al 1994 Françoise Héritier, antropologa e membro del College de France è stata presidente del Conseil National du SIDA e dove, come vedremo, le scienze sociali hanno fin dalla loro origine giocato un ruolo importante nella vita politica e sociale dell’“Esagono”. La comparazione, invece, invita a riflettere. Certo, si potrebbe dire che il comitato italiano viene istituito il 5 febbraio 2020 nel momento esplosivo dell’infezione, mentre quello francese è istituito l’11 marzo quando la curva dei contagi era ancora molto bassa. E dunque che le successive modifiche della composizione del comitato italiano siano dovute a un progressivo adattamento alle esigenze. Questa osservazione, però, accentuerebbe la divergenza dei modelli, visto che l’adeguamento italiano, dalla componente “meramente” tecnico-istituzionale a quella più “scientifica”, si è mossa proprio nella direzione di una ulteriore medicalizzazione della pandemia e, quindi, della scotomizzazione del suo carattere di “ibrido” (ossia di fenomeno insieme biologico, epidemiologico, medico, normativo, economico, psicologico e sociale). Al contrario il Conseil transalpino mantiene nel tempo il suo legame con un differente modello di intervento e, dunque, una diversa idea di pandemia. Si potrebbe altresì notare che la task force per la fase 2 nominata dal presidente del Consiglio dei ministri il 10 aprile 2020 apra proprio nella direzione di cui il modello francese pare essere un indice, visto che si tratta, come descritto sul sito web della presidenza del Consiglio dei ministri, di “un comitato di esperti in materia economica e sociale. Il comitato avrà il compito di elaborare e proporre misure necessarie a fronteggiare l'emergenza e per una ripresa graduale nei diversi settori delle attività sociali, economiche e produttive”. Anche qui, però, nonostante l’elevatissima qualità dei profili scientifici delle persone coinvolte (tra queste una psicologa sociale, tre statistici di cui due economici e una statistica sociale, due economisti con interessi specifici sulle politiche economiche e un sociologo economico, un giuslavorista) e senza entrare nei dettagli delle reti che, all’interno di una consolidata tradizione italiana, connettono managerialità pubblica e managerialità “privata”, il modello politico che si è scelto di perseguire fa riferimento a un’idea gestionale, se non manageriale, economicista, se non aziendalista, e statistica, se non contabile, delle dinamiche economiche e, soprattutto, sociali. Scelta questa anche comprensibile, dati i problemi che a quel comitato si è chiesto di affrontare e anche in questo caso in linea con una tradizione statale italiana (Patriarca, 1996). Modello nel quale, continuando con Patriarca, lo spazio del “sociale in sé” sembra destinato a essere o psicologizzato (la presenza della psicologia) o normativizzato (quella del diritto del lavoro).

 

Il problema sul quale mi pare urgente riflettere, però, è la scomparsa dallo scenario dell’intervento, dall’immaginario amministrativo e dall’orizzonte conoscitivo, delle dimensioni relazionali di base (relazioni interindividuali, le unità domestiche nelle molteplici forme che esse assumono nel mondo contemporaneo, rapporti tra individui, gruppi sociali e istituzioni, relazioni sociali nel mondo del lavoro, differenziazioni di classe, marginalità sociale e così via) e di ogni piano di significazione culturale (figurarsi delle dimensioni simboliche evidentemente operanti nell’intero scenario, quello delle istituzioni statali incluso), che invece sono il cuore di ogni analisi socio-antropologica. Viene da pensare che la particolare ed evidente curvatura assunta dal modello gestionale della pandemia adottato in Italia possa avere qualcosa a che vedere con l’oramai famosa superficialità delle indicazioni sui “congiunti” contenute nell’ultimo DPCM.

 

Non si tratta, però, di fare facili ironie o di avanzare fastidiose rivendicazioni di competenze disciplinari, posture entrambe inutili in una situazione di crisi grave come quella che stiamo vivendo. I problemi sono ben più complessi e, da un certo punto di vista preoccupanti, riguardando tanto i rapporti tra scienze sociali e stato nazionale, quanto la configurazione che queste possono/dovrebbero assumere nella sfera pubblica contemporanea connotata dall’esplosione pandemica (e dalle altre che potrebbero seguire).

