16 luglio 2021

Street art, è ora di tornare in strada

Quelle che noi oggi chiamiamo le “Stanze di Raffaello” in Vaticano, celeberrime opere del Rinascimento, prendono il nome da colui che, dal 1508 al 1517 ne curò l’apparato decorativo. Ma quelle stanze, costruite sotto papa Niccolò V, furono inizialmente decorate da maestri del calibro di Benedetto Bonfigli, Andrea del Castagno, Bramantino, Bartolomeo della Gatta, Luca da Cortona e Piero della Francesca, tutti artisti di primissimo ordine. Solo successivamente papa Giulio II ordinò di “buttare a terra” tutte le storie di questi maestri perché occupavano lo spazio che meritava solo Raffaello. E sebbene sia davvero difficile immaginare il buon Raffaello come l’artefice di quella distruzione, fatto sta che quelle sono diventate le “Stanze di Raffaello”.

Oggi a nessuno verrebbe in mente di buttare a terra mura e affreschi antichi per fare spazio a nuovi maestri, ma le metriche monumentali dell’affresco, i lunghi cicli di racconti e le sfide a colpi d’ingegno tra artisti possono essere ancora rintracciati nel panorama artistico contemporaneo in quel complesso di pratiche espressive e comunicative che va sotto il nome di “street art”.

L’arte di strada realizza nel luogo e per il luogo in cui si manifesta il suo forte messaggio, rivendicando la funzione estetica, pubblica e libera dello spazio urbano. Creando un fortissimo legame tra opera e contesto sociale, soprattutto laddove, spesso, la speculazione edilizia, dietro algide ed erte mura, mistifica il progresso e stravolge identità civiche, luoghi storici e bellezza paesaggistica. Dunque, in questi luoghi, murales, graffiti, stencil e adesivi possono essere il simbolo del coraggio e della resistenza all’omologazione, talvolta sopra le regole e le leggi, fino a sfociare nell’atto vandalico e nell’anarchia, atti estremi, ma che perseguono una funzione rivelatrice di principi, valori e idee che stanno dietro l’opera e che non possono esistere senza di essa. Ma al contempo, quando poi accade che questa chiara funzione rivelatrice, legata al contesto e alle contingenze del momento, comincia a perdere il suo significato, l’opera viene trascurata, distrutta o sbiadita dal tempo.

La street art paga il prezzo della libertà d’espressione con la carenza di tutele e di garanzie. Nessun valore aggiunto a quello puramente artistico e simbolico dell’opera, nessun prezzo se non le spese vive del lavoro dell’artista. Non ci sarà alcun mercato ad imporne il costo e quindi a quantificare la bellezza. L’opera lega all’opinione di chi vive il quartiere, di chi quindi ha una relazione diretta con essa, l’esclusivo giudizio estetico e morale. Ma come tutte le cose che non hanno un tetto, l’arte di strada dura il tempo della giovinezza: vive deteriorandosi. È sempre figlia degli eventi e solo sorella della storia, per questo motivo è molto raro che riesca ad entrare nei libri. Per lei non vale la massima “ai posteri l’ardua sentenza”, non ha gloria, vive negli occhi e sulla bocca dei presenti la sua fugace storia, fintanto che non trova un “papa” capace di ammansirla e introdurla in casa, come è capitato ai migliori Basquiat, Haring e Banksy. Ma essa non nasce come arte da stanza, non celebra un Dio né glorifica uno Stato, non insegue il denaro, o un gallerista e nemmeno la pubblicità, non teme di sparire, viaggia veloce, sempre sulla strada, dove bisogna riportarla.

 

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