23 luglio 2021

Storie interrotte. La persecuzione di docenti e studenti ebrei dell’Università di Bari

 

In queste mie conclusioni intendo rinnovare il ringraziamento di tutti noi al Centro Universitario per la Storia dell’Università Italiana e al prof. Francesco Mastroberti e alla ricercatrice dott.ssa Damigela Hoxha per aver a suo tempo organizzato la giornata di studi sull’Università di Bari e le leggi antiebraiche e per aver successivamente curato la pubblicazione dell’omonimo volume.

Intendo soprattutto esprimere un forte apprezzamento agli autori del libro. Essi hanno scritto delle belle, commoventi pagine biografiche e di commento di quel triste passaggio della storia dell’Università di Bari, rappresentato dalla persecuzione cui sono stati sottoposti non solo affermati professori, ma anche studenti e giovani assistenti di religione ebraica, impietosamente distolti dai loro interessi scientifici, strappati dagli studi intrapresi ed esclusi dal contesto culturale liberamente scelto.

Quale conclusione dobbiamo trarre e quale lezione ci è impartita dalle “Storie interrotte” che gli autori del libro ci hanno oggi raccontato? Storie tutte diverse, alcune – come quella di Renzo Fubini – finite tragicamente col martirio di Auschwitz; altre – come quella di Giorgio Tesoro – vissute all’estero, da soggetti distaccati definitivamente dal Paese di nascita e, peggio ancora, dallo studio della materia insegnata in quella Università, con risultati scientifici tuttora molto apprezzati dalla cultura economica e giuridica italiana.

Una prima conclusione che viene spontaneo fare dopo aver letto i diversi capitoli del libro e ascoltato gli interventi di oggi è prendere atto che l’adesione da parte dell’Italia fascista alla campagna di persecuzione degli ebrei è stata spesso dettata da misere ragioni di opportunismo politico e di dipendenza ideologica, travestite – fatto ancora più grave – da falsi argomenti antropologici e biologici. Infatti, molti professori, intellettuali, uomini di cultura hanno visto nell’antisemitismo di Stato un’occasione di arricchimento a carico di altre categorie di cittadini italiani, una maniera per fare carriera, sfogare rancori e invidie. Il pensiero fascista ha maldestramente tentato di oggettivizzare la differenza di trattamento tra professori ebrei e gli altri considerando il concetto di razza un lecito elemento distintivo condizionante «lo sviluppo della vita economica di un Paese nella sua intensità, nelle sue forme, nella sua struttura». Nella loro aberrazione queste tesi arrivano addirittura al punto di intravedere la prova della liceità del trattamento differenziato «nell’esistenza dell’antinomia bianchi-neri e bianchi-rossi e nell’incapacità strutturale degli africani di incivilirsi e di sfruttare le immense risorse naturali da loro possedute», risorse che solo le nazioni “civili” possono legittimamente utilizzare! Sono queste, si badi bene, le parole letteralmente utilizzate da Umberto Tosti, Rettore dell’Università di Bari dal 1940 al 1942, per giustificare la messa al bando dei professori ebrei.

Sia ben chiaro, però, la reazione a questo modo di pensare, di cui ci siamo tutti vergognati, non può che essere l’assoluta negazione del razzismo, ma non può essere anche – come taluno ha proposto – l’eliminazione del termine “razza” dal testo dell’art. 3, comma 1 della Costituzione, che – lo ricordo – dispone che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizione personale e sociale. Chi per combattere il razzismo sostiene la cancellazione del termine “razza” sbaglia, perché poggia il suo ragionamento sulle stesse inaccettabili, erronee argomentazioni non riconosciute da tempo dalla scienza genetica, che assumono la razza quale elemento genico differenziale riferibile al genere umano e, quindi, come categoria immutabile.

Se teniamo conto di ciò e partiamo dall’ovvio presupposto che la Costituzione consiste in una serie di norme che, guardando al passato, indicano nuovi percorsi da seguire, appare invece chiaro che l’art. 3, nel fissare il divieto di discriminazione in ragione della razza, ha posto esso stesso le basi perché il legislatore capovolga la situazione precedente all’entrata in vigore della Costituzione. Ha tradotto, infatti, tale divieto nell’obbligo giuridico di non utilizzare il termine “razza” nell’inaccettabile accezione assunta nel passato fascista.

Il fatto è che la razza non esiste; esistono solo i razzismi. E come dice Paolo Grossi, finché resta viva la perversione del razzismo la parola “razza” deve rimanere nella Carta per sancire il divieto di discriminazione fondato su di essa.

La seconda considerazione che mi viene spontaneo fare è che, se questo nostro incontro rievocativo deve avere una conclusione calata anche nella realtà attuale, essa non può che essere nel senso che il mantenimento nel testo della Costituzione del divieto di discriminazione per ragioni di razza dovrebbe suonare come un monito non solo contro i razzismi di ogni genere, ma anche come un segnale permanente di avversione sia degli status giuridici speciali, sia di quelle difese di un’italianità che, con riferimento soprattutto al fenomeno dell’immigrazione, taluno ritiene, a torto, minacciata dal rapporto o, se si preferisce, dalla convivenza di cittadini italiani con soggetti di altre nazioni portatori di valori e culture diverse. Anche oggi, del resto, abbiamo quasi ogni giorno notizie di comportamenti a sfondo razzista, nei campi e nei contesti più diversi. Questi comportamenti sono anche una manifestazione, facile ed epifenomenica, di un clima sociale segnato in profondità sia dalle forme più varie di antagonismo, di spinta all’esclusione e alla prevaricazione, sia da quella violenza, sempre più latente e pronta all’esplosione, che, secondo numerosi politologi, caratterizza la post-democrazia di questo inizio di secolo. *

 

* Discorso pronunciato dall’autore il 23 luglio 2021 in occasione della presentazione all’Università di Bari del volume a cura di D. Hoxha e F. Mastroberti, Storie interrotte. I docenti dell’Università di Bari e le leggi Antiebraiche, il Mulino, Bologna 2021.

 

 

Immagine: Il Giorno della memoria nel campo di sterminio della Risiera di San Sabba. Crediti: Nicola Simeoni / Shutterstock.com

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