 

Per provare a evidenziarne alcuni può essere utile un sia pur breve sguardo retrospettivo. In un lavoro oramai classico l’antropologo statunitense Paul Rabinow ricostruisce una genealogia sociale e intellettuale della scienza sociale francese, legandola alla strutturazione di una “modernità” guidata dallo Stato nazionale (Rabinow, 1995). Rabinow fa risalire l’interesse per quella che, sul finire del XIX secolo, con Durkheim, sarebbe divenuta la nozione moderna di “società” agli anni ’30 di quello stesso secolo e, in particolare, all’epidemia di colera che colpì Parigi del 1832. In una situazione politica estremamente tesa, con il tentativo di golpe del giugno 1832, il colera, manifestatosi nel 1817 a Calcutta, dopo aver viaggiato per tutta l’Asia e l’Oceania, passando per la Russia (1829) e l’impero austro-ungarico (1830), nel marzo del 1832 arriva a Parigi. L’epidemia pone allo Stato e ai suoi apparati tecnico-amministrativi la necessità di conoscere le realtà nelle quali essa si espande, di comprenderne la diversa diffusione nei quartieri cittadini, la diversa distribuzione tra i quartieri in relazione all’ambiente urbano, la diversità di contagio tra città e campagne. Queste esigenze operative agiscono da propulsori dell’emergere di ampi dibattiti politico-scientifici e, quindi, di politiche di intervento in vari ambiti: la statistica sociale (Villermé e Quételet), l’architettura (Viollet-Le-Duc) e la pianificazione urbana (Haussmann). Più tardi questi ambiti di riflessione e di intervento, dai quali erano emerse, tra le altre, le nozioni di “ambiente urbano” o quella di “stile architettonico”, si ampliarono in direzioni più “sociali”. I lavori, tra i molti, di Le Play sulle forme di famiglie, di Lyautey sulle condizioni delle colonie, danno il via a un graduale passaggio, nella cultura politica e negli apparati amministrativi dello Stato, dal “morale” al “sociale” e dal “moralismo” al “welfare”. Quando alla fine del secolo Durkheim, vicino al socialista Jaurés, mette in campo gli apparati teorici e metodologici di una già matura scienza sociale ha alle spalle una spinta “modernizzante” iniziata dall’epidemia del 1832 e passata attraverso le turbolente vicende politiche ed economiche della Francia, tra 1848, la guerra Franco-Prussiana, la Comune e la Terza Repubblica (Durkheim, 1893; 1895).

 

Se ci spostiamo negli Stati Uniti, dopo la crisi (economica, questa volta) del 1929, possiamo notare un processo comparabile. Thomas Patterson ha mostrato come negli anni immediatamente successivi (la crisi) alcune iniziative, private e pubbliche, fornirono il supporto economico per lo sviluppo di una moderna scienza sociale: le varie iniziative della famiglia Rockefeller, il National Research Council (NRC), l’American Council of Learned Societies (ACLS). Tra queste l’effetto di maggior peso e di più lunga durata furono quelle dei Rockefeller che, attraverso le loro fondazioni, finanziarono non solo moltissime ricerche, ma soprattutto la creazione dell’università di Chicago e il supporto a tutta una serie di altre università di prestigio (Columbia, Yale, Harvard, Stanford, Berkeley, tra le altre) (Cfr. Patterson, 2001). Tutte queste università, Chicago in primis, furono i luoghi dai quali si svilupparono le più importanti ricerche sociologiche e antropologiche fondate su metodologie empiriche di taglio etnografico, sugli Stati Uniti, sulle popolazioni native e su mondi altri.

 

Due crisi, una sanitaria, l’altra economica, videro, tra le reazioni messe in campo da due dei principali stati-nazione occidentali, lo sviluppo di concetti, metodi e ricerche volte a pensare, ripensare, indagare e conoscere “la società”. Perché? Semplificando al massimo e puntando a piani esterni alle specifiche ragioni interne e disciplinari, mi sembra chiaro che l’esigenza pubblica era in primo luogo quella operativa, ossia quella dell’intervento in un mondo sociale che occorreva conoscere, per poterne prevenire tensioni, frizioni e fratture. E per controllarle preventivamente. Il programma social-democratico di Durkheim e la sua scuola sociologica, le modellizzazioni struttural-funzionaliste della Scuola di Chicago, mediate, per l’antropologia, dall’antropologia sociale britannica, hanno avuto, con tutta evidenza, anche una funzione politica di controllo di tensioni sociali che avrebbero potuto correre il rischio (per la classe dominante) di divenire pulsioni rivoluzionarie.

 

Per tornare ai nostri giorni, mi pare che il modello francese si muova all’interno di una simile tradizione tecnico-scientifica di riflessione, pianificazione e, se si vuole, controllo preventivo del “sociale”. Quello italiano, no; o meglio lo curva in una direzione “aziendalista” che rischia di proiettare sulle dinamiche del Paese reale – lasciate in qualche modo all’autoregolamentazione, o all’agire del Terzo settore, del volontariato e della (preziosa) carità cristiana – un modello giuridico-economico che fa enorme fatica, di fatto, a calarsi tra le “persone reali che fanno cose reali”. La dimensione sociale, quella di classe, le logiche e le tecniche della produzione, i produttori (gli operai), i fornitori di servizi sanitari (infermieri e medici) e non solo i consumatori sono sembrati per un attimo tornare ad occupare il centro dell’attenzione dei media e, a parole, del mondo politico. Solidarietà, condivisione, relazioni sono quotidianamente invocate nei discorsi mediatici e in quelli pubblici – e anche praticate dalle persone reali, in casi e forme che i media, a turno, ci presentano come altrettanti quadri morali. Perché simili riflessioni non restino semplici esempi edificanti, ma si inscrivano in un (ri)pensamento del sociale e in una sua riformulazione sarà bene, credo, che le scienze sociali siano anch’esse chiamate a svolgere il proprio ineludibile ruolo politico.

 

Si fa un gran parlare, in questi ultimi giorni, della necessità di una rinascita del Paese che in qualche modo riproponga lo slancio del Dopoguerra. Si dimentica, però, che quella rinascita dalla crisi bellica fu preceduta da un decennio di importanti ricerche “sociali”, sul mondo contadino, ad esempio, ma anche su quello operaio, ricerche finanziate dai partiti, dalla RAI, dai sindacati, da centri di ricerca privati e talvolta pubblici, da fondazioni, nazionali e internazionali. Difficile immaginare i partiti attuali finanziare la ricerca sociale, se addirittura non riescono a concepirne la semplice presenza nei molti comitati che continuano a moltiplicare. Queste poche pagine vogliono allora essere una sorta di appello, più che ad un generico Stato o ad una classe politica quantomeno ingabbiata, se va bene, nei propri schemi normativo-economicisti, a quei segmenti del sistema (parti della stampa, sindacati, Chiesa, mondo delle associazioni) che con più forza chiedono maggiore attenzione alle realtà sociale. Soprattutto, però, vuole essere un richiamo ad altri studiosi di area sociale perché riprendano ad aggregarsi intorno a progetti politici di ampio respiro, proiettati sul futuro che ci attende e fondati su un’attenta, dettagliata e approfondita ricerca empirica.

 

 

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Durkheim, È. 1893, De la division du travail social, Paris.

Durkheim  È. 1895, Les Régles de la méthode sociologique, Paris

Rabinow, P. 1995, French Modern. Norms and Forms of the Social Environment, The University of Chicago Press (I ed. 1989 MIT).

Patriarca, S. 1996, Numbers and Nationhood. Writing Statistics in Nineteenth-Century Italy, Cambridge University Press.

Patterson, T.C. 2001, A Social History of Anthropology in the United States, New York.

 

 

 

